All'attacco, Bambini!

di Giorgio Gagliardi

domenica 9 aprile 2017

Il Mar Mediterraneo e le città siriane si stanno trasformando in cimiteri; intanto si discute ancora. I politici e nemmeno l'ONU sanno intervenire decisamente e i migranti muoiono nell'attesa del domani/The Mediterranean Sea and Towns Such as Those in Syria Are Turning into Cemeteries, While Discussions Continue. Neither Politicians nor the UNO Know how to Intervene Effectively and the Migrants Die as They Await Tomorrow

1) Nelle guerre attuali chi è il vero nemico che si traveste, ma spara sempre.
«Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Iddio: 

Hanno detto che era stata sancita la pace in Siria, ma ad Aleppo e Mosul si continua a bombardare: Assad e compagni. Anche a Ginevra si combinerà qualcosa, sebbene chi partecipa è molto dubbioso, per non accennare ai gas che sono sempre stati usati, ma che cercano sempre i depositi che si spostano come le cavallette.

I kamikaze continuano a farsi saltare in aria e muoiono loro e chi sta loro vicino. I media riportano i casi più importanti perché ormai sono troppi e cercano le notizie meno pesanti e meno nere per poter dire che si sta facendo qualcosa. Vero! Ma è vero anche il contrario e i negoziati ad Astana sono stati accompagnati da un bombardamento Russia-Usa che è subito è stato smentito dai singoli rappresentanti: le bombe però sono cadute dal cielo e hanno colpito città con relativi morti, feriti e distruzione e un ulteriore peggioramento delle condizioni di  vita.

Intanto i pappagallini verdi sono ancora in circolazione per colpire i bambini che li raccolgono e restano senza mani, ciechi e futuri invalidi disperati, perché avranno una vita da paura, ma poca gente conosce la storia dei pappagallini gialli che, mi sembra c'erano anche nell'ultima grande guerra...

E intanto si continua a bombardare quello che è rimasto ad Aleppo e dintorni, anche se la gente che non può muoversi circola per quanto è possibile lungo le macerie della città stando attenta ai cecchini che ci sono ancora, nonostante le riunioni internazionali che lasciano tutto come prima. Quando c'è una notizia certa di un attacco da chissà chi che si conosce bene, subito intervengono i soliti doppiogiochisti a imbrogliare le carte e a suggerire altri giochi occulti o meno, ma ricordiamoci che chi tira le fila sono sempre quelli che hanno solo interesse alle loro tasche attraverso infinite vie che non si trovano più, ma che conoscono bene loro e da un gran pezzo. Non illudiamoci: sono sempre quelli dal 1700/1800 e che non sono poi così nascosti; il fatto è che stanno uniti e serrati, ma attraverso altre figure di spicco sfuggono alla gran parte di chi sta lottando con armi che provengono da loro attraverso giri sempre meno conosciuti e si ritrovano le stesse armi in chi combattono perché anche questi sono foraggiati da loro.

Oggi siamo allo sbando più nero e coloro che pagano sono quelli coinvolti in guerre che non vorrebbero, ma sono costretti a subire. Sono decimati lo stesso, ma a loro indicano un nemico da perseguire, un  nemico che è in realtà difeso da nazioni che hanno contro altre nazioni ed il gioco diventa sempre più difficile da capire. Qualche politica si è espressa dicendo che tutto si ferma con la politica: bene “ipse dixit”, ha detto la sua e tutto per lei è a posto, ma non dormono tranquilli quelli che quando vanno a letto senza sapere cosa succederà di notte e se si sveglieranno il mattino dopo, vittime, volontari, infiltrati.

La seconda guerra mondiale durò all' incirca quattro anni; la guerra in Siria e le sistematiche rivolte in Libia, Centro Africa, Iran, Afganistan sono ancora in corso: sei anni non sono sufficienti a smaltire le armi che vengono sempre acquistate e giustificate con le sceneggiate tragiche dei morti che realmente spariscono dalla faccia della terra e che non volevano quella fine, in cui quasi nessuno sa riconoscere i propri familiari. Sembrerebbe che anche grandi associazioni subiscano pressioni non indifferenti: voce di popolo, di infiltrati o verità seminascoste. Muoiono anche i volontari che credono ancora nella razza umana e l'aiutano a costo della propria vita.

Ricordatevi che c'è sempre un Dio superiore a quei figuri e che sta aspettando qualcosa  e Quello ha una memoria di acciaio e il “redde rationes” é per tutti, a cominciare da coloro che sono accodati al “piccolo corno dell’Apocalisse”.

Care vittime e figli di vittime e volontari di ogni tipo, vi accompagniamo come possiamo.
Fonti:

- Siria, al via i negoziati di Astana. Usa-Russia, primo bombardamento congiunto su Isis ma Usa smentisce - 23 gennaio 2017 (http://www.repubblica.it/esteri/2017/01/23/news/siria_negoziati_astana-156676139/).
- Non basta il trattato che le ha messe al bando. Mine antiuomo: la vergogna che uccide ancora (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/mine-antiuomo-lipoteca-che-pesa-sui-futuri-di-pace-).

I risultati sono sorprendenti, cioè a sorpresa: si parla di pace in Siria e intanto continuano i bombardamenti e gli altri soprusi dei militari sulle vittime civili. Lo veniamo a sapere dai civili e da chi parla per loro, ma vive in quelle zone e ha tempo di scrivere quello che succede. I viaggi della sfortuna sono ancora in atto: a Palermo ne sono arrivati mille, ma i morti annegati nel cimitero del Mediterraneo nel 2017 sono già attorno ai 400.

C'è veramente qualcosa che non quadra. Lo stato sta attrezzando degli edifici per loro e loro non sono contenti per come li trattano e soprattutto per la paura di ritornare in quei luoghi dove possono ucciderli.

Allora perché tante conferenze su di loro? Cosa risolvono per i bambini che muoiono alla svelta una volta che sono feriti o hanno qualche malattia, perché sono pochi i medici meravigliosi che non badano alla propria vita, ma solo a salvarli… E molte volte è impossibile senza medicine, senza attrezzature e con ospedali distrutti.

La pulizia etnica che sta mettendo in atto l'ONU  è piuttosto imbarazzante: chiede aiuto per sostenere le guerre in atto perché non sa più come fare.

Bombardare ancora diventa un tiro al piccione: quasi tutto è distrutto, ma continua il bisogno di far paura coalizzandosi e bloccando gli aiuti.

Volontari che vi sacrificate, vi esorto a continuare ad aiutare: il vostro nome non sarà scritto su qualche lista che non conta nulla, ma la storia vera vi ha già riservato uno spazio enorme. Bravi! Anche se noi siamo alla finestra e vi aiutiamo come possiamo, Qualcuno ha già segnato il nome dei vostri persecutori e quel Qualcuno sa come intervenire; anche se i tempi sembrano lunghi, Lui è sempre presente e consola a modo Suo chi  soffre per la verità e non per la ricchezza di cui molti purtroppo approfittano anche in queste tragiche occasioni.

2) Siria, Unicef: “L’acqua sta lentamente tornando ad Aleppo”

ROMA – Secondo l’Unicef l’approvvigionamento d’acqua sta lentamente tornando a funzionare pienamente. Per circa un mese, 1,8 milioni di persone sono state tagliate fuori dai servizi pubblici di approvvigionamento idrico: nello specifico, il problema ha riguardato 1,3 milioni nella città (di cui 517.000 bambini) e 500.000 ad Aleppo rurale est (di cui 217.000 bambini). L’ultima interruzione di erogazione di acqua ad Aleppo è avvenuta il 14 gennaio quando la stazione per il pompaggio idrico di Al-Khafse ad Aleppo Orientale ha smesso di funzionare. Grazie alle operazioni di ripristino del sistema municipale, l’erogazione di acqua sta ritornando lentamente a funzionare. Ci vorranno almeno 10 giorni prima che l’acqua possa arrivare regolarmente in tutti i quartieri.

