All'attacco, Bambini!

di Giorgio Gagliardi

sabato 24 giugno 2017

Non cessa la violenza sulle vittime delle guerre e derivati: migranti, assassini, pulizia etnica, violenze scolastiche e chi più ne ha più ne metta/Violence on War and Related Victims Is Endless: Migrants, Murderers, Ethnic Cleansing, Teachers Abusing Children and so on and so Forth



Ci parlano di comprensione, di relazionare, di perdonare, ma poi all'atto pratico i media ci sciorinano tutt'altro, a parte le bufale che sono all'ordine del giorno. Ma se ascoltiamo persone serie ed intelligenti di ogni Paese e cultura, ed associazioni serie che non sono quelle che vanno nei confini libici ad imbarcare gommoni stracarichi di umani che in un'alta percentuale di casi affondano e se ne salvano su qualche centinaio solo una trentina, non possiamo fare a meno di credere a quei disperati nei cui occhi sono penetrate scene di follia umana indescrivibile.

Coloro che comandano spesso e volentieri fanno il voltafaccia rituale, sorridenti o cerimoniosi ai vari funerali di gente assassinata tanto per mostrarsi in pubblico e promettendo leggi che finiranno nel dimenticatoio, a meno che non ci siano interessi delle solite aziende che, verifiche scientifiche alla mano di esperti prezzolati, osannano i loro prodotti come i balconi delle case dei terremotati nel centro Italia, fatti con legname che hanno ceduto nei mesi successivi. Ma i giornali tacciono, le case sono state consegnate in pompa magna per calmare le acque di chi dorme ancora dove può o in alberghi,  ed aspetta e spera e ricorda il lontano terremoto di Messina di qualche secolo fa...

Ma i terremoti, mentre possono anche avere uno zampino umano, non sono meno peggiori di regole, mode, insegnamenti che escono dall'ordine mondiale che esiste ed ha molte diramazioni  che insegnano come disumanizzare l'uomo, appiattirlo, dequalificarlo sessualmente e nelle abitudini sempre meno personali, ma qualunquiste in modo che tutti si eguaglino.

Inoltre la riduzione del numero di umani che popola il pianeta dagli attuali 7 miliardi a una cifra sempre più bassa è uno scopo da raggiungere e quelli rimasti saranno i più danarosi, che per il loro denaro conterebbero di più degli affamati o medioborghesi, ormai sempre più dequalificati.

Ringrazio i giovani che hanno il coraggio di smentire quanto dico a costo di sacrifici e che occupano un gran posto tra i volontari veri, non quelli di ONG che vanno in acque libiche in accordo con i trafficanti di umani, come da denuncia giorni fa da parte della Marina Libica: e non si tratta di un hoak, perché anche un procuratore italiano si è espresso in questo senso. L'articolo dichiarante che la Marina Libica ha requisito quei barconi e li ha riportati indietro in Libia è sparito subito dai media: chissà perché? Da parte dei politici nessun commento, dopo le proteste ingigantite contro il Procuratore Carmelo Zuccaro di Catania, che aveva esternato una denuncia a carico di alcune ONG in accordo con i trafficanti di uomini (in Italia guai a denunciare i fiori appassiti e marci all’occhiello, pena denunce da parte di incompetenti che riempiono i posti dirigenziali). Poi la Libia ha sequestrato gommoni che si dirigevano verso le navi sospette di traffico (notizia fatta sparire alla svelta) e il Procuratore cui si dovrebbe dare la medaglia d’oro, non da parte dell’Italia, ma del mondo, per la difesa vera dei migranti, sarà invece trasferito altrove e non certo in sedi più alte e chissà quante altre cose (chiamiamole cose) deve aver subito per aver osato opporsi  a questo subdolo traffico.

Ma non ci sono state persone consenzienti a questo traffico sospetto, nessuna, nessuna (non sapremo mai la verità,sentiamo invece e vediamo le sconcertanti ma comuni falle dei nostri ministeri, “come le traccie” per il compito di italiano, che di italiano aveva al massimo un due - vedasi Ansa del 19/06/2017 - ore 16:59. Il Ministero della Pubblica Istruzione si è affrettato a farlo cancellare, ma non è arrivato a tempo perché “fare i coperchi” è più difficile che fare le pentole”. Spero che gli italiani se ne ricordino alle prossime elezioni e non facciano fesserie che come sempre ci ridicolizzano a livello mondiale.

1) Schiaffi a bimbi, sospese 2 maestre asilo - Riprese da videocamere Cc, bambini anche chiusi in aula buia

ANSA) - PETILIA POLICASTRO (CROTONE), 29 APR - Schiaffi, calci alle gambe, tirate di capelli e minacce di morte a bambini di 3 anni, alcuni dei quali chiusi per brevi periodi anche in un'aula buia: è quanto avrebbero fatto due maestre di un asilo statale alle quali i carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro hanno notificato la misura della sospensione dall'insegnamento fino al termine dell'anno scolastico emessa dal gip di Crotone su proposta della Procura. Le due avrebbero maltrattato ripetutamente i bimbi sottoponendoli a vessazioni e prevaricazioni continue. In alcuni casi i piccoli sarebbero anche stati graffiati e strattonati ed i loro oggetti, come zaini e scarpe, gettati fuori dall'aula. Le indagini hanno preso il via dalle dichiarazioni di diversi genitori. Gli investigatori hanno installato telecamere in vari punti della scuola trovando conferma delle vessazioni subite dai piccoli che, per l'accusa, avrebbero subito una involuzione della personalità con un diffuso senso di timore e di rifiuto della scuola.

(http://www.ansa.it/calabria/notizie/2017/04/29/schiaffi-a-bimbisospese-2-maestre-asilo_6cd63eb2-2894-4dc0-9e68-b282cf08d30a.html)


2 ) Siria, attacco Isis a un campo profughi: oltre 20 morti
Decine di civili sarebbero stati uccisi in un attacco compiuto dall’Isis al confine con l’Iraq. Lo riferiscono fonti di stampa irachene.

GUERRA IN SIRIA 2 MAGGIO 2017  13:18 di Susanna Picone

Sarebbero più di venti le persone rimaste uccise oggi in un attacco compiuto dall'Isis nel nord-est della Siria, al confine con l'Iraq. A darne notizia fonti di stampa irachene, secondo cui l'attacco è stato sferrato a Rajm Sleibi, contro un posto di blocco di forze curdo-siriane nei pressi del campo profughi di al Hol al confine tra i due Paesi. I media iracheni parlano di ventuno vittime, “tutti civili, tra i rifugiati del campo”. “I violenti scontri a fuoco e le esplosioni che sono avvenuti nei pressi della zona di Rajm al Salibi dove si trovano centinaia di rifugiati in attesa di entrare nella città di al Haska, hanno causato decine di martiri”, così inoltre l’Osservatorio siriano per i diritti umani. La Ong ha parlato di un bilancio di almeno 24 morti e non meno di 30 feriti e ha aggiunto che il bilancio delle vittime è destinato a crescere per la presenza di feriti gravi e di altre persone che mancano all’appello.

Sarebbero invece almeno 352 i civili rimasti uccisi in tre anni in Iraq e Siria a causa dei raid aerei anti-Isis condotti dalla coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Lo ha reso noto il Pentagono in un rapporto citato dalla Cnn online. “Ci rammarichiamo della perdita non intenzionale di civili causata dagli sforzi della coalizione per sconfiggere l'Isis in Iraq e Siria, ed esprimiamo la nostra più profonda partecipazione alle famiglie e agli altri colpiti da questi raid”, è quanto si legge in una nota della “Combined Joint Task Force Operation”. La Cnn ha sottolineato che il bilancio di 352 civili uccisi segna un notevole incremento rispetto alle 229 vittime civili che erano state registrate fino alla fine del febbraio scorso.

Domani intanto inizia il vertice ad Astana per rafforzare la tregua in Siria. “Il 3 e il 4 maggio sono i giorni clou del vertice”, ha affermato a Interfax il ministro degli Esteri del Kazakistan, Mukhtar Tileuberdi dicendo che tutte le delegazioni di alto livello hanno confermato la loro presenza.

Susanna Picone

(Continua su: http://www.fanpage.it/siria-attacco-isis-a-un-campo-profughi-oltre-20-morti/ - http://www.fanpage.it)


3) Abu, parla il trafficante di organi umani: “Ho venduto occhi e reni di 30 rifugiati siriani”.

Abu Jaafar è un nome di fantasia però il suo business è reale, e orribile: è un broker di organi umani. L’ha incontrato un giornalista della Bbc a Beirut, dove ha svelato i retroscena del mercato illegale di reni, occhi e altre parti del corpo venduti per fame dai profughi siriani e palestinesi in Libano.

GUERRA IN SIRIA 26 APRILE 2017  13:44 di Mirko Bellis http://www.fanpage.it/(tutti i diritti riservati all'autore ed alla testata)
in foto: Abu Jaafar, il trafficante di organi umani intervistato dalla Bbc (Foto: Bbc)
Abu lavorava come buttafuori in una discoteca a Beirut quando incontrò un’organizzazione dedita al contrabbando di organi umani. “So che faccio qualcosa di illegale, ma sto aiutando le persone, è così che lo vedo", ha confessato ad un giornalista della Bbc che l’ha incontrato nella capitale libanese.  Abu è un broker, un intermediario tra i contrabbandieri di organi umani e i tantissimi disperati scappati dalla guerra in Siria. Da quando è iniziata la guerra civile sono migliaia i profughi siriani e palestinesi che hanno trovato riparo in Libano. E con il loro arrivo, per Abu, sono cresciute anche le possibilità di guadagno. Con una grande dosi di cinismo sottolinea che molte di queste persone sarebbe morte se fossero rimaste in Siria; vendere un organo – continua – non è nulla rispetto agli orrori che hanno già vissuto nel loro Paese. “Sfrutto le persone – ammette – però anche loro ci guadagnano”.