I bambini sono stati quelli maggiormente colpiti, perché sono i più vulnerabili alle malattie legate all’acqua; spesso proprio i bambini avevano il compito di raccoglierla. Attualmente ad Aleppo, i bambini sono costretti a lunghe file presso i pozzi e i punti di distribuzione mentre la città continua a subire bombardamenti. Tutto questo ha conseguenze negative sulla loro salute, esponendoli a rischi e sottraendo loro tempo che avrebbero potuto utilizzare per giocare o andare a scuola. Gli ordigni di guerra inesplosi continuano ad essere una minaccia per le vite dei bambini in interi quartieri, soprattutto nella parte orientale di Aleppo. In circa 6 anni, tutte le parti coinvolte nel conflitto in Siria hanno utilizzato la fornitura di acqua come arma di guerra: contaminando le fonti di acqua, danneggiando le infrastrutture e le stazioni di pompaggio o sottraendo carburante alle stazioni di pompaggio. L’Unicef e i suoi partner – compresi il Comitato Internazionale della Croce Rossa e la Mezza Luna Rossa Araba Siriana – continueranno a garantire acqua sicura ad 1 milione di persone ogni giorno, fino a quando i servizi pubblici per l’acqua ad Aleppo non saranno tornati a funzionare normalmente.

Il supporto dell’Unicef comprende: la riparazione delle fonti per l’approvvigionamento idrico e la fornitura quotidiana di emergenza di 10 milioni di litri d’acqua per le famiglie e i bambini più vulnerabili – compresi tutti coloro che vivono in rifugi, le famiglie che ospitano le persone sfollate e 144 scuole, così che i bambini possano continuare ad apprendere. L’Unicef sta anche garantendo forniture e carburante per purificare l’acqua e per le stazioni di pompaggio. L’acqua è un diritto umano fondamentale e tutti i bambini dovrebbero avere accesso ad acqua sicura. Grazie al supporto dell’Unicef 34 scuole sono state riaperte ad Aleppo Orientale e circa 15.500 bambini hanno avuto accesso all’istruzione; all’inizio di febbraio sono state riaperte 23 scuole per 6.500 bambini. La situazione della sicurezza ad Aleppo, anche se migliorata rispetto ad un anno fa, rappresenta ancora un problema. Molti bambini raccolgono acqua, mentre dovrebbero essere a casa o a scuola. Per quanto riguarda gli ordigni inesplosi, a dicembre 6 bambini ad Aleppo Orientale sono morti mentre giocavano con un ordigno inesploso e molti altri sono rimasti feriti. In tutti i quartieri, moli edifici sono stati distrutti e gli ordigni inesplosi sotto gli edifici distrutti costituiscono ancora un rischio per le vite dei bambini e delle persone che continuano a tornare alle proprie case. Da novembre, l’Unicef ha raggiunto 80.000 bambini con informazioni sui rischi delle mine ad Aleppo.


Oltre agli ordigni inesplosi ci sono anche le trappole per i civili sotto forma di penne stilografiche che esplodono e di altri giochini inventati proprio per i civili e i bambini, che resteranno sfregiati a vita. Questo è un bombardamento più sottile di quello delle bombe che esplodono o che contengano materiale chimico da intossicare come minimo: la guerra non troverà qualche altro modo per distruggere o invalidare i civili ed i bambini?

3) Iraq. Onu sospende aiuti a Mosul est per bombardamenti Isis (Blitz)
IRAQ, BAGHDAD – L’ufficio delle Nazioni Unite a Baghdad ha annunciato mercoledi la sospensione della distribuzione degli aiuti umanitari nella parte orientale di Mosul, recentemente strappata all’Isis dalle forze lealiste, a causa dei bombardamenti di mortaio a cui lo Stato islamico continua a sottoporre questi quartieri a partire dalla parte ad ovest del fiume Tigri, che rimane nelle sue mani.
La coordinatrice dell’Onu per gli aiuti umanitari in Iraq, Lise Grande, ha sottolineato che “la distribuzione di cibo e altri generi di prima necessità ai residenti di Mosul est è sospesa fino a quando la situazione della sicurezza non migliorerà”. Le operazioni, ha aggiunto la funzionaria delle Nazioni Unite, sono rese difficili “dai continui bombardamenti di mortaio sull’area”.
Mercoledì, 15 Febbraio 2017 Blitz

- Sette attacchi suicidi contro un campo profughi nel nord della Nigeria. (Internazionale)
Venerdì, 17 Febbraio 2017 Internazionale

Le esplosioni sono avvenute nei pressi di un campo profughi nella periferia di Maiduguri, la città più popolosa del nordest del paese. L’area è al centro dell’iniziativa militare del governo contro il gruppo jihadista Boko haram. Secondo l’agenzia di gestione delle emergenze nello stato del Borno, otto membri della milizia locale Joint Task Force sono stati feriti negli attacchi.

- Iraq | La pulizia etnico-religiosa di Isis

L’azione di Isis nella provincia di Mosul sta determinando l’esodo di migliaia di cittadini iracheni di religione cristiana. Si tratta di una vera e propria strategia di pulizia etnico-religiosa in quello che – nei piani di Isis – è un processo di formazione di uno nuovo Stato Islamico fra Iraq e Siria. Joseph Thomas, arcivescovo di Kirkuk e Sulaymaniyah, ha riferito al quotidiano online kitabat.com che si tratta di “un disastro”, che la situazione è tragica:
«decine di migliaia di residenti terrorizzati sono fuggiti, e nel momento in cui stiamo parlando, la situazione non può nemmeno essere descritta” , ha detto Thomas, “Le città di Qaraqosh e Bartella e Karamles sono state abbandonate definitivamente dalla popolazione dei cristiani, anche a piedi, o con dei veicoli, per raggiungere il checkpoint in Erbil ed entrarvi […] Abbiamo avuto quattro morti, una donna e due bambini e una guardia di sicurezza sono stati uccisi in un bombardamento mortaio». (kitabat.com).

Intanto, in serata, le agenzie hanno ribattuto l’indiscrezione secondo la quale Obama starebbe pensando ad un intervento militare. In alcuni casi si parla di un ‘airdrop’ umanitario, non bombe ma viveri e vestiario […]

Su twitter circolano immagini di esecuzioni di massa, che non rilancio, stante anche alla loro non verificabilità. Ma l’area nord del paese, sino al confine con il Kurdistan, è nelle mani di Isis. Il gruppo ha detto via Twitter che i suoi combattenti hanno presero la città e la diga di Mosul sul fiume Tigri, base strategica e militare in costante attacco fin dallo scorso fine settimana. I funzionari kurdi dicono che le loro forze sono ancora in controllo della diga. Ma testimoni hanno riferito a Reuters per telefono che i combattenti dello Stato Islamico hanno sollevato la bandiera nera dell’organizzazione sopra la diga, fatto che può consentire loro di allagare le grandi città o tagliare loro acqua ed elettricità. Dalla sconfitta delle truppe curde avvenuta la scorsa settimana, migliaia di bambini della comunità Yazidi sono stati costretti a fuggire dalla città di Sinjar sulle montagne circostanti. Il portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari ha detto che molti dei ragazzi rifugiatisi sulla montagna soffrono l’assenza di acqua. Ci sarebbero almeno 40 morti.

Questa era la situazione riportata nel 2014 da https://yespolitical.com/2014/08/07/iraq-la-pulizia-etnico-religiosa-di-Isis/.

4) Strage dell’Isis in una moschea del Pakistan: oltre 80 morti tra cui 40 bambini

Si tratta del peggior attentato dal 2014. Nel mirino la comunità islamica sufi considerata eretica dall’Isis. Il governo pakistano ha annunciato raid in tutto il Paese contro gli estremisti.
ASIA 17 FEBBRAIO 2017  13:16 di Antonio Palma

È di oltre ottanta morti, tra cui 40 bambini, e centinaia di feriti il bilancio di un terribile attentato terroristico avvenuto nelle scorse ore in una moschea sufi nel sud del Pakistan. Un bilancio che purtroppo è destinato ad aumentare tragicamente nel prossime ore visto che negli ospedali della zona ci sono decine di persone in fin di vita o comunque ferite in maniera gravissima. L'attacco suicida, che rappresenta  il peggior attentato messo a segno in Pakistan dal 2014, è stato rivendicato da gruppi jihadisti affiliati al sedicente Stato islamico attraverso l'agenzia di stampa dell'Isis, Amaq.