Sul retro di una piccola caffetteria alla periferia sud di Beirut, dietro una porta arrugginita, c’è il suo “ufficio”.  Da qui, Abu, ha organizzato negli ultimi tre anni  la vendita degli organi di circa trenta rifugiati. L’intervista che ha concesso alla Bbc è un concentrato di orrore e spregiudicatezza. "Di solito l’organizzazione chiede reni, ma posso ancora trovare altri organi”, dice. “Una volta mi hanno chiesto un occhio e sono riuscito a trovare un cliente disposto a venderlo”. "Ho fatto una foto dell'occhio – racconta descrivendo crudelmente la sua attività – l’ho inviata con Whatsapp per avere conferma, poi ho consegnato il cliente".
I “clienti”, come li chiama Abu, non mancano. In Libano da quando è iniziata la guerra nel Paese vicino, sono oltre un milione i profughi siriani registrati dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Alla cifra ufficiale vanno aggiunti anche i migliaia di palestinesi arrivati dalla Siria dopo il 2015 Per loro non esiste nemmeno la possibilità di essere registrati come rifugiati. Il governo libanese, infatti, ha chiesto all'Onu di smettere di registrare nuovi arrivi e così i palestinesi sono diventati “invisibili” anche per le agenzie umanitarie. La maggior parte vive nella completa povertà. Le autorità libanesi infatti non concedono loro la residenza e nemmeno un permesso di lavoro. Costretti a vivere in campi sovraffollati, con pochi aiuti, diventano preda facile degli appetiti criminali di persone come Abu Jaafar. Il trafficante ammette che proprio la comunità palestinese è quella più vulnerabile: “Che altro possono fare, sono disperati e l’unico mezzo che hanno per sopravvivere è vendere i loro organi”. Una vita fatta di lavori occasionali e degradanti: lustrascarpe, venditori ambulanti agli angoli delle strade o agli incroci e, in alcuni casi, anche la prostituzione. La vendita di un organo appare quindi come un facile mezzo per guadagnare un po’ di soldi in fretta.

Il disperato, una volta selezionato da Abu, viene bendato e condotto nel giorno prefissato dall'organizzazione per l’espianto in un luogo segreto. A volte i medici operano in case affittate, trasformate per l’occasione in improvvisate cliniche, dove i donatori subiscono un esame del sangue prima dell'intervento. “Una volta che l'operazione è stata fatta li riporto dove li ho presi", racconta il trafficante. "Mi prendo cura di loro per quasi una settimana fino a quando non rimuovono i punti. Da quel momento – continua spietato – non mi importa più niente di cosa gli succede”.

In foto: Il giovane profugo siriano dopo l'operazione clandestina di espianto del rene (Foto: Bbc) [Per la foto si rimanda al link in calce, N.d.A.]

Uno dei suoi ultimi clienti è un ragazzo di 17 anni, costretto ad abbandonare la Siria dopo che suo padre e i suoi fratelli sono stati uccisi. Vive in Libano, da più di tre anni assieme alla madre e cinque sorelle.  Senza lavoro e oppresso dai debiti, questo giovane profugo ha deciso di vendere il suo rene per 8000 dollari (7.340 €) alla rete di Abu Jaafar. Due giorni dopo l’operazione – scrive il giornalista della Bbc che l’ha incontrato – giace dolorante sopra un vecchio divano. Il suo volto è sudato e il sangue ancora visibile sulle bende che coprono l’espianto dell’organo.

Abu, nonostante sia consapevole che la sua attività sia illegale, si considera quasi un benefattore per quei poveri costretti a vendersi un organo per sopravvivere. “E’ così che la vedo, il cliente userà i soldi per una vita migliore, per sé stesso e per la sua famiglia. Potrà comprarsi un’auto e lavorare come tassista o addirittura viaggiare in un altro Paese”. Il mercato illegale degli organi è molto florido in tutto il Medio Oriente. La mancanza di donatori dovuta a resistenze religiose e culturali ha provocato un autentico boom degli espianti clandestini. Abu Jaafar sostiene che ci siano almeno altri sette intermediari come lui in tutto il Libano. "Il business sta crescendo – ammette – soprattutto con l’arrivo dei rifugiati”. Il contrabbando di organi umani, un altro degli effetti perversi della guerra civile in Siria.

Mirko Bellis


4) Nuovo naufragio di Migranti nel Mediterraneo, Oim: “113 vittime, solo sette sopravvissuti”

La nuova tragedia raccontata da uno dei sette sopravvissuti e riferita dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni. Nelle ultime 24 ore nel Canale di Sicilia ci sarebbero quindi circa 200 morti in mare. 8 MAGGIO 2017  12:17 di Antonio Palma (tutti i diritti riservati all'autore ed alla testata)  http://www.fanpage.it/

Ennesima tragedia della disperazione nelle scorse al largo della Libia dove un'imbarcazione carica di migranti è naufragata  trascinando in acqua tutti gli occupanti che stavano cercando di raggiungere l'Italia. Lo ha reso noto l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) dopo aver ricevuto la segnalazione dai propri contatti in Libia. Secondo il racconto dei pochi superstiti della tragedia, all'appello mancano almeno 113 persone, probabilmente morte annegate in acqua. Sempre secondo i contatti dell'Oim, l'imbarcazione, partita dal Paese nordafricano, aveva fatto poche miglia quando è affondata al largo di Az Zawiyah.

A nulla è servito l'intervento della Guardia costiera libica, giunta sul posto dopo una chiamata di emergenza. I soccorsi infatti sono riusciti a trarre in salvo appena sette persone, sei uomini e una donna, che hanno raccontato che sul barcone al momento della partenza vi erano circa 120 persone. "Sono notizie drammatiche che ci hanno fornito i nostri riferimenti di Oim Libia,  attendiamo ulteriori dettagli di questa ennesima tragedia" ha precisato il portavoce dell'Oim in Italia, Flavio Di Giacomo".

Le vittime delle ultime 24 ore nel Canale di Sicilia sarebbero quindi circa 200. Domenica infatti altri superstiti giunti in Italia hanno raccontato il loro naufragio in cui hanno perso la vita circa 80 persone. Drammatico il loro racconto sulle crudeltà degli scafisti. "Ci hanno seguito a bordo di un altro gommone, a un certo punto, accostando, hanno staccato il motore del nostro gommone e ci hanno lasciato alla deriva. Eravamo in 120 a bordo e poco dopo, mentre la gente si agitava, si è rotto il fondo dell'imbarcazione e il gommone si è capovolto. Sono annegati almeno in 80 e tra loro anche uno degli scafisti" hanno raccontato agli inquirenti italiani che ora indagano sul disastro.

Questi episodi, secondo l'Unhcr, dimostrano come il salvataggio in mare "ora sia più cruciale che mai" e spingono l'Alto Commissario per i Rifugiati, Filippo Grandi, a esortare "ulteriori sforzi per salvare le persone lungo questa rotta pericolosa" e a difendere l'operato delle ong, finite al centro delle polemiche negli ultimi giorni per le presunte collusioni con i trafficanti.

Antonio Palma


5) L’ultimo disperato abbraccio di un padre ai suoi gemellini morti nell’attacco chimico in Siria

La straziante immagine di un padre siriano di 29 anni che ha visto l’intera famiglia di 19 persone completamente distrutta dai raid che hanno causato decine di morti a Khan Sheikhoun.

GUERRA IN SIRIA - 6 APRILE 2017 - 12:20 di Antonio Palma
Strage in Siria, Medici Senza Frontiere: vittime esposte ai gas
Caricato da Cronaca Estera

Un padre quasi più senza lacrime mentre stringe al suo petto i corpi ormai senza vita dei due gemellini di appena 9 mesi abbracciandoli per l'ultima volta prima di seppellirli. È una delle strazianti immagini che arrivano dalla città siriana di Khan Sheikhoun scattata all'indomani del terribile attacco con armi chimiche che ha fatto oltre settanta morti tra i civili, tra cui molti bambini. Negli scatti si vede il 29enne Abdul-Hamid Alyousef accompagnato verso il luogo di sepoltura mentre culla i piccoli avvolti in teli bianchi per l'ultima volta.

"Ero accanto a loro e li ho portato fuori di casa con la madre quando sono iniziati i bombardamenti. Erano svegli e vigili ma 10 minuti più tardi abbiamo iniziato a sentire un forte odore e loro non sono più riusciti a respirare" ha raccontato l'uomo che non riesce a darsi pace. Nel terribile attacco nel nord della Siria il 29enne non ha perso solo i due figlioletti ma anche la moglie Dalal e altri sedici membri della sua famiglia. Al momento del bombardamento l'uomo, che gestiva un negozio nella città siriana, infatti era sceso con la moglie e i figli in uno scantinato per rifugiarsi dalle bombe insieme a fratelli e nipoti ma proprio lì hanno iniziato ad accusare i primi sintomi asfissianti dovuti ai gas usati nel raid. Dopo aver soccorso moglie e figli  portandoli in ospedale, l'uomo era tornato sul posto ma ha trovato gli atri parenti già cadaveri così è ritornato al centro medico scoprendo però che anche moglie e figli erano deceduti. "Non ho potuto salvare nessuno, sono tutti morti" hanno urlati disperato il 29enne .

Il 13enne che ha perso tutta la famiglia di 19 persone

Una storia purtroppo comune a tante altre famiglie siriane sorprese dai gas nei rifugi e completamente annientate. Così è stato anche per la famiglia di Mazin Yusif, un ragazzino di soli 13 anni che dopo l'attacco si è risvegliato in un letto d'ospedale ricevendo la notizia che l'intera sua famiglia composta da 19 persone, tra nonni cugini e fratelli, era stata annientata. "Gli attacchi chimici non lasciano segni", ha sottolineato il dottor Mamoun Najem, un medico locale che ha accolto e curato numerose vittime dell'attacco chimico, concludendo: "È un killer silenzioso che si fa strada nel corpo in modo lento".
Antonio Palma
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6) Genova: maxi sequestro di Captagon, la “droga del combattente” era diretta in Libia
Si tratta di uno stupefacente usato in guerra, soprattutto in Medio Oriente, per togliere la paura. Non è la prima volta che il porto di Genova si rivela crocevia per il finanziamento dell’estremismo islamico.

CRONACA ITALIANA  - 8 MAGGIO 2017 -10:58 di Biagio Chiariello

 37 tonnellate di Captagon che avrebbero fruttato oltre sette milioni e mezzo di euro sono state sequestrate dalla Guardia di Finanza di Genova. Il carico è stato intercettato in un container in transito nel porto di Genova e diretto in Libia. L'indagine è stata coordinata dal sostituto procuratore distrettuale Federico Manotti. Il maxi sequestro è stato compiuto dai funzionari del servizio Antifrode dell’Agenzia delle Dogane in collaborazione con le Fiamme Gialle.

Le pastiglie erano partite dall'India, regolarmente dichiarate nelle bolle di accompagnamento come medicinali. Hanno raggiunto lo Sri Lanka, dopo poi sono state trasferite in altri container e ‘nascoste' in mezzo a coperte e shampoo. Il container, di passaggio dal porto di Genova, avrebbe dovuto raggiungere le città di Mosul e Tobruk per poi essere vendute a due dollari l'una a fronte di un costo iniziale di 77 centesimi. Il ricavo sarebbe finito nelle casse dei terroristi dell'Isis.

Che cos'è il Captagon

Il Captagon è un cloridrato di fenetillina, un composto di anfetamina e altre sostanze stimolanti. E’ anche nota come la ‘droga del combattente' e il fatto che fosse destinato al paese nordafricano non è una sorpresa: commercializzata anche sotto il nome di Biocapton o Fitton, questa droga viene spesso usata dai gruppi ribelli, anche i jihadisti, in Siria (primo produttore a livello mondiale), Iraq e, appunto, Libia. Il nome deriva proprio dal fatto che chi la assume perde ogni inibizione e risulta più resistente durante gli scontri.  mangiare o dormire per giorni, ed è pervaso da un senso di onnipotenza che fa sentire invincibili. Siringhe con tracce di Captagon sono state trovate nella casa di Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi, e la stessa droga era nel sangue di uno dei terroristi di Sousse, Tunisia.

L'Isis si serve a Genova?

E non a caso il Secolo XIX, citando fonti vicine all’inchiesta, evidenzia come probabilmente dietro il traffico internazionale  di Captagon si nascondono uomini vicini o appartenenti proprio allo Stato islamico; non è la prima volta infatti che il porto di Genova sia rivela crocevia per il finanziamento dell’estremismo islamico.

Lo scorso anno la Dea, l'agenzia federale antidroga, aveva avvertito l'ambasciata americana a Roma in merito al traffico dello stupefacente. Nella missiva si fa riferimento proprio ai "gruppi di eversione e di estremisti operanti in Libia, Siria e Iraq". In particolare, secondo gli inquirenti, "tale traffico è gestito direttamente dall'Isis al fine di finanziare le attività terroristiche che l'organizzazione pianifica e pone in essere in tutto il mondo".
"Quella di oggi – ha sottolineato il procuratore capo di Genova Francesco Cozzi – e' una operazione che ha tagliato una quota importante di finanziamenti alle organizzazioni terroristiche". Al di là del ricavo economico, ci sarebbe anche una questione legata al controllo del territorio. "Come avvenne in Cina con la guerra dell'oppio – ha spiegato il tenente colonnello della Gdf Carmelo Cesarei – un uso massiccio di questa sostanza rischia di destabilizzare interi paesi".

Biagio Chiariello

7) Scontro tra minibus e camion: almeno 20 bambini morti tra le fiamme in Sudafrica
L’impatto tra i due mezzi è stato così violento che subito dopo il bus carico di bimbi si è ribaltato e incendiato.

AFRICA 21 APRILE 2017  17:47 di Antonio Palma

Drammatico incidente stradale nel pomeriggio di venerdì in Sudafrica. Un minibus carico di bambini si è improvvisamente scontrato con un camion a nord-est della capitale Pretoria, nella provincia di Mpumalanga, causando diversi morti tra i bimbi. Secondo le prime notizie diffuse dai servizi di emergenza sudafricani, il bilancio parziale della tragedia è di almeno 20 bambini morti, mentre altri sarebbero stati estratti vivi dalle lamiere ma in condizioni gravissime.

Secondo  la testimonianza che il portavoce del servizio di emergenza locale ER24 ha rilasciato all'agenzia Reuters, al momento dello schianto a bordo del minibus vi erano oltre 20 bambini. Secondo la stessa agenzia di stampa, l'impatto tra i due mezzi è stato così violento che subito dopo l'autobus si è incendiato bloccando tra le lamiere i piccoli che sono morti in maniera atroce tra le fiamme.

Sul posto, sulla strada regionale R21 Pretoria – Groblersdal, sono giunte diverse squadre di vigili del fuoco e ambulanze del servizi di emergenza  che ha diffuso anche alcune terribili immagini dell'incidente dove si vede il mezzo ribaltato su un fianco e annerito dalle fiamme appena spente. Ancora incerte le cause dell'incidente che ora sono al vaglio della polizia locale

Antonio di Palma


Sempre bambini assassinati dalla fabbrica della manipolazione  attraverso i suoi organi periferici che sono tanti e sono il braccio sinistro (in tutti i sensi) degli ordini dei criminali che vogliono il dominio del mondo (VIP, e mille sottostanti in tutti campi: politici, civili, religiosi, paranormali e i loro esecutori di crimini).

L'esercito degli innocenti aumenta ogni giorno per fatti meteorologici, per incidenti, per genitori psicopatici, per insegnanti da mandare a pulire il sedere nelle case per anziani e controllati a vista.

Sta scomparendo poco alla volta il nostro futuro: forse non ce ne accorgiamo, ma è così,  tra adulti futuri genitori che sono assassinati dal potere del Disordine Mondiale e bimbi futuri uomini che scompaiono giorno dopo giorno, il cui assassinio premeditato non si ferma, grazie a guerre generate dalla sola sete di dominio e di soldi ormai diventate le modalità diaboliche della distruzione umana. Non si ferma nulla nonostante esempi fulgidi di bambini che salvano i loro genitori in pericolo e che compiono veri atti di coraggio e che potrebbero, se in aumento, oltre a farci vergognare (ad eccezione dei nostri politici che fanno finta di lottare incollati alla loro sedia) essere il futuro che si fa largo tra il male, ovvero fra le opere diaboliche sempre di supporto alla nostra futura condizione voluta dall’ordine mondiale e che vuole renderci neuro schiavi della manipolazione sempre più incalzante del nostro decondizionamento mentale e fisico.

Sfoderiamo il nostro ruggito ed attenti a non belare troppo, perché di qua a un po’ il popolo sarà guardato a vista da organi istituzionali sempre in aumento. Ma chi provoca l’aumento delle forze di polizia sul territorio? Domandiamocelo bene, senza la paura verso cui ci spingono in continuazione e che si chiama anche sindrome di Stoccolma.   

8) Lampedusa, l’uomo che non pesca più - «Dovevo salvarli tutti, li rivedo affogare»

Due mesi fa Domenico Colapinto è stato tra i primi a soccorrere i migranti del naufragio. Ora è in cura da uno psicologo - 28 novembre 2013

LAMPEDUSA - Sono passati due mesi da quando le sue mani hanno tirato su diciotto naufraghi, «senza riuscire a salvarne altri cento, altri duecento, uomini e donne, ragazzi come i miei figli che affogavano davanti a me, dannato, impotente, pure io sfinito, senza forze, come loro, ma io vivo, loro annegati».
È il tormento di un pescatore che da allora, dalla drammatica alba del 3 ottobre, 366 migranti affogati, non riesce più a tornare in mare, a mettere piede sul Molo Favarolo, a saltare sulla fiancata della «Angela C», la motonave di famiglia con la poppa infine stipata quel maledetto giorno di vivi e di morti.
È l’incubo che Domenico Colapinto, 50 anni, moglie e due figli, si porta appresso da allora ogni notte, gli occhi sgranati sull’orrore: «Rivedo le braccia unte di nafta che mi scivolano via, mentre quei cristiani spariscono fra le onde guardandomi, chiedendo...».
Lo ripete al fratello Raffaele, il proprietario della barca, quando riesce a trovarlo perché Domenico lo ammette: «Appena chiama, sudo freddo. No, non ci riesco, esco di casa e sparisco». Come ripete alla psicoterapeuta che una volta alla settimana arriva da Palermo, gli occhi dubbiosi, esitante, quasi diffidente, seduto di fronte a lei, nell’ambulatorio di Lampedusa, per raccontare di malavoglia una storia tirata fuori con le tenaglie: «Dice che se ne parlo passa. Io parlo e lei scrive. Ma io la testa ce l’ho sempre lì. Non ci deve pensare, dice. Come faccio se i morti stanno davanti ai miei occhi?».