Come hanno spiegato le autorità pakistane, gli attentatori volevano fare una carneficina per questo si sono confusi tra i fedeli in preghiera nel tempio Lal Shahbaz Qalandar, a Shewan, a circa 200 chilometri da Karachi nella provincia meridionale di Sindh, facendosi saltare in aria nell'ora di punta per la preghiera. Si tratta infatti di un attacco kamikaze messo a segno quando nel tempio si trovavano almeno 500 fedeli intenti a celebrare il Dhamal, un antico rituale del sufismo, corrente religiosa considerata eretica dall’Isis così come dai talebani e da al Qaida.

Un attentatore avrebbe lanciato granate per diffondere il panico, poco dopo si è fatto saltare in aria. Un portavoce dell'associazione caritatevole Edhi ha ipotizzato che gli attentatori abbiano preso di mira l'ala del tempio dedicata alle donne perché solo così si spiegherebbe  la morte di decine di bambini che si trovavano con le loro madri. Di questa circostanza però non ci sono conferme ufficiali.

L'attacco sanguinario ha scatenato la violenta reazione delle autorità pakistane, Secondo quanto riferito in una nota di Islamabad, infatti, almeno 39 sospetti terroristi sono stati uccisi dall'esercito pachistano in diversi raid in tutto il paese scattati a seguito dell'attentato al tempio sufi. Le operazioni di rappresaglia hanno riguardato in particolare  la turbolenta provincia settentrionale di Khyber Pakhtunkhwa dove sono state sequestrate anche ingenti quantità di armi e granate. Le autorità pakistane inoltre hanno anche deciso di chiudere il confine con l’Afghanistan fino a nuovo ordine pretendendo da Kabul  la consegna di 76 sospetti che si troverebbero in Afghanistan, territorio da cui sarebbero partiti numerosi attacchi terroristici contro il Paese.

Coloro che pagano sono soprattutto le donne ed i bambini; non c'è nessuna scusante se non che chi fa da kamikaze è imbottito di Flakka, metamfetamina, captagon, crocodril ed altro, nuovo o vecchio, stimolante, ma sempre presente. Le anfetamine le usavano già ai tempi della seconda guerra mondiale e ora sono anche smerciate alla grande nella terza guerra,  che non sembra, ma è una guerra contro l'umanità.

Apriamo tutti gli occhi ed aiutiamo anche le vittime di questa guerra all'umanità che forse sta avviandosi verso una brutta fine. Anche chi avrebbe il superpotere è già segnalato: a Lui nessuno sfugge né tantomeno chi attenta alle sue creature che vuole per LUI.

5) Siria: autobomba a est Aleppo, 60 morti - ANSA.it – Mondo - Medio Oriente
24 febbraio 2017
Nei pressi di al Bab, roccaforte Isis conquistata ieri
È di 60 uccisi e decine di feriti il bilancio provvisorio di un attentato dinamitardo targato Isis avvenuto stamani a est di Aleppo, nel nord della Siria, in un'area conquistata all'Isis dalle forze locali filo-turche. Lo riferisce la tv panaraba al Jazira che cita fonti sul terreno.
Nella cittadina di al Bab, conquistata ieri, una bomba piazzata sul ciglio della strada è esplosa al passaggio di un mezzo: due i militari turchi uccisi, altri tre sono rimasti feriti.


- Siria, serie di attacchi kamikaze a Homs: oltre 40 morti
Il Messaggero > Primo Piano > Esteri
È salito a 42 morti il bilancio delle vittime di una serie di attacchi mirati contro i servizi di sicurezza del governo di Damasco nella città siriana di Homs. Lo riferisce un gruppo di monitoraggio.
Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, tra le vittime c'è il comandante del servizio di intelligence della città. Gli aggressori hanno preso di mira una base militare e la sede dei servizi di sicurezza in città. Gli assalti, che si ritiene siano stati effettuati da almeno 6 attentatori suicidi, hanno lasciato un numero imprecisato di feriti. Finora l'attacco non è stato rivendicato.
Sabato 25 Febbraio 2017 - Ultimo aggiornamento: 26-02-2017 09:52

(http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/siria_kamikaze_morti-2281562.html).

- La Russia nella trappola siriana (Internazionale) – 24.02.1017
Bernard Guetta, France Inter, Francia

I miracoli non si possono mai escludere, ma al momento pare molto difficile che si arrivi a una soluzione. Il 23 febbraio a Ginevra è partito un nuovo ciclo di negoziati sulla Siria sotto l’egida dell’Onu. Stavolta i rappresentanti del regime siriano e dell’opposizione siedono faccia a faccia, e questo è il lato positivo. Ma ci sono anche diversi problemi.

Il primo è che il cessate il fuoco istituito il 30 dicembre 2016, dopo la caduta di Aleppo, è talmente fragile che i combattimenti continuano in diverse province siriane nonostante la Russia avesse chiesto la fine dei bombardamenti da parte dell’aviazione del regime per tutta la durata del negoziato.

Il secondo problema è che Bashar al Assad ha riconquistato un vantaggio sul terreno grazie all’appoggio dell’aviazione russa e delle truppe inviate dall’Iran, dunque è meno che mai disposto a farsi da parte o a fare concessioni politiche. Certo, Assad potrebbe inserire alcuni esponenti dell’opposizione a sua scelta nel governo, incaricandoli di occuparsi dei lavori pubblici o dell’istruzione, ma che fine hanno fatto il governo di unità nazionale, le elezioni libere e la nuova costituzione promessi dalla Russia?

Interessi divergenti

I tempi non sembrano maturi per ottenere questi risultati, tanto che gli iraniani già spingono Assad verso una posizione intransigente e, diversamente dai russi, fanno valere la loro presenza sul campo.

Iraniani e russi non condividono più la stessa posizione. Insieme sono riusciti a salvare il regime, ma ora non sono d’accordo sul futuro della Siria perché i loro interessi sono divergenti.

Gli iraniani vogliono un controllo totale sulla Siria per renderla, attraverso l’Iraq a maggioranza sciita, un ponte verso il Libano e consolidare l’asse sciita che hanno costruito in territorio arabo. In Siria, l’Iran sciita vuole affermarsi come potenza regionale appoggiandosi al ramo alauita dello sciismo a cui appartiene la famiglia Assad.
La Russia, invece, non vuole impantanarsi in questa guerra di religione, che in fondo non è altro che una battaglia d’influenza tra l’antica Persia e l’Arabia Saudita.

Mosca deve affrontare anche lo scontro tra gli alleati iraniani e turchi

In Siria, Mosca vorrebbe limitarsi a favorire un compromesso tra il regime e l’opposizione per uscire da questa avventura come artefice della pace e rimettere piede nella regione, approfittando del ritiro degli statunitensi e mantenendo un buon rapporto con tutti gli attori coinvolti, dagli iraniani ai sauditi passando per i turchi. L’opposizione ne è perfettamente consapevole, tanto che oggi si appoggia su Mosca per cercare di contrastare Teheran e strappare concessioni ad Assad.

Ma la ruota gira velocemente, così velocemente che i russi devono affrontare un altro problema, ovvero lo scontro tra gli alleati iraniani e turchi. La Turchia sunnita, infatti, non vuole permettere all’Iran sciita di controllare la Siria. Per non parlare dell’equazione curda. La Russia si ritrova sommersa dalle complicazioni tipiche del Medio Oriente, le stesse che hanno spinto gli Stati Uniti a ritirarsi dalla regione concentrando i loro sforzi contro il gruppo Stato islamico, con un certo successo visto che i jihadisti perdono terreno su tutti i fronti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

(http://www.intopic.it/notizia/11205267/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha  - http://www.internazionale.it/opinione/bernard-guetta/2017/02/24/la-russia-nella-trappola-siriana).

Le notizie circolano alla velocità giornaliera, poi si dissolvono per lasciar posto ad altre altrettanto tragiche. Ci sono sempre persone che si fanno esplodere e morti a decine, ma è sempre un vivere giorno per giorno, ora per ora, e per questo si tenta ancora di fuggire nelle nazioni vicine se vengono accolti anche in campi di detenzione imprevedibili.

La mente dei siriani è messa a dura prova e quella dei bambini peggio ancora, visto che si possono trovare senza genitori, con la famiglia decimata e da soli tenteranno quello che possono ed andranno ad ingrossare le file dei migranti non accompagnati e soggetti alle più tristi conseguenze che segneranno il loro fisico ed il loro spirito. Le campane delle grandi associazioni serie internazionali suonano a lutto: continuano mancanza d’acqua, di cibo, paure a camminare per la strada, paure ad ogni rumore sospetto, vivere sempre più a ridosso di macerie che danno l'apparente difesa a quelli che restano della famiglia. È un vivere tutto questo ? 

6) Bangladesh, inviato Onu a Dacca per crisi Rohingya – 20.02.2017

DACCA – Nella capitale bengalese c’è grande attesa per l’arrivo di Yanghee Lee, Special Rapporteur Onu per i diritti umani in Myanmar. La visita, come riferisce il quotidiano bengalese ‘The News Today’, durerà quattro giorni e si focalizzerà sulla crisi dei Rohingya, la minoranza etnica del Myanmar che da decenni subisce discriminazioni e violenze, e che per questa ragione vede migliaia di suoi membri fuggire ogni anno verso i paesi vicini. Un gran numero si concentra attualmente in varie zone di Cox’s Bazar, distretto sud-orientale del Bangladesh, frutto dei ripetuti assalti compiuti dai militari birmani contro i villaggi rohingya a ottobre 2016. Yanghee Lee compirà un sopralluogo anche in questi campi profughi, sia per monitorare le condizioni in cui queste persone vivono, sia per approfondire le motivazioni che negli ultimi 4-5 mesi le hanno spinte a varcare il confine.

“Accogliamo con favore l’annuncio della fine delle operazioni militari di sicurezza nello stato del Rakhine, tuttavia non possiamo ignorare le numerose denunce da parte degli osservatori Onu circa il sospetto di gravi violazioni contro i diritti umani“. Il team fa parte dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Ohchr), inviato il mese scorso a Cox’s Bazar, e ha raccolto circa 200 testimonianze da parte degli sfollati. A ottobre 2016 l’esercito birmano ha lanciato un assalto alla popolazione di questa minoranza: centinaia di persone sono state uccise, altre hanno subito torture e violenze sessuali. Molti villaggi sono stati dati alle fiamme, così come hanno confermato anche le immagini satellitari diffuse da Amnesty International.

dalla nostra inviata Alessandra Fabbretti, giornalista


SE la Siria piange, i Rohinga non ridono: piangono anche loro, respinti dalla Malesia e da altre nazioni vicine: o si adattano a fare gli schiavi o scelgono la via del mare su carrette che non sanno più dove fermarsi perché vengono respinte dopo un breve rifornimento di carburante e cibo. E intanto le fosse comuni si riempiono a dispetto dei vari rappresentanti dell'Onu che arrivano e cercano prove di violenze e mandano messaggi da paura a chi li ha mandati in quei posti, anche grazie all'aiuto delle testimonianze satellitari che registrano le violenze dell'esercito birmano. Ma i Rohingya sono lontani e arrivano solo notizie che poi spariscono alla svelta, per essere sostituite da articoli sul calcio e su altri passatempi che intontiscono la gente che pensa e discute solo di questo trascurando la mattanza che ci circonda.

7) Egitto: Sinai, ’giovane bruciato vivo dall'Isis'
Accusato di essere collaboratore. Centinaia di copti in fuga - 27 FEBBRAIO, 11:32
Centinaia di cristiani copti in fuga dall'Isis nel Sinai
IL CAIRO - Un giovane musulmano è stato "bruciato vivo" da jihadisti dell'Isis "a Rafah", nel Sinai nord-orientale: lo riferiscono diverse fonti locali presentandosi come testimoni oculari. Le fonti, almeno quattro, hanno detto all'ANSA che al giovane inoltre "sono stati cavati gli occhi". La vittima si chiamava Ahmad Hamed e, secondo i testimoni, è stato ucciso con l'accusa di essere un collaboratore.

Già in passato egiziani che collaboravano con le autorità nella lotta contro l'Isis nella zona al confine con la Striscia di Gaza sono stati colpiti per rappresaglia e per scoraggiare altri dal farlo: vi erano stati anche diversi casi di sgozzamenti e decapitazione (una ventina solo tra il 2013 e il 2014 secondo il computo di un sito egiziano).
Nel Sinai nord-orientale la branca egiziana dell'Isis (gli ex-"Ansar Beit el-Maqdes") da tre anni e mezzo conduce una sanguinosa guerriglia contro l'esercito. Il portavoce militare, con un comunicato sulla propria pagina Facebook, ha annunciato che sei "takfiri" (termine usato per indicare i jihadisti dello Stato islamico) sono stati uccisi e 18 "sospetti" sono stati arrestati. Il portavoce, annunciando fra l'altro anche la distruzione di due "depositi di esplosivo", non ha precisato il lasso di tempo in cui vi sono state le uccisioni (che comunque sono definibili frequenti: circa 500 solo tra settembre e l'inizio del mese scorso secondo fonti ufficiali). Fonti dal Sinai hanno riferito di "un morto fra le reclute e tre altri feriti".

(http://www6.ansa.it/ansamed/it/notizie/rubriche/cronaca/2017/02/27/egitto-sinai-giovane-bruciato-vivo-dallisis_97e7aab3-1f2a-4481-a2d2-8f2e1779108f.html?idPhoto=1)

Riportiamo un ennesimo crimine compiuto dall'Isis: un giovane bruciato vivo! Ora non si uccide più con una pallottola, ma si deve torturare chi non la pensa come loro scegliendo modalità da carnefici raffinati: bruciare vive le persone, come quel pilota qualche anno fa e chissà quanti altri di cui non sappiamo. Ma ci stanno abituando a tutto e non meravigliamoci perciò di quanto accade di criminale e ultravergognoso. «Nulla deve essere criminale», ci stanno dicendo tra le righe i media portavoce dei politici mondiali, che vogliono schiavizzarci tutti e pianificare le nostre coscienze.

Ricordo ancora dell'ennesimo schiaffo all'umanità intera di chiamare i figli  “NATI” per ossequio ad alcune nuove tendenze che premono per affermarsi. Ma chi non si adegua ha la spada di Damocle sulla testa. Attenzione, però, che è sempre una spada e che forse chi vuole schiavizzarci non valuta bene. Cosa diranno ora i politici nel constatare che l'Isis è un’organizzazione criminale? Faranno le solite rimostranze in aula e poi presto nel dimenticatoio, tanto non è uno di loro da riverire. Bambini bruciati vivi anche loro, torturati, crocefissi, ma chi se li ricorda? Qualche sorella, qualche mamma disperata (se ci sono ancora) e poi via nel dimenticatoio, perché ci sono cose che i media scrivono e orchestrano per giorni interi per sviare l'attenzione, ripetendosi all'infinito con il loro copione, mentre i crimini contro l'umanità sono all'ordine del giorno, anche se geograficamente lontani da noi.   