È l’inquietudine insinuatasi in questa casetta di via Duse, all’angolo del corso principale, a due passi dalla Chiesa di Lampedusa, una porticina di alluminio sul marciapiede, il salottino come ingresso, un drappo a protezione del divano, la riproduzione di una fontana alla parete, la moglie Maria Rosa preoccupata «perché da allora non è più lo stesso». Racconta lei le notti: «Si alza, va in bagno, torna dolorante, prova a dormire, ma lo vedo sveglio fino a giorno».

È stato iscritto nell’albo degli eroi di Lampedusa, la citazione su qualche giornale, il nome echeggiato fra memorie prefettizie ed encomi locali, ma due mesi dopo tanti dimenticano e l’orrore resta dentro i pochi che si incontrano in via Roma. Fra bar, boutique e ritrovi chiusi. Il corso dei turisti frustato dal vento. Qualche migrante in libera uscita dal Centro accoglienza. Come Aregai Mehari, un trentenne di Khartum salvato quella mattina da Colapinto e diventato prezioso testimone di giustizia perché ha riconosciuto lo scafista, il somalo indicato ai magistrati di Agrigento che lo hanno fatto arrestare.
Adesso il pomeriggio è come se Colapinto e Aregai avessero sempre appuntamento davanti alla Chiesa. Con il sopravvissuto che corre verso il pescatore in analisi: «Fatti abbracciare papà». Lo chiama proprio così, Aregai, mischiando inglese e siciliano: «Io sono vivo per lui. Io sono nato di nuovo il 3 ottobre. E lui è mio papà. Come per Kibret e Semhar...».

La prima è una sua cugina partita con lui dal Sudan, l’altra è un’eritrea incrociata in Libia, salpata sulla stessa barca affondata il 3 ottobre davanti all’Isola dei Conigli. Tutte e due al cellulare di Aregai nel pomeriggio ventoso di Lampedusa. La prima da Milano, l’altra da Roma. Entrambe felici di sentire il loro salvatore. «Papà fatti forza», gli dicono le ragazze dirette in Svezia dove hanno parenti e Colapinto si illumina perché via cellulare arrivano le foto delle due donne salvate trasformando il braccio destro in una leva, per questo ancora ferito e dolorante: «Mi ero imbracato a poppa, il corpo in acqua per tirare sulla fiancata i migranti. Le ultime due sono state proprio loro, Kibret e Semhar, il braccio destro come il braccio di una gru. Lo sentivo quasi spezzarsi. Ma che si spezzi, pensavo, se in cambio riesco a salvare queste figliole che il mare non si può portare via... Erano ridotte male. Le fecero partire subito per l’ospedale di Palermo. Adesso che le sento per telefono e vedo le foto mi commuovo. E ripenso a come cominciò tutto».

Cominciò al primo chiarore quando Colapinto, impegnato a incolonnare casse di triglie e calamari a poppa, intuì il peggio: «Inforcai il cannocchiale, a prua, e vidi una marea di persone che si disperavano, già soccorsi da una barca di turisti, altri che galleggiavano fra le onde. Macchina a tutta forza, grido. Chiamo “Lampedusa Circomare” e mi dicono che le motovedette arrivano. Ma la lente del cannocchiale era un zoom sulla strage: tre vivi si reggevano su due morti, altri gridavano aggrappati a pezzi di legno, senza la barca che non c’era, calata a fondo con la stiva piena di donne e bambini... Poi, poi ci siamo messi a raccogliere i vivi e i morti. Con l’“Angela C” fai fatica, la fiancata è alta. Io passavo da poppa a prua, buttavo salvagente, ciambelle, funi, cime, ma tanti non avevano forza, non si muovevano, erano lì da tre ore, gelo e buio, a ingoiare acqua salata, assiderati. Senti gridare, ne salvi uno e l’altro non lo vedi più. Sei tu che decidi in quel momento di acchiapparne uno e di lasciare morire un altro. Come essere Dio, per un attimo. C’è una donna, gridava mio nipote Francesco da una fiancata. Vai. Ma come vado se c’è uno qui con le braccia tese. Posso lasciarlo affogare? E quella donna muore. Si, ho salvato Kibret e Semhar, ma oltre ai 18 vivi siamo tornati al porto con due donne morte e io ho chiuso a loro gli occhi, belle, lunghe, pantaloni di tuta, camicie stracciate. Come le loro vite. Che mi tornano davanti ogni notte».

Effetto indiretto, secondario e ignorato di una tragedia riflessa negli incubi del pescatore che odia il mare.


9) Siria, De Mistura: “Dal 16 al 19 maggio la ripresa dei colloqui a Ginevra”
L'inviato Onu: "L'obiettivo è ottimizzare alcuni risultati potenzialmente promettenti del recente incontro di Astana"

di redazione -  Mag 11, 2017

Dal 16 al 19 maggio a Ginevra si svolgerà il terzo round di colloqui intra-siriani tra governo e opposizione. Lo ha detto l’inviato speciale dell’Onu per la Siria Staffan de Mistura, evocando un nuovo approccio più “businnesslike” e pragmatico.

La riunione è stata indetta per la settimana prossima al fine di “battere il ferro finché è caldo” e quindi per ottimizzare alcuni risultati “potenzialmente promettenti” del recente incontro di Astana, organizzato da Russia, Turchia e Iran, sfociato in particolare in un’intesa per creare zone di de-escalation nel Paese in conflitto. “Vogliamo connettere per quanto possibile questi risultati con un orizzonte politico – ha spiegato De Mistura -. Sappiamo tutti che un cessate il fuoco o una de-escalation non funzionerà mai in assenza di un orizzonte politico a lungo termine“.

Nelle aree interessate dall’intesa di Astana si sono registrate, però, nuove violazioni del cessate il fuoco. La Turchia ne ha denunciate tre, mentre la Russia otto. Mosca, in ogni caso, “giudica stabile la situazione nelle zone della de-escalation”. Secondo il ministero della difesa si tratta di “episodi occasionali di spari con armi piccole sono stati registrati nei distretti controllati dai miliziani dei gruppi terroristici Jabhat al Nusra e Isis“.

Le forze curdo-siriane, sostenute dagli Stati Uniti, hanno intanto un inedito segnale di distensione alla Turchia, notoriamente ostile all’espansione territoriale nel nord della Siria dell’ala siriana del Pkk, formazione considerata “terrorista” da Ankara. In un comunicato citato dalla tv panaraba al Arabiya, le “Forze democratiche siriane“, una piattaforma composta da milizie curde e arabe ma dominate dall’ala locale del Pkk, hanno affermato di voler “stabilire relazioni di buon vicinato con la Turchia”. Quest’affermazione giunge in un clima teso tra Ankara, Washington e le forze curdo-siriane dopo che gli Usa hanno annunciato un maggior sostegno militare a queste ultime nel quadro della “lotta al terrorismo” dell’Isis nella Siria settentrionale confinante con la Turchia.


10) Siria: ong, 20 civili uccisi in raid

Bombardamento vicino a Raqqa, 'almeno 12 donne tra le vittime' (ANSAmed)

 

BEIRUT, 15 MAG – È di circa 20 civili uccisi, di cui 12 donne, il bilancio di raid aerei della Coalizione a guida Usa nel nord della Siria in una zona in mano all'Isis. Lo riferiscono l'Osservatorio nazionale per i diritti umani e media locali. Il bombardamento aereo ha colpito, secondo le fonti, la località di Akayrshe, a sud-est di Raqqa. Secondo alcuni resoconti il raid ha preso di mira un autobus sul quale viaggiavano civili. Altre testimonianze parlano di un bombardamento su edifici.


11) Siria, la denuncia di Amnesty: “13mila impiccagioni segrete in un carcere vicino Damasco”

Secondo Amnesty International tra il 2011 e il 2015 gruppi di 50 detenuti venivano impiccati di notte ogni settimana. L’ong ha raccolto anche testimonianze su ripetute torture e privazione sistematica di cibo, acqua e farmaci. Il governo smentisce.

8 FEBBRAIO 2017 - 11:00 di Susanna Picone

In Siria, nel carcere di  Saydnaya  vicino Damasco, in quattro anni sarebbero morte almeno tredicimila persone per mano del regime di Assad. A denunciare la strage è Amnesty International in un dettagliato rapporto intitolato “Il mattatoio umano: impiccagioni di massa e sterminio nel carcere di Saydnaya”. Secondo l’ong di notte, quando nel carcere regnava il silenzio, gruppi di 50 detenuti venivano impiccati due o tre volte a settimana. Una pratica tenuta segreta e che sarebbe andata avanti dal settembre 2011 al dicembre 2015 ma che potrebbe essere tuttora in vigore. Secondo Amnesty, molti prigionieri sarebbero morti anche per le “politiche di sterminio” delle autorità, che comprendono torture ripetute, privazione del cibo, dell’acqua e delle medicine.

Le testimonianze di torture raccolte da Amnesty

Situato a una trentina di chilometri a Nord della capitale, il carcere di Saydnaya era luogo di raccolta già prima della rivolta del 2011 per migliaia di detenuti che in seguito hanno raccontato di agghiaccianti storie di tortura. Secondo Amnesty, il penitenziario può ospitare da 10000 a 20000 detenuti, che sono in maggioranza, militanti, islamisti, e oppositori politici. Il rapporto di Amnesty si basa sui racconti di 84 testimoni tra ex detenuti, giudici, avvocati e guardie. Le impiccagioni, secondo questo rapporto, avvenivano generalmente di lunedì o martedì. I detenuti venivano portati davanti a una Corte militare e il giudice si limitava a chiedere se l’imputato aveva commesso o no i crimini. Ma in ogni caso la persona sotto accusa veniva condannata. All’imputato non veniva neppure concessa la possibilità di avere un avvocato.

Susanna Picone

12) Isis: ’sospetti test chimici su uomini'
Media Gb, militari ne avrebbero trovato traccia a Mosul

Redazione ANSA LONDRA - 21 maggio 2017 16:25 – NEWS
L'Isis avrebbe testato nei mesi scorsi armi chimiche su "cavie umane" in vista di ipotetici attacchi contro "obiettivi occidentali", inclusa la possibile contaminazione di "cibo o acqua". Lo sostengono fonti militari americane e britanniche riprese dal Times e dall'Independent.
Tracce di questi presunti esperimenti risultano essere state trovare in alcuni documenti nascosti nell'università di Mosul, nella zona riconquistata all'Isis della città dell'Iraq.
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(http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2017/05/21/isis-sospetti-test-chimici-su-uomini_2ce7e989-cd15-4fe2-85a4-f07ab2ac6622.html).

13) Incubo Isis, sospetti test chimici su cavie umane
Allarme da Usa e Gb, potrebbero voler 'contaminare acqua e cibo'

22 maggio, 09:29 – ANSA - MONDO

[Per la visione del video si rimanda al link in calce, N.d.A]


14) Isis, il Times rivela: a Mosul tracce di esperimenti chimici su cavie umane
22 MAGGIO 2017 - 08:30

I miliziani avvelenavano con pesticidi i pasti di alcuni prigionieri, morti dopo lunghi giorni di agonia. Fonti militari parlano di "prove" per attacchi contro ipotetici obiettivi occidentali

L'Isis avrebbe testato nei mesi scorsi armi chimiche su "cavie umane" in vista di ipotetici attacchi contro "obiettivi occidentali", inclusa la possibile contaminazione di "cibo o acqua". Lo sostengono fonti militari americane e britanniche riprese dal Times. Tracce di questi presunti esperimenti sarebbero state trovare in alcuni documenti nascosti nell'università di Mosul, nella zona riconquistata all'Isis della città irachena.

Documenti nascosti nell'università di Mosul, nella zona riconquistata all'Isis della città dell'Iraq.


Ad essere usati come cavie umane dai miliziani degllo Stato islamico sembra siano stati alcuni prigionieri, morti dopo un'agonia lunga anche dieci giorni in esperimenti di "stile nazista", scrive The Times. I documenti che raccontano questi orrendi crimini erano stati nascosti dalle forze speciali irachene dopo la riconquista di parte della roccaforte dei jihadisti. I militari scoprirono in alcune delle stanze occupate dall'Isis tracce di almeno due agenti chimici con cui sarebbero stati effettuati gli "esperimenti".

Secondo le ultime rivelazioni del Times, che arriverebbero dagli apparati di sicurezza americani e britannici, i jihadisti avrebbero avvelenato per giorni i pasti dei prigionieri con composti di pesticidi portandoli alla morte dopo lunghi periodi di sofferenza. Sempre nei documenti, i terroristi parlano di "arma letale ideale" e sostengono di essere in possesso "di diverse soluzioni" per raggiungere i loro scopi. Uno scenario che il Times non ha esitato a definire "un salto indietro verso il nazismo".

(http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/isis-il-times-rivela-a-mosul-tracce-di-esperimenti-chimici-su-cavie-umane_3072674-201702a.shtml).

Come quel pescatore di Lampedusa che non pesca più dopo che ha visto annegare chi stava per salvare, ma che non ce la faceva a salire a bordo e lui non riusciva a tirarli su, la tentazione è quella di abbandonare l'accumularsi di notizie non certo eclatanti e belle.

Ma c'è gente che paga con la vita la violenza, l'egoismo e l'odio di altri potenti o meno, perché potenti non significa intelligenza ma portafoglio pieno ed in grado di sottopagare i propri scagnozzi. La vita sta andando avanti così, per ora. E allora andiamo avanti anche se nei sogni ricorrono morti, uccisioni, reali che ingigantiscono e diventano sempre più deboli per affrontare adeguatamente  la disumanizzazione dell'uomo con l'assassinio di una quantità indescrivibile di gente. Chi comanda va avanti a fare riunioni che forse non hanno quell'importanza che si crede, e con un dispiegamento  di forze, i cui soldi potrebbero essere usati diversamente a favore di chi muore di fame, di sete, di mancanza di cure anche minime. Quel pescatore che non è riuscito a salvare chi stava per annegare è un simbolo che l'umanità sta anche migliorando, anche se si affinano sempre più le metodiche per piegare la stessa umanità allo strapotere di qualcuno nascosto o meno che tenta la scalata in alto, ma non si accorge di essere sulla torre di babele, il cui finale tutti conosciamo.

Grazie come sempre ai volontari seri che accompagnano come possono questi fratelli dimenticati, non aiutati dalle grandi nazioni che devono pensare a vendere armi ed a mettere gli uni contro gli altri.

15) Siria, l’Onu denuncia una “sconvolgente perdita di civili” nei raid su Raqqa Human Right Watch critica l'uso di fosforo bianco da parte della coalizione a guida Usa. Washington smentisce

di redazione – Interris - Giu 14, 2017
                                                            
I bombardamenti su Raqqa, roccaforte in Siria dell’Isis, da parte della Coalizione a guida Usa hanno provocato una “sconvolgente perdita di civili“. Lo hanno denunciato – secondo la Bbc – i responsabili Onu che indagano sui crimini di guerra.

Human Rights Watch ha intanto criticato l’uso di bombe al fosforo bianco da parte della Coalizione internazionale sulla roccaforte jihadista, anche se ha aggiunto di non essere in grado di “verificare indipendentemente” se tali armi abbiano provocato vittime civili. Nelle ultime settimane fonti degli attivisti hanno denunciato raid con armi al fosforo bianco contro l’Isis sia a Raqqa sia a Mosul, in Iraq, ma gli Stati Uniti hanno sempre smentito di averne fatto un uso illegale. Secondo le convenzioni internazionali, il fosforo bianco, che può provocare gravissime ustioni sulle persone, può essere impiegato per illuminare il campo di battaglia o provocare cortine di fumo, ma non per colpire aree abitate.

“Indipendentemente da come sia usato, il fosforo bianco pone un alto rischio di ferite orribili e di lunga durata in città popolose come Raqqa e Mosul e in ogni altra area con alta concentrazione di civili”, afferma Steve Goose, direttore per il controllo sugli armamenti di Human Rights Watch. “Le forze a direzione Usa – ha aggiunto Goose – devono prendere tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo il danno sui civili quando usano il fosforo in Iraq e in Siria”


16) Siria, Onu denuncia centinaia di vittime civili in raid Usa a Raqqa: usate bombe al fosforo

Commissari Onu che indagano sui crimini di guerra in Siria denunciano centinaia di vittime civili provocate dai raid Usa, intanto la coalizione anti Isis ammette l’uso di bombe al fosforo.

MEDIO ORIENTE 15 GIUGNO 2017  10:39 di Antonio Palma

Siria, la battaglia di Raqqa sembra entrata nell'ultimo quarto

Caricato da askanews

La battaglia per la liberazione di Raqqa, la roccaforte dell'Isis in Siria, si sta rivelando una catastrofe umanitaria per i civili intrappolati in città tra bombe, combattimenti e mine. Secondo quanto denunciato dai responsabili Onu che indagano sui crimini di guerra in Siria, infatti, negli ultimi giorni dell'offensiva della coalizione arabo curda guidata dagli Stati Uniti (SDf), la città è stata obiettivo di decine di raid aerei da parte degli Usa che hanno causato almeno 300 vittime tra i civili. L'operazione militare, iniziata la scorsa settimana con un attacco terrestre sostenuto da bombardamenti aerei, ha trasformato l'intera area in un cumulo di macerie  facendo centina di vittime e migliaia di sfollati.

Secondo uno dei commissari Onu, circa duecento morti sarebbero stati causati dai bombardamenti aerei in un unico villaggio preso di mira dai caccia Usa. "In particolare notiamo che l'intensificazione degli attacchi aerei, che hanno posto il terreno per un avanzamento di SDF a Raqqa, ha portato non solo alla sconvolgente perdita di vite tra i civile, ma ha anche portato a 160mila sfollati costretti a fuggire dalle loro case", ha aggiunto il presidente della commissione d'inchiesta ONU, Paulo Pinheiro, sottolineando: "L'imperativo di combattere il terrorismo non deve avvenire a spese dei civili che si trovano a vivere senza volerlo in aree dove  è presente l'Isis". In città infatti vi sono decine di migliaia di civili, prigionieri di guerra, donne Yazidi recluse e alcune migliaia di militanti Isis".

Siria, milizie arabo-curde conquistano quartiere di Raqqa ovest

Caricato da askanews

Dell'alto numero di vittime civili dell'offensiva si era parlato già la scorsa settimana, quando sono emersi alcuni filmati in cui si vedono aerei della coalizione lanciare su Mosul, l'altra ex roccaforte Isis, in Iraq, bombe al fosforo bianco, munizioni che ricadendo a terra provocano ustioni profonde che raggiungono i muscoli e le ossa. "Non importa in che modo sia usato, il fosforo pone un alto rischio di gravi danni a lungo termine per città densamente abitate come Raqqa e Mosul, e in altre zone dove c'è un'alta concentrazione di civili" ha denunciato la Ong Human Rights Watch, aggiungendo: "Le forze Usa dovrebbero utilizzare tutte le precauzioni possibili per ridurre al minimo la possibilità di colpire i civili mentre usano il fosforo bianco in Iraq e Siria".