Ormai se uno è bruciato vivo non ci si fa più caso: ci hanno fatto trangugiare di tutto, vero o introdotto ad arte per peggiorare quanto già avviene; ci vogliono abituare a tutto senza possibilità di scelta; uccisioni sopra uccisioni con ogni oggetto trasformato in potenziale arma, come se i fenomeni meteorologici e naturali che mettono in ginocchio intere nazioni non fossero già sufficienti a farci riflettere sul nostro domani e a invitarci ad aiutare un po' tutti nelle nostre possibilità, stando attenti agli sparvieri che giocano, ma uccidono i più deboli ed esposti.           
                                                                                               
8) ONU, ANTONIO GUTERRES: "IL DISPREZZO PER I DIRITTI UMANI SI STA DIFFONDENDO"
HOME > NOTIZIE > MONDO > ultimo aggiornamento: 27/02/2017

I diritti umani delle minoranze e dei migranti sono attaccati dai populisti e dai governi che si sottraggono alle proprie responsabilità di proteggere i rifugiati: questo il monito lanciato dal Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in apertura della 34 esima sessione del Consiglio per i diritti umani riunito a Ginevra.

“Il disprezzo per i diritti umani è una malattia che si sta diffondendo, populismo ed estremismo si alimentano a vicenda mentre crescono razzismo, xenofobia, antisemitismo, odio anti-musulmano e altre forme di intolleranza. Il traffico di esseri umani è in aumento, molte persone stanno fuggendo dalla guerra e la comunità internazionale non deve sottrarsi alle sue responsabilità. Dobbiamo con forza resistere a chi desidera reintegrare la tortura. La tortura è vile, non produce informazioni utili e fa vergognare tutti i paesi che la infliggono”, ha detto Antonio Guterres.

(http://it.euronews.com/2017/02/27/onu-antonio-guterres-il-disprezzo-per-i-diritti-umani-si-sta-diffondendo).

Non è che si stia diffondendo ora il disprezzo dei diritti umani, ma è da un bel pezzo che lo si dice, e le varie tappe vergognose in tal senso lo attestano instancabilmente: l'uomo è considerato una cosa che si può usare come si vuole e soprattutto distruggere se contesta l'egemonia dei VIP e dei ricchi che credono di essere i migliori ed organizzano di tutto, nascondendosi dietro la copertura politica internazionale. L'importante per loro sono il potere ed i soldi; gli altri sono un’incongruenza, purtroppo non così facilmente eliminabile, ma diverse sono le strade pseudoscientifiche e criminali che mettono in atto.
Ora anche l'Onu, attraverso il suo presidente, dice questo, un po' in ritardo per i milioni di morti che le guerre  stanno mietendo a favore dei dittatori che comandano ancora, nonostante siano stati tacciati di pulizie etniche e di criminalità, anche se sono i paraventi dietro i quali ci sono altri, quelli che vogliono tutti sottomessi a loro, grandi fratelli (per modo di dire).

La Siria è un esempio: a Ginevra si parla di pace, a voce, ma non in pratica; una pace che non c'è, e sicuramente non per le vittime di cui non si conosce il numero o lo stato di estrema povertà e necessità, che ancora esistono ad Aleppo e dintorni; vittime tra cui questo sistema continua a mietere molti bambini, che sono il nostro futuro malconcio e troppo prevedibile ai fini del destino dell'umanità.
Vorrei aggiungere che il disprezzo non è solo per i diritti umani, ma anche per i diritti riservati alle nostre risorse calpestate e schiacciate dall’egoismo dei singoli umani menefreghisti del nostro futuro. Il viaggio dalla Libia all’Italia è “fatale” per i minori: nel 2016 sono morti in 700.

Secondo un rapporto dell'UNICEF, tre quarti dei minori intervistati che hanno percorso quella rotta hanno dichiarato di aver subito violenze e aggressioni da parte di adulti, abusi verbali o psicologici; circa la metà hanno raccontato di aver subito molestie sessuali, percosse o altre forme di violenza fisica - in particolare le ragazze.

9) Il viaggio dalla Libia all’Italia è “fatale” per i minori: nel 2016 sono morti in 700
Secondo un rapporto dell’UNICEF tre quarti dei minori intervistati che hanno percorso quella rotta hanno dichiarato di aver subito violenze e aggressioni da parte di adulti, abusi verbali o psicologici, circa la metà hanno raccontato di aver subito molestie sessuali, percosse o altre forme di violenza fisica – in particolare sulle ragazze.

POLITICA ITALIANA 28 FEBBRAIO 2017  16:51 di Claudia Torrisi

Abusi, violenze e sfruttamento sono all'ordine del giovno per i bambini e le donne migranti che attraversano la rotta del Mediterraneo centrale, dall'Africa Subshariana all'Italia, passando per la Libia: un tragitto che nel 2016 è stato la cusa di morte di 4.579 persone, fra cui 700 bambini.

Secondo un rapporto dell'UNICEF "Un viaggio fatale per i bambini: la rotta migratoria del Mediterraneo Centrale", tre quarti dei minori intervistati che hanno percorso quella rotta hanno dichiarato di aver subito violenze e aggressioni da parte di adulti, abusi verbali o psicologici; circa la metà di loro e delle donne, invece, hanno raccontato di aver subito molestie sessuali, percosse o altre forme di violenza fisica – in particolare sulle ragazze. Afshan Khan, direttrice dell'UNICEF per l'Europa e Coordinatore speciale per la crisi dei minori migranti e rifugiati nel continente, ha spiegato che la rotta del Mediterraneo Centrale "è tra quelle al mondo in cui muoiono più persone ed è tra le più pericolose per i bambini e le donne", poiché "è per la maggior parte controllata dai trafficanti e da altri individui che vedono come prede i bambini e le donne disperati che sono semplicemente alla ricerca di un rifugio o di una vita migliore". Per questa ragione "occorrono vie e piani di sicurezza sicuri e legali per proteggere i bambini migranti, per tenerli al sicuro e lontano dai trafficanti".
I dati raccolti dall'UNICEF in Libia a fine 2016 mostravano abusi e violenze ai danni di bambini e donne: al momento dell'indagine si stimava che vi fossero in Libia circa 256.000 migranti, fra cui 30.803 donne e 23.102 bambini (di cui un terzo non accompagnati), ma i dati reali potrebbero essere tre volte maggiori. La maggior parte dei minori e delle donne hanno raccontato di aver pagato i trafficanti all'inizio del viaggio, e di aver affrontato condizioni "durissime e degradanti" nei centri di detenzione in Libia gestiti dal governo o dalle forze armate, come poco cibo, sovraffollamento, pessima igiene. "Nessun bambino dovrebbe mai essere costretto a mettere la sua vita nelle mani dei trafficanti semplicemente perché non ha alternative", ha spiegato Khan, secondo cui vanno individuati "a livello globale i fattori all'origine delle migrazioni, e lavorare insieme per un solido sistema di passaggi sicuri e legali per i minori in movimento, siano essi rifugiati o migranti".

Per l'UNICEF ci sono alcuni punti d'azione imprescindibili per la tutela di minori migranti e rifugiati: proteggerli da sfruttamento e violenza, porre fine alla detenzione tramite una serie di alternative, mantenere unite le famiglie, rinconoscergli uno status giuridico che gli consenta di studiare, assicurare loro l'accesso ai servizi sanitari e sociali di qualità, intervenire sulle cause che producono i movimenti di massa, promuovere azioni contro xenofobia, discriminazione ed emarginazione dei bambini migranti e rifugiati, nei paesi di transito e in quelli di destinazione. Si tratta di misure che l'UNICEF ha chiesto con urgenza ai governi nazionali e all'Ue di adottare.


I rapporti pro migranti e bambini non so che fine facciano in base alle decisioni dei vari governi e l'UNICEF parla chiaro: ben vengano le alternative di volontariato che lungo corridoi umanitari portano in Italia in molti casi, ma ne rimangono altrettanti, molto gravi e significativi, secondo cui i migranti, che attendono in Libia di essere gettati su barconi da sprofondo, hanno una vita pazzesca, tra come vengono trattati e cosa ricevono da sostentamento, oltre alle minacce e torture varie da parte di scafisti e loro criminali dirigenti della tratta.


E questo vale specialmente per i bambini e soprattutto per quelli non accompagnati, come si legge nel rapporto di cui sopra: inculchiamocelo nella mente! Loro non potranno dimenticare quello ciò che hanno subito e che modificherà il loro carattere. Sembra però che tutti i politici “in tutt'altre faccende affaccendati” se ne freghino del come arrivano e dopo quali torture subite.