La conferma dell'uso di bombe al fosforo sarebbe arrivata dal generale delle forze armate neozelandesi Hugh Mc Aslan che però ha parlato di raid proprio per salvare i civili.

"Abbiamo fatto uso del fosforo bianco a Mosul per creare una cortina di fumo e consentire ai civili di fuggire", avrebbe spiegato l'alto ufficiale a una radio pubblica americana secondo quanto scrive Le Monde, assicurando che "la coalizione prende tutte le ragionevoli precauzioni per limitare il rischio di lesioni accidentali a non combattenti e danni alle strutture civili". Seppur non vietato in generale, l'uso del fosforo bianco è proibito contro qualsiasi obiettivo militare che si trova in aree in cui si concentrano civili.

Antonio Palma


17) Nei paesi ricchi povero un bambino su 5


15 giugno 2017 – Secondo il 14° rapporto della serie Report Card, "Costruire il futuro - I bambini e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile nei paesi ricchi”, reso pubblico oggi dall’UNICEF-Centro di Ricerca Innocenti (IRC), un bambino su cinque, nei Paesi ricchi, vive in relativa povertà economica e uno su 8 si trova ad affrontare problemi di insicurezza alimentare


“Costruire il futuro" è il primo rapporto che valuta le condizioni dei bambini in 41 Stati ad alto reddito in relazione agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) identificati come i più importanti per il loro benessere.

Lo studio stila una classifica dei paesi in base alla loro performance ed elenca le sfide e le opportunità che le economie avanzate affrontano per raggiungere gli impegni globali a favore dei bambini.

Circa 1 bambino su 10 nei paesi ad alto reddito vive in famiglie in cui neppure un genitore ha un impiego stabile.

Fra i giovani fra i 15 e i 19 anni di questi Stati circa 1 su 13 non lavora, non studia e non segue un programma di formazione (NEET).

Nei paesi ad alto reddito (dato 2012) il suicidio è la principale causa di morte tra i giovani di ambo i sessi tra i 15 e i 19 anni, con il 17,6% della mortalità totale registrata in questa fascia di età.

E almeno 1 bambino su 10, nei paesi esaminati, è regolarmente vittima di bullismo.

Il rapporto misura la qualità della vita dei bambini e degli adolescenti nei paesi ricchi in base agli indicatori degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. 

Porre fine alla povertà: in media, 1 bambino su 5 nei paesi ad alto reddito vive in povertà reddituale relativa, sebbene ci siano delle differenze rilevanti, da 1 su 10 in Danimarca, Islanda e Norvegia, a 1 su 3 in Israele e Romania.

Porre fine alla fame: una media di 1 bambino su 8 in paesi ad alto reddito affronta insicurezza alimentare, aumentando a 1 su 5 nel Regno Unito e negli Stati Uniti e a 1 su 3 in Messico e Turchia.

Assicurare una vita in salute: la mortalità neonatale è calata drasticamente nella maggior parte dei paesi; e i tassi di suicidio fra gli adolescenti, di fertilità adolescenziale e di alcolismo stanno diminuendo. Tuttavia, 1 adolescente su 4 ha riportato di soffrire di 2 o più sintomi psicologici per più di una volta a settimana.

Assicurare istruzione di qualità: anche nei paesi con risultati migliori, inclusi Giappone e Finlandia, circa un quinto dei quindicenni non raggiunge livelli di competenza minimi in lettura, matematica e scienze.

Raggiungere la parità di genere: in media, il 14% degli adulti intervistati in 17 paesi ricchi ritiene che l’istruzione universitaria sia più importate per i ragazzi che per le ragazze.

Italia, bambini sotto stress ma senza fenomeni estremi  

L'Italia occupa una posizione intermedia (24° posto sui 41 Stati dell'UE e dell'area OCSE presi in esame) nella tabella generale di confronto relativa ai 9 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile analizzati.

Il nostro paese ricopre una posizione di eccellenza in "Pace, giustizia e istituzioni efficaci" (2° posto), mentre ottiene il suo risultato peggiore nell’obiettivo "Eliminazione della povertà" (31° posto).

In Italia il 25,1% dei bambini vive in povertà reddituale relativa e il 51% in povertà multidimensionale (il 5° tasso più alto).

Con l'11,2% dei 15-19enni che non lavora, non studia e non segue un programma di formazione (NEET) il nostro paese si colloca nell’ultimo terzo della classifica per questo obiettivo (30°); il 9,7% dei minorenni vive in famiglie senza lavoro.

L'Italia ha la più alta percentuale di bambini di età compresa tra gli 11 e i 15 anni che riferiscono di soffrire di due o più sintomi di disagio psicologico per almeno una volta alla settimana (36,5%).

L’Italia occupa il quintultimo posto per tasso di omicidio infantile nella tabella (0,19 casi su 100.000).

Il tasso di bullismo cronico auto-segnalato è il terzo più basso per questo gruppo di paesi (il 5,2% degli 11-15enni ha subito episodi di bullismo almeno due volte al mese).


- Il tasso di suicidio tra gli adolescenti (15-19 anni) è di 1,9 su 100.000 (il secondo più basso). Il paese ha anche il quarto tasso di ubriachezza più basso tra i bambini di età compresa tra 11 e 15 anni, pari al 4,4%.

La Report Card 14 è un campanello d’allarme, che ci ricorda che anche nei paesi ad alto reddito il progresso non va a beneficio di tutti i bambini” sottolinea Sarah Cook, direttrice del Centro di Ricerca dell'UNICEF Innocenti. “Redditi più alti non portano automaticamente a condizioni migliori per tutti i bambini, possono anzi aggravare le disparità. I governi di tutti i paesi devono agire per assicurare che le differenze vengano ridotte e che si effettuino progressi per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per i bambini.”

La classifica risulta positiva per quei paesi, fra i 41 analizzati, che appaiono spesso ai primi posti nelle ultime analisi comparative sullo sviluppo umano e infantile – Scandinavia, Germania e Svizzera –, meno positiva per i paesi del gruppo con reddito inferiore, tra cui Romania, Bulgaria e Cile.

Tuttavia un’analisi più attenta rivela la presenza di margini di miglioramento ovunque, dato che tutti i paesi si collocano su due o più obiettivi a metà o nell’ultimo terzo della classifica.

Per alcuni indicatori – disuguaglianza di reddito, salute mentale autodichiarata degli adolescenti e obesità – il trend mostra motivi di preoccupazione nella maggior parte dei paesi ricchi.

In due terzi degli Stati esaminati le famiglie più povere con bambini si trovano oggi ancora più penalizzate rispetto alla media del 2008.

Il tasso di obesità tra i giovani tra gli 11 e i 15 anni e il numero di adolescenti che hanno riportato di soffrire di 2 o più sintomi psicologici ogni settimana sta aumentando nella maggior parte dei paesi. Sebbene molti paesi abbiano compiuto grandi progressi su diversi indicatori, rimangono ancora profonde differenze in altre aree. I livelli di reddito nazionali non rivelano tutte queste differenze: per esempio, la Slovenia è molto più avanti rispetto a paesi decisamente più benestanti su molti indicatori, mentre gli Stati Uniti si classificano al 37esimo posto su 41 nella classifica generale.

Sulla base dei risultati presentati nella Report Card 14, l’UNICEF chiede ai paesi ad alto reddito di intraprendere azioni in 5 aree chiave:

- Mettere i bambini al centro di un progresso equo e sostenibile – Migliorare il benessere di tutti i bambini oggi è fondamentale per raggiungere sia equità sia sostenibilità.

- Non lasciare nessun bambino indietro – Le medie nazionali spesso nascondono estreme disuguaglianze e una condizione di grande svantaggio dei gruppi più poveri.

- Migliorare la raccolta di dati comparabili – In particolare sulla violenza sui bambini, sullo sviluppo della prima infanzia, sulle migrazioni e sul genere.

- Utilizzare le classificazioni per adattare le risposte politiche in base ai contesti nazionali – Nessun paese ha avuto risultati positivi su tutti gli indicatori del benessere per i bambini e tutti i paesi stanno affrontando delle sfide per raggiungere almeno alcuni degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibili incentrati sui bambini.

- Onorare gli impegni presi per lo sviluppo globale sostenibile – Il quadro globale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile impegna tutti i paesi in un’impresa globale.

Onorare gli impegni presi per lo sviluppo globale sostenibile – Il quadro globale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile impegna tutti i paesi in un’impresa globale.

Per scaricare il PDF del Rapporto UNICEF Report Card 14 "Costruire il futuro": https://www.unicef.it/Allegati/Costruire_il_futuro.pdf

(https://www.unicef.it/doc/7633/nei-paesi-ricchi-povero-un-bambino-su-5.htm).

18) L’Unicef e la povertà nei Paesi agiati: “Un bambino su 8 vittima di insicurezza alimentare”

L'ente delle Nazioni unite evidenzia i dati nel rapporto "Costruire il futuro": 1 minore su 5 in condizioni di povertà relativa in Stati ricchi

di redazione -  Giu 17, 2017Blog 15 giugno 2017 di: Dazebao (da Interris Articolo 21)


Nascere in un Paese agiato e vivere in condizioni ugualmente benestanti, a quanto pare, sono due fattori che non sempre corrispondono. Questo, almeno, quanto emerso dai dati raccolti dall’Unicef sul tenore di vita dei bambini in 41 Paesi ad alto reddito, convogliati nel rapporto “Costruire il futuro – I bambini e gli obiettivi di sviluppo sostenibile nei Paesi ricchi”. Numeri interessanti che, in un certo senso, aprono una finestra sulle condizioni di vita dei minori in Stati che, almeno apparentemente, risultano condurre un’esistenza agiata. In realtà, come specificato dalla direttrice dell’Unicef Innocenti, Sarah Cook, “redditi più alti non necessariamente portano a condizioni migliori per tutti i bambini, anzi possono aggravare la disparità”.