E allora… svegliamoci noi per loro e sacrifichiamo un po' del nostro egoismo, anche se ci esponiamo a varie ritorsioni di qualsiasi genere. Si pensi solo a rimpatriare chi è fuggito non per crimini, ma non perché non ce la faceva più, un po' come gli italiani anteguerra e immigranti verso gli USA.
L'Unicef ci avvisa del trattamento libico destinato ai migranti e non hanno nessun doppio interesse a farlo; ascoltiamoli prima che sia troppo tardi per loro e per il futuro comune di  tenersi uniti contro uomini che avranno nel loro subconscio il ricordo di come hanno trascorso molti anni della loro vita e cosa scatterà allora, dopo che i politici attuali non ci saranno più. Pensiamoci noi a difendere i nostri figli… che qualche Corte d'Appello (Trento, febbraio 2017) non chiama più figli, ma NATI.

Stampiamoci in testa anche chi  introduce innovazioni  disturbanti per i  “Nati”, cioè  i FIGLI. Sono molti, almeno in Italia, che prima di esalare l'ultimo respiro chiamano la loro «mamma»: adesso dovremo istruire i figli che, quando moriranno, potranno chiamare la loro mamma con un nuovo nome… “Genitore 2”. Ma cosa stiamo diventando?  
 Chiediamolo bene ai nostri politici, che sfornano leggi anche contro il buon senso e… guai a chi non si adegua a quelle: c'è di mezzo anche l'ambito legale.                

10) Russia e Cina mettono il veto sulle sanzioni contro la Siria per l’uso di armi chimiche
Martedì, 28 Febbraio 2017 Internazionale

Russia e Cina hanno messo il veto sulle sanzioni contro la Siria per l’uso di armi chimiche. Le due potenze hanno usato il loro potere di veto per bloccare la risoluzione al Consiglio di sicurezza dell’Onu (redatta da Regno Unito, Francia e Stati Uniti) che prevedeva nuove sanzioni contro Damasco per l’uso di armi chimiche contro i civili. La risoluzione ha ottenuto nove voti a favore e tre contrari (Cina, Russia e Bolivia). Kazakistan, Etiopia ed Egitto si sono astenuti.


Certamente sono state bombardate in Siria diverse città e sembrerebbe dalle fonti abbastanza credibili che tali bombardamenti siano stati fatti dal governo siriano, anche se poi tutto diventa nebuloso e si citano ritrovamenti di bombe chimiche di cloro da parte degli altri. Le bombe chimiche in barili ad hoc, li hanno usati i siriani del governo e allora chi non è stato? I morti ci sono stati: civili inermi ed i soliti bambini.
Iraq, Onu sospetta uso armi chimiche a Mosul. Migliaia in fuga
(Lunedì, 6 Marzo 2017 – Euronews)
L’Onu indaga su almeno 12 casi di civili che potrebbero essere stati vittima di attacchi chimici durante l’offensiva per riprendere il controllo di Mosul, roccaforte dell’autoproclamato Stato Islamico in Iraq.
La denuncia arriva dal personale medico della vicina città di Erbil dove sono state ricoverate le persone ferite nell’offensiva militare avviata la scorsa settimana dalle forze governative irachene.
Secondo Sara al-Zawqari, portavoce in Iraq della Croce Rossa Internazionale, i sintomi sono evidenti: “Dal 1 di marzo l’ospedale in cui lavora la nostra equipe di medici e chirurgi ha trattato 15 persone che mostravano i sintomi di diversi tipi di esposizione ad agenti chimici: dalle piaghe, alle intossicazioni, al vomito, alle irritazioni oculari” spiega.
Intanto la fuga da Mosul si è già trasformata in un esodo di massa: 45.000 persone sono scappate verso i campi rifugiati in poco più di due settimane.
“L’esercito aveva detto di avere informazioni certe che l’Isis avrebbe attaccato con armi chimiche. Allora siamo dovuti scappare, lasciando le case, i soldi, tutto quel che avevamo” racconta un abitante di Mosul.
Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni 200.000 persone avevano già lasciato Mosul sin da quando erano cominciati i combattimenti a metà ottobre. Da allora diverse migliaia di persone avevano poi fatto ritorno alle proprie case. Per essere nuovamente costrette a sfollare negli ultimi giorni.
11) La Corte d’Appello di Trento ha riconosciuto la possibilità per 2 uomini di essere considerati entrambi padri di 2 bambini nati all'estero grazie alla maternità surrogata.

I giudici riconoscono la maternità surrogata di una coppia gay: “Entrambi padri”
La Corte d’Appello di Trento ha riconosciuto la possibilità per 2 uomini di essere considerati entrambi padri di 2 bambini nati all’estero grazie alla maternità surrogata.
CRONACA ITALIANA 28 FEBBRAIO 2017  17:37 di Antonio Palma


Con una sentenza destinata a far discutere, la Corte d’Appello di Trento  ha riconosciuto, per la prima volta in Italia, la possibilità per 2 uomini di essere considerati entrambi padri di 2 bambini nati all'estero grazie alla maternità surrogata. L'ordinanza, emessa il 23 febbraio scorso, è definita storica dal sito www.articolo29.it che ha diffuso la notizia perché stabilisce che due gemellini nati nell'ambito del progetto di genitorialità di una coppia omosessuale attraverso la procreazione assistita possono avere due padri. Nel dettaglio, i giudici hanno riconosciuto l'efficacia giuridica di un provvedimento straniero che stabiliva la sussistenza di un legame genitoriale tra i due minori, nati grazie alla tecnica del cosiddetto «utero in affitto» negli Stati Uniti, e il loro padre non biologico.


In sostanza la Corte, riconoscendo il certificato di nascita di un altro Stato  attestante la doppia paternità, ha sancito che  non è accettabile stabilire la paternità solo seguendo il paradigma genetico/biologico e che la  volontà di cura prevale sul legame biologico. Per i giudici è da escludere “che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico fra il genitore e il nato; all’opposto deve essere considerata l’importanza assunta a livello normativo dal concetto di responsabilità genitoriale che si manifesta nella consapevole decisione di allevare ed accudire il nato; la favorevole considerazione da parte dell’ordinamento al progetto di formazione di una famiglia caratterizzata dalla presenza di figli anche indipendentemente dal dato genetico, con la regolamentazione dell’istituto dell’adozione; la possibile assenza di relazione biologica con uno dei genitori (nella specie il padre) per i figli nati da tecniche di fecondazione eterologa consentite”.

La sentenza stabilisce "l’assoluta indifferenza delle tecniche di procreazione cui si sia fatto ricorso all’estero, rispetto al diritto del minore al riconoscimento dello status filiationis nei confronti di entrambi i genitori che lo abbiano portato al mondo, nell’ambito di un progetto di genitorialità condivisa", ha spiegato Marco Gattuso, direttore del portale di studi giuridici di "Articolo 29", aggiungendo: "Per la prima volta un giudice di merito applica, in una coppia di due padri, i principi enunciati dalla Corte di cassazione, con la sentenza n. 19599/2016, in tema di trascrizione dell’atto di nascita straniero recante l’indicazione di due genitori dello stesso sesso".

Non si commenta. Si lascia ai singoli individui la sentenza in cui il termine figlio è sostituito da un termine  che si conosce, ma nega ogni legame con la famiglia tradizionale ed accettata fin dalla preistoria, ma i tempi cambiano: sarà un adeguamento in meglio o cosa?

12a) Il dramma del Sud Sudan, profughi costretti a nutrirsi con fiori e acqua sporca

L’Onu ha lanciato l’allarme carestia per le popolazioni di Sud Sudan, Nigeria, Somalia e Yemen: “Venti milioni di persone moriranno di fame, c’è bisogno di raccogliere 4,4 miliardi di dollari per evitare catastrofe umanitaria”

ESTERI 1 MARZO 2017  12:52 di Antonio Palma

Già allo stremo per le continue razzie di militari e bande armate che da anni insanguinano l'area, ora davanti alle popolazioni di Sud Sudan, Nigeria, Somalia e Yemen in fuga dalla guerra c'è anche lo spettro di una catastrofica carestia. Milioni di persone nei quattro Paesi africani sono ormai allo stremo e se non arriveranno presto aiuti umanitari sarà un'ecatombe. A lanciare l'allarme sono state le stesse Nazioni Unite secondo cui c'è bisogno di raccogliere almeno 4,4 miliardi di dollari entro la fine di marzo per evitare una delle più grandi catastrofi mondiali.

"Nei prossimi sei mesi 20 milioni di persone rischiano di morire di fame in quattro Paesi devastati da guerre civili e carestia", spiegano dall'Onu, ricordando che 1,4 milioni di bambini sono a "imminente rischio" di morte a causa di una crisi   che "non ha precedenti negli ultimi decenni". Come racconta aljazeera già oggi migliaia di persone ammassate al confine del Sud Sudan non hanno cibo né acqua e sono costretti a nutrirsi di fiori e acqua di palude per sopravvivere. Già da settimane i  più fortunati mangiano una volta al giorno anche se in molti si dicono fortunati perché almeno nelle paludi sono al sicuro dalle scorribande di milizie e soldati.

Il governo locale  ha ufficialmente dichiarato lo "stato di carestia" che secondo la classificazione dell’Onu, significa che almeno il 20 per cento della popolazione ha carenza estrema di cibo e il tasso di malnutrizione supera il 30 per cento.  Diverse Le agenzie umanitarie hanno negoziato con le forze governative e i  ribelli per istituire un centro di registrazione nei campi profughi per consegnare cibo ma tutto è ancora in una fase preliminare.

Mai come in questo caso la crisi è in larga parte opera dell’uomo e non di condizioni climatiche avverse. Anche se la siccità, specie in Somalia, ha contribuito all'aggravarsi dell’emergenza, la causa principale sono le guerre che da anni hanno ridotto letteralmente in macerie larghe parte dei Paesi interessati. In Sud Sudan, dopo la secessione si è aperta un guerra interetnica fra le tribù Dinka e Nuer che appoggiano rispettivamente il presidente e il vicepresidente. In Nigeria del Nord si combatte tra governativi e Boko Haram. In Somalia la guerra non è mai finita con continui gruppi armati che si contendono il potere, mentre in Yemen i ribelli sciiti Houthi combattono da due anni contro le truppe governative.
Continue lotte e attentati non solo hanno distrutto case e costretto la popolazione a fuggire ma hanno anche interrotto l'agricoltura e ogni tipo di attività commerciale. La costante necessità di sfuggire alla guerra inoltre significa che le persone devono abbandonare il loro bestiame  che spesso è anche vittima di saccheggi da parte di uomini armati. Migliaia di persone oggi sono ridotte alla raccolta di piante selvatiche e alla caccia ma dipendono in gran parte dagli aiuti esteri spesso inadeguati.


12b) Battaglia di Mosul, morti in un raid 200 civili: "Il peggio deve ancora venire"

Giovedì 23 Marzo alle 14:06 - ultimo aggiornamento alle 14:43

Continua la battaglia tra le forze lealiste e i militanti dello Stato islamico per liberare Mosul, la roccaforte dell'Isis in Iraq.

Oggi sono morte almeno duecento persone durante una serie di raid aerei su al-Jadida, quartiere a ovest della città.

A riferirlo è l'emittente curda Rudaw, sottolineando che la maggior parte delle vittime sarebbero civili.

Secondo la tv curda, circa 130 delle persone morte si trovavano all'interno di un edificio colpito. "Avevano trovato rifugio in quella casa", ha precisato.

Non si esclude che tra le vittime potrebbero esserci anche jihadisti dell'Is.
UNHCR: "IL PEGGIO DEVE ANCORA VENIRE" - Secondo l'Agenzia dell'Onu che si occupa dei profughi, "il peggio deve ancora venire". Lo ha dichiarato uno dei suoi rappresentanti, Bruno Geddo.

Circa 400mila iracheni, ha spiegato, sono "intrappolati" nella città vecchia di Mosul, ancora nelle mani dell'Is, e devono fare i conti con i bombardamenti e la scarsità di cibo.
"Prima o poi il tappo potrebbe saltare", ha concluso.

(http://www.unionesarda.it/articolo/cronaca/2017/03/23/battaglia_di_mosul_morti_in_un_raid_200_civili_il_peggio_deve_anc-68-582265.html)

12c) Libia, nuovo tragico naufragio: “240 morti annegati”. Guarda Costiera: “Nessuna segnalazione”
Il drammatico annuncio è della ong spagnola Proactiva Open Arms. La stima si basa sul ritrovamento di due gommoni affondati, ognuno dei quali può contenere almeno 120 persone.
CRONACA ITALIANA 24 MARZO 2017  07:22 di Biagio Chiariello
Si teme l’ennesima strage di migranti in mare  dopo che la portavoce della Ong spagnola Proactiva Open Arms, Laura Lanuza, ha parlato di "almeno 240 persone morte” in un “doppio naufragio avvenuto davanti alle coste libiche". L’associazione, che riferisce di cinque cadaveri ritrovati a 21 km a nord di Sabrata, non ha però specificato quando sarebbe avvenuta la tragedia. I profughi coinvolti avrebbero tutti un’età compresa tra i 16 ed i 25 anni e sembrano essere morti per annegamento. "Ogni imbarcazione di questo tipo – ha detto Lanuza – può contenere 120 persone, ma i trafficanti di uomini di solito li riempiono a dismisura". Non si esclude che entrambe possano averne avuto a bordo “almeno il doppio". La portavoce ha detto che ora si cerca un terzo gommone.
"Profondamente allarmati per la notizia di altri due naufragi al largo della Libia, da gennaio 587 morti, escluso quest'ultimo l'incidente", è stato il commento dell'Unhcr, che ha ricordato che la tragedia si è verificata "dopo un'intensa settimana di arrivi", e i salvataggio di circa 6 mila migranti in cinque giorni.
La Guardia Costiera, dal canto suo, sostiene di non aver mai ricevuto segnalazioni dei naufragi. Fonti interne hanno riferito di numerose operazioni di soccorso durante la giornata di ieri – con il mare e il tempo in condizioni sfavorevoli – e di essere al corrente del recupero di cinque corpi in mare. Tuttavia, precisano le fonti, non sono arrivate chiamate di soccorso, che possano far pensare a un grande naufragio.
Libia blocca accordo con Italia su traffico migranti
La drammatica notizia della nuova tragedia nel Mediterraneo arriva proprio nel giorno in cui un tribunale libico ha di fatto bloccato l'accordo tra Italia e Libia per fermare il flusso di migranti, raggiunto il mese scorso con l’obiettivo di agevolare le autorità libiche nel contrasto dei trafficanti di esseri umani e ridurre gli sbarchi sulle coste italiane. Ma è stato possibile sottoscrivere l'intesa solo con il governo del premier Fayez Al Sarraj insediato a Tripoli con il sostegno dell'Onu: il Parlamento, controllato da sostenitori del generale Khalifa Haftar, lo considerano nullo.
La famigerata rotta mediterranea centrale: 10mila morti dal 2014
Dopo la chiusura della Rotta balcanica, i trafficanti di migranti hanno optato per quella mediterranea-centrale, vale a dire quella che porta nel nostro Paese. Un tratto di mare non semplice da percorrere per le imbarcazioni, soprattutto nei mesi invernali: solo l'anno scorso, in più e più naufraghi, sono morte quasi 4.600 persone e nel 2015 più di 2.850. Dal 2014 le vittime accertate di questa angosciante traversata sono state oltre diecimila. Ma si tratta solo di cifre ufficiali, quelle reali sono sicuramente più alte.
Ancora annegati nel cimitero Mediterraneo che si aggiungono agli altri. La notizia dice che i barconi erano tre e ciascuno trasportava in media 120 persone. Supplichiamo Nostro Padre di far cessare questo scempio non gratuito che i trafficanti criminali di persone continuano ad accumulare alla faccia delle varie nazioni. Ormai l'indifferenza a tali notizie è conclamata e palpabile sui volti di chi non vuole questi migranti di ogni genere, né si mettono in atto trasporti più sicuri e mirati, senza che qualche nave di notte accenda i fari per invitare questi barconi a raggiungerla. Interessi pure di questo tipo che qualche centro ha ventilato? Che livello stiamo raggiungendo come uomini non più civilizzati, ma allo sbando più completo! Comunque ringraziamo sempre quei volontari veri che si sacrificano per queste persone, non ascoltando tutte le proteste che sorgono e che occupano ampi spazi dei media.
In Siria i civili, inclusi i bambini, mangiavano foglie ed erba e bevevano l'acqua che trovavano… e non c'era cibo che avanzava da dare agli emarginati. Perciò anche i fiori e l'acqua sporca vanno bene, tanto sono gli altri che la bevono…
Ma perché stiamo assistendo ad un massacro e quelle persone vivono, basandosi sugli aiuti che vengono dall'estero e devono vivere così perché non hanno i soldi per fare dei viaggi da incubo, compresa la capatina sul mare/cimitero e poi arrivare dove li accolgono come possono per poi essere rimandati indietro per chi non ce la fa a superare le frontiere/i muri/la burocrazia?
E i bambini si accorgono che c'è qualcosa che non quadra, perché sono diventati esperti di trasferimenti e del finire magari da dove si è partiti e dove certo non li riceveranno suonando la banda in loro onore.
Avanti, per carità! Cari volontari, non abbandonate quei disperati come hanno fatto in tanti, sebbene tanti altri siano giù ancora in mezzo alla guerra e disperati nel vedere gente ridotta allo sfascio senza possibilità di un aiuto veramente concreto.
Intanto i bombardamenti sui civili continuano e chi c'è alla guida di quei bombardamenti??? Perché non lo dicono o lo fanno intuire??