Unicef: “Un bimbo su 5 in povertà”
I dati sono calcolati in base agli obiettivi di sviluppo dei rispettivi Stati i quali, in qualche modo, vanno a influire sulla disuguaglianza sociale, non equiparando in molti casi i tenori di vita di tutte le fasce di una determinata società. Da qui, ad esempio, la messa in evidenza di una percentuale di insicurezza alimentare per un bambino su 8, mentre almeno 1 su 5 vive in condizioni di povertà relativa. Altrettanto interessante è notare come nella fascia di età compresa fra i 15 e i 19 anni, in molti Paesi, vi sia un’elevata percentuale di giovani che non lavora e non studia ma, allo stesso tempo, non segue un programma di formazione adeguato. E questo, in modo piuttosto impensabile, si verifica in Paesi su alti livelli di sviluppo.

Soluzioni efficaci
Anche l’Italia è rientrata nell’indagine Unicef e, a questo proposito, è emerso un ritardo piuttosto corposo del nostro Paese nel campo dell’Eliminazione della povertà. L’ente delle Nazioni unite ha indicato che, in Italia, il 25,1% dei bambini vive in condizioni di povertà relativa, mentre il 51% di povertà multidimensionale. Dati significativi che, a quanto pare, mostrano come anche in Paesi avanzati a livello di sviluppo emergano disuguaglianze sociali altrettanto marcate. L’obiettivo dell’Unicef, in questo senso, è premere per l’adozione di efficaci programmi di formazione che tengano conto dei minori compresi in ogni fascia di reddito e, allo stesso tempo, applicare soluzioni che impediscano la nascita di differnziazioni in società. Non ultimo, migliorare la comparazione dei dati su temi strettamente correlati alla vita sociale come l’immigrazione, la violenza sui minori, il bullismo e lo sviluppo della prima infanzia.


Si rilevano significative differenze fra diversi Paesi: da un bambino su 10 in povertà  relativa in Danimarca, Islanda e Norvegia si passa a uno su tre in Israele e Romania. In due terzi dei paesi ad alto reddito, il 40% più povero delle famiglie con bambini ha un reddito minore rispetto al 10% più ricco. Questo divario di reddito si é ridotto notevolmente in Islanda successivamente alla crisi finanziaria del 2008, mentre é aumentato significativamente in Australia, Estonia, Grecia, Ungheria, Slovacchia e Spagna. Nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito, il divario di reddito fra il 10% più povero della popolazione e coloro che si trovano nella mediana é aumentato dal 2008. Circa un bambino su 10 nei Paesi ad alto reddito vive in famiglie in cui nessun adulto possiede un impiego: questo numero aumenta a circa 1 bambino su 7 in Bulgaria, Ungheria, Nuova Zelanda, Spagna e Regno Unito e a circa 1 su 5 in Irlanda. Un bambino su otto in Paesi ad alto reddito soffre di insicurezza alimentare: ciò significa che non ha un accesso garantito a cibo sufficiente, sicuro e nutriente. I tassi di insicurezza alimentare tra i bambini variano notevolmente: da 1 su 70 in Giappone a 1 su 3 in Messico e Turchia. Anche l’obesità é una forma di malnutrizione, e la sua incidenza é in aumento, con rare eccezioni, in tutti i Paesi. Tutti i Paesi ad alto reddito hanno già ridotto i propri tassi di mortalità neonatale al di sotto del traguardo globale di 12 morti per 1.000 nati vivi. La Slovenia ha più che dimezzato il proprio tasso di mortalità neonatale tra il 2005 e il 2015. Nei Paesi ad alto reddito, nel 2012, il suicidio é stato la principale causa di morte tra i giovani di 15-19 anni di entrambi i sessi, avendo provocato il 17,6% di tutti i decessi. In media gli adolescenti maschi presentano tassi di suicidio tre volte più elevati di quelli femminili, anche se i tentati suicidi tra le adolescenti sono due volte più numerosi che tra i maschi. Le misurazioni delle competenze di base nella lettura, nella matematica e nell’alfabetizzazione scientifica indicano che, nei Paesi ad alto reddito, 1 quindicenne su 3 non raggiunge un livello di competenze basilare. Persino nei Paesi più virtuosi, questa proporzione si assesta a un quindicenne su cinque.

I bambini migranti privi di documenti sono esclusi dall’istruzione scolastica in Bulgaria, Finlandia, Ungheria Lettonia e Lituania. In media, il 14% degli adulti nei Paesi del campione ritiene che l’istruzione superiore sia più importante per i ragazzi che per le ragazze, seppur con un ampio ventaglio di opinioni: l’idea é sostenuta dal 3% degli intervistati in Svezia e dal 32% in Turchia. Alla fine del 2013, le donne rappresentavano il 55% dei diplomati di scuola superiore e il 58% dei laureati con un titolo di primo livello nei paesi OCSE. Nonostante ciò, le donne guadagnano in media il 15,5% in meno rispetto agli uomini e detengono solo il 27,9% dei seggi nelle assemblee legislative nazionali. La frequenza dell’ubriachezza fra gli adolescenti sta diminuendo nei paesi ad alto reddito: in Bulgaria e in Danimarca, nel 2014, il 13% dei bambini fra gli 11 e i 15 anni si era ubriacato almeno una volta nel corso del mese precedente. Un valore 7 volte maggiore a quello del Paese con l’incidenza minore, l’Islanda. Nove degli 11 paesi con i tassi più elevati si trovano nell’Europa centrale e orientale. Le nazioni dell’Europa meridionale hanno generalmente tassi di ubriachezza tra gli adolescenti inferiori alla media. Il tasso di fertilità adolescenziale sta diminuendo in tutti i Paesi ad alto reddito. I progressi sono stati particolarmente marcati in Islanda, che ha ridotto il proprio tasso del 63,5% fra il 2005 e il 2015; ma altri 10 Paesi hanno messo a segno riduzioni superiori al 40%. Fra i giovani tra i 15 e i 19 anni nei Paesi ad alto reddito, circa 1 giovane su 13 non lavora, non studia e non segue un programma di formazione (NEET); la quota di questi giovani inattivi é molto più alta in Europa meridionale e in America Latina, i tassi più bassi si riscontrano nell’Europa settentrionale e centrale. Il 6% delle donne europee fra i 18 e i 29 anni ha affermato di essere stata vittima di violenze sessuali da parte di adulti prima dei 15 anni. Danimarca, Francia, Regno Unito e Lussemburgo hanno riportato tutti tassi superiori alla media. Almeno un bambino su 10 nei Paesi esaminati é regolarmente vittima di bullismo, con un’incidenza particolarmente elevata nei paesi baltici. La metà dei Paesi ad alto reddito studiati non rispetta gli standard di sicurezza fissati dall’Oms per la qualità dell’aria urbana; i bambini sono particolarmente vulnerabili a questo tipo di inquinamento. 

(http://www.corrierequotidiano.it/1.65944/cronaca/3715/italia-al-24%C2%B0posto-lo-sviluppo-sostenibile-nei-paesi-ocse). 


19) Guerre, violenze, persecuzioni: nel 2016 il più alto numero di rifugiati mai registrato

Blog - 20 giugno 2017 - di: Carta di Roma 

Secondo il rapporto dell’Unhcr, il fenomeno delle migrazioni forzate causate da guerra, violenze e persecuzioni in tutto il mondo, nel 2016 ha colpito 65,6 milioni di persone. Il livello più alto mai registrato. 
Il Global Trends 2016 è la principale indagine sui flussi migratori a livello mondiale condotta dall’Unhcr e afferma che, alla fine del 2016, le persone costrette ad abbandonare le proprie case nel mondo sono 65,6 milioni – circa 300.000 in più rispetto all’anno precedente.
Il totale di 65,6 milioni è costituito da tre componenti principali. La prima è il numero dei rifugiati a livello mondiale, 22,5 milioni, il più alto mai registrato. Di questi, 17,2 milioni ricadono sotto il mandato dell’Unhcr, mentre i rimanenti sono rifugiati palestinesi sotto il mandato dell’organizzazione sorella Unrwa. Il conflitto in Siria rimane la principale causa di origine di rifugiati (5,5 milioni), ma nel 2016 il principale elemento è stato il Sud Sudan, dove l’interruzione del processo di pace ha contribuito alla fuga di 739.900 persone alla fine dell’anno.
La seconda componente è data dalle persone sfollate all’interno del proprio Paese, il cui numero si è attestato a 40,3 milioni alla fine del 2016 (rispetto ai 40,8 milioni dello scorso anno).
La terza componente sono i richiedenti asilo: alla fine del 2016 il numero di richiedenti asilo a livello mondiale è stato di 2,8 milioni.
65,6 milioni di persone in questa situazione vuol dire che, in media, nel mondo, 1 persona ogni 113 è costretta ad abbandonare la propria casa. «È una situazione inaccettabile da cui emerge sempre più chiaramente la necessità di solidarietà e di uno sforzo comune nel prevenire e risolvere le crisi, assicurandosi nel frattempo che rifugiati, sfollati interni e richiedenti asilo siano adeguatamente protetti e assistiti in attesa che vengano trovate soluzioni adeguate» ha dichiarato l’alto commissario delle nazioni unite per i rifugiati, Filippo Grandi. «Dobbiamo fare di più per queste persone. In un mondo in conflitto, quello che serve sono determinazione e coraggio, non paura».

Reinsediamento e paesi di provenienza

I Global Trends hanno inoltre rilevato come le migrazioni forzate abbiano riguardato persone che in precedenza non erano mai state costrette ad abbandonare le proprie case. Nel 2016, sono stati 10,3 milioni i nuovi migranti forzati, circa due terzi di loro (6,9 milioni) sono fuggiti all’interno dei confini nazionali. Ciò significa che nel mondo ogni 3 secondi 1 persona è costretta ad abbandonare la propria casa – meno del tempo necessario per leggere questa frase.
Tuttavia il 2016 ha portato anche prospettive di miglioramento: circa 37 Paesi hanno ammesso un totale di 189.300 rifugiati ai propri programmi di reinsediamento. Circa mezzo milione di altri rifugiati hanno potuto fare ritorno nei loro Paesi di origine e circa 6,5 ​​milioni di sfollati interni sono tornati nelle loro zone, anche se molti sono restati comunque in condizioni di incertezza.
In tutto il mondo, alla fine del 2016 la maggior parte dei rifugiati – l’84% – si trovava in Paesi a basso o medio reddito, con una persona su tre (per un totale di 4,9 milioni) ospitata nei Paesi meno sviluppati. Da questo squilibrio conseguono diverse osservazioni: la continua mancanza di consenso internazionale in materia di rifugiati e la vicinanza di molti Paesi poveri alle regioni in conflitto, tra le altre. Emerge inoltre la necessità dei Paesi e delle comunità ospitanti di ricevere risorse e sostegno, senza i quali c’è il rischio che possano crearsi situazioni di instabilità, con conseguenze sulle operazioni umanitarie o sui flussi migratori secondari.
La Siria è ancora il Paese con il numero più alto di persone in fuga: 12 milioni di individui sfollati interni al Paese o fuggiti all’estero come rifugiati o richiedenti asilo. Inoltre, colombiani e afghani, rispettivamente con 7,7 e 4,7 milioni, rappresentano anche quest’anno, la seconda e la terza popolazione di rifugiati più vasta, seguiti da iracheni (4,2 milioni) e sud sudanesi (3,3 milioni).
I bambini costituiscono la metà dei rifugiati del mondo. Nel 2016 le richieste di asilo presentate da bambini non accompagnati o separati dai loro genitori sono state 75.000. Un numero che, secondo il rapporto, rappresenta probabilmente una sottostima della situazione reale.
L’Unhcr stima che, alla fine del 2016, almeno 10 milioni di persone risultavano prive di nazionalità o a rischio apolidia. Tuttavia, i dati raccolti dai governi e comunicati all’Unhcr riferivano soltanto di 3,2 milioni di persone senza nazionalità in 75 Paesi.
Spiace chiudere anche questo raccapricciante articolo che parla solo di violenza di ogni tipo verso cui ci stanno spingendo con toni che i vari presentatori mediatici ci fanno sorbire con prolungati e dettagliatissimi particolari e con toni drammatici, enumerando i morti in Europa e dimenticandosi però dei morti assassinati della Siria, dell’Afganistan, della Somalia e di altre zone dove i deceduti superano di decine di migliaia quelli declamati. Non lo so, ma i morti dell’est sono differenti dai morti occidentali? O non sono abbastanza importanti da essere ricordati, visto che non osano chiedere giustizia perché vengono mazzolati dai corpi speciali?

Tenete sempre presente che ci sono tecniche psicopatologiche per manipolare la gente politicamente, economicamente ed anche pseudo - religiosamente con strumenti tecnologici sempre più evoluti: lo scenario di vita che ci vogliono imporre è la continua paura e il terrore di vivere, affinché questo condizioni noi ed i nostri figli e nipoti. Ma gli stessi bambini si stanno ribellando anche se la violenza si abbatte su di loro. La manipolazione delle masse è da un pezzo in atto: ragioniamo con la nostra testa e non con quella che ci propongono in continuazione politici, consiglieri i cui diplomi sono tutti da ridere.
E proprio in nome dei bambini del futuro, chiudiamo con la storia di un bambino speciale.
20) La storia di IQBAL MASIH: un bambino coraggioso

Era nato nel 1983 Iqbal Masih e aveva quattro anni quando suo padre decise di venderlo come schiavo a un fabbricante di tappeti. Per 12 dollari. 

È l'inizio di una schiavitù senza fine: gli interessi del "prestito" ottenuto in cambio del lavoro del bambino non faranno che accrescere il debito.

Picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, Iqbal inizia a lavorare per più di dodici ore al giorno. È uno dei tanti bambini che tessono tappeti in Pakistan; le loro piccole mani sono abili e veloci, i loro salari ridicoli, e poi i bambini non protestano e possono essere puniti più facilmente.

Un giorno del 1992 Iqbal e altri bambini escono di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere alla celebrazione della giornata della libertà organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato (BLLF). Forse per la prima volta Iqbal sente parlare di diritti e dei bambini che vivono in condizione di schiavitù. Proprio come lui. Spontaneamente decide di raccontare la sua storia: il suo improvvisato discorso fa scalpore e nei giorni successivi viene pubblicato dai giornali locali.

Iqbal decide anche che non vuole tornare a lavorare in fabbrica e un avvocato del BLLF lo aiuta a preparare una lettera di "dimissioni" da presentare al suo ex padrone. Durante la manifestazione Iqbal conosce Eshan Ullah Khan, leader del BLLF, il sindacalista che rappresenterà la sua guida verso una nuova vita in difesa dei diritti dei bambini. Così Iqbal comincia a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventa simbolo e portavoce del dramma dei bambini lavoratori nei convegni, prima nei paesi asiatici, poi a Stoccolma e a Boston:

"Non ho più paura di lui - dice riferendosi al suo padrone - è lui che ha paura di me, di noi, della nostra ribellione. "Da grande voglio diventare avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo". Iqbal ricomincia a studiare senza interrompere il suo impegno di piccolo sindacalista. Sarebbe diventato un avvocato, ne aveva la stoffa.
Ma la storia della sua libertà è breve. Il 16 aprile 1995, domenica di Pasqua, gli sparano a bruciapelo mentre corre in bicicletta nella sua città natale Muridke, con i suoi cugini Liaqat e Faryad. Due raffiche di proiettili gli tolgono la vita e Iqbal si accascia sulla bicicletta con cui stava finalmente giocando.

"Un complotto della mafia dei tappeti" dirà Ullah Khan subito dopo il suo assassinio. Qualcuno si era sentito minacciato dall'attivismo di Iqbal, la polizia fu accusata di collusione con gli assassini. Di fatto molti dettagli di quella tragica domenica sono rimasti poco chiari.

Aveva solo 12 anni. E mentre i suoi assassini sono liberi, il giornalista pachistano che ne ha raccontato la storia é stato accusato di un grave reato: "danneggia il commercio estero della nazione".

Con i 15 mila dollari del Premio Reebok per la Gioventù in Azione ricevuti nel dicembre '94 a Boston, Iqbal voleva costruire una scuola perché i bambini schiavi potessero ricominciare a studiare...

(http://www.sanstino.it/index.php?area=20&menu=125&page=342).

A Iqbal si ispira un film del 1998, un romanzo del 2001 e un film di animazione del 2015, “Iqbal - Bambini senza paura”, diretto da Michel Fuzellier e Babak Payami, che si ispira al succitato romanzo “Storia di Iqbal” di Francesco d'Adamo. Tale film di animazione ha il preciso scopo, nel rivolgersi ai più piccoli, di esaltare il ruolo di questo bambino coraggioso regalando alla sua storia un lieto fine.

Citiamo dalla recensione tratta da Edizioni Paoline:


Una possibile lettura


Iqbal è diventato il simbolo della lotta allo sfruttamento dei bambini. Un argomento complesso che il film racconta attraverso una trama semplice e avvincente focalizzando lo sguardo dei piccoli spettatori, e non solo, su una condizione di estrema povertà. La scelta degli autori di un doppio livello narrativo messi in rilievo da una differente grafica che distingue anche visivamente la realtà dal sogno, rafforza le emozioni regalando una ricchezza di colori e creatività. Al termine del film troviamo un rovesciamento delle regole educative che vedono i bambini in ascolto silenzioso degli insegnanti. Qui sono i grandi a ricevere una lezione da un ragazzo. Una visione inequivocabile del film che riconosce come anche gli adulti possono imparare dai più piccoli. Malgrado la spaventosa condizione in cui è costretto a vivere, il piccolo protagonista non smette mai di rincorrere i suoi sogni esorcizzando così le paure e rafforzando la speranza di una vita migliore. Con tenacia e un forte senso di responsabilità, porta gli amici di sventura a riconquistare la fanciullezza, la fantasia, l'amicizia, ritrovando la bellezza e la forza del vivere liberi. Oggi purtroppo diventa sempre più difficile mettere in crisi la coscienza del mondo. Le notizie di violenze, soprusi e maltrattamenti ci vengono mostrate con una tale frequenza che noi rischiamo di non percepirle più come drammi dell'umanità. E qui si pone una domanda: nel nostro cuore c'è ancora spazio per reagire e indignarsi di fronte alle ingiustizie?

(Continua su: http://www.paoline.it/blog/musica-arte-e-cultura/1458-iqbal-bambini-senza-paura.html).


Grazie ancora a tutti i veri volontari che sacrificano la loro vita e il cui aiuto incredibile li getta anche in penose conseguenze psicologiche. Ma Qualcuno sta scrivendo tutto e forse il suo libretto di appunti è quasi pieno.