13) Il “muro” dell’Europa nel Mediterraneo per fermare i migranti

Domani a Malta i leader europei discuteranno del piano per gestire l’immigrazione. Le direttive sono precise: rimpatri, accordi con paesi non europei, confini bloccati e affidamento alla Libia dei respingimenti in mare. Ancora una volta l’Europa ha rinunciato a percorrere la via dell’accoglienza, e con la chiusura della rotta del Mediterraneo si alza un nuovo muro.

POLITICA ITALIANA 2 FEBBRAIO 2017  17:58 di Claudia Torrisi

Al termine dell'incontro con il premier libico Fayez al Serraj, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha ribadito l'intenzione dell'Unione europea di chiudere la rotta dalla Libia all'Italia. "Ora è tempo", ha spiegato.

Di questo e di altri punti del piano dell'Unione per affrontare l'immigrazione i leader europei discuteranno domani a Malta. Una strategia che sembra seguire direttive molto precise: rimpatri, accordi con paesi non europei, confini bloccati e affidamento alla Libia dei respingimenti in mare. Stando alle prime informazioni, la cifra che dovrebbe essere stanziata per la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale dovrebbe essere di 200 milioni di euro. Dopo l'incontro di oggi con Tusk, Serraj ha detto che "l'ammontare dei soldi che l’Europa ha destinato alla Libia è una piccola cifra" e che per fermare i flussi di migranti che attraversano il Mediterraneo c'è bisogno di "un aiuto più concreto".

La decisione della chiusura della rotta nel Canale di Sicilia è stata motivata con l'alto numero di sbarchi e morti dell'ultimo anno. Nel 2016 sono stati 181 mila i migranti che hanno usato la rotta del Mediterraneo centrale, con un triste primato di decessi: circa cinquemila in dodici mesi.

Tusk ha detto che il flusso dei migranti su quel tratto "non è sostenibile" e che la chiusura è dovuta "prima di tutto a chi soffre e rischia la vita" ma "anche agli italiani e a tutti gli europei". L'idea dell'Ue di chiudere la rotta del Mediterraneo centrale e affidare alla Libia i respingimenti in mare dovrebbe avere lo scopo di lottare contro le reti "del traffico di esseri umani", "aiutare a gestire i flussi migratori", "continuare a salvare vite in mare" e "migliorare le condizioni di vita dei migranti".

Questo proposito, però, regge fino a un certo punto. La prima perplessità riguarda il paese che sarà maggiormente coinvolto in queste operazioni: la Libia. Sono state piuttosto numerose negli anni le denunce di Ong e associazioni per i diritti umani che spingevano a non considerare il paese come un interlocutore in tema di gestione e sicurezza di migranti e rifugiati. Solo quest'estate Amnesty International ha raccolto e reso note "orribili testimonianze di violenza sessuale, uccisioni, torture e persecuzione religiosa che confermano la scioccante dimensione degli abusi" che migranti e rifugiati subiscono "nel percorso verso la Libia e all'interno di questo paese".

Ricerche hanno mostrato che oltre il 75% dei migranti che si trovano in Libia ha subito violenza fisica e quasi un terzo di loro ha visto morire i compagni di viaggio; molti, invece, hanno riferito un indiretto o diretto coinvolgimento della polizia e della Guardia costiera libica in questi episodi di violenza. Come scrive su The Conversation Nando Sigona, sociologo italiano dell'Università di Birmingham, con l'accordo la situazione per rifugiati e migranti potrebbe peggiorare: "Se il ruolo rafforzato della Libia nel fermare le barche dei migranti dovesse comportare un ridimensionamento dell'impegno dell'Ue nella ricerca e soccorso" le morti in mare potrebbero solo aumentare.

L'organizzazione Save the Children ha già espresso preoccupazione per la nuova proposta Ue per fermare i flussi nel Mediterraneo centrale, definendo "inaccettabile" l'idea di respingere le persone in un paese destabilizzato come la Libia. "Ancora una volta, l’Unione Europea si sta sottraendo alla propria responsabilità di tutelare i diritti dei migranti, senza offrire alcuna garanzia a uomini, donne e bambini circa il loro futuro dopo che saranno respinti in Libia", ha detto Ester Asin, direttore dell’ufficio Advocacy Europa della Ong a Bruxelles.

L'altra questione è che chiudere le rotte non significa fermare i migranti, semmai esporli ad altri pericoli. La gente non sparisce, né rinuncia a partire se il canale che conosce è bloccato. Una dimostrazione in questo senso si è avuta in seguito all'accordo di marzo 2016 con la Turchia, con cui è stata chiusa la rotta balcanica. I migranti non hanno smesso di muoversi, hanno trovato e utilizzato altre strade o sono rimasti bloccati in condizioni terribili alle porte dell'Unione europea, come i migliaia di rifugiati intrappolati in una sorta di limbo in Serbia e sulle isole greche, tra temperature sotto lo zero e ripari di fortuna. Pagano "il prezzo del cinismo dell’Europa e del riprovevole patto con la Turchia", ha spiegato il capo missione di Msf in Grecia, Clement Perrin, secondo cui "è vergognoso vedere che nonostante tutte le promesse e i proclami dell’Europa, uomini, donne e bambini vivono nelle tende in queste condizioni".

"La Ue ha dimostrato di essere capace di chiudere le rotte di migrazioni irregolari, come ha fatto nella rotta del Mediterraneo orientale", ha detto Tusk, dimenticando che ad oggi non ne esistono – né sono in agenda – di regolari. Dietro l'ipocrisia del "salvare vite", ancora una volta l'Europa ha rinunciato a  percorrere la via dell'accoglienza e dei percorsi sicuri, privilegiando pratiche e accordi che fino a questo momento hanno portato solo violenze, morti e diritti negati.  Secondo Judith Sunderland, associate director for Europe and Central Asia di Human Rights Watch, "quella che l'Ue chiama ‘linea di protezione' in realtà potrebbe essere una linea di crudeltà ancora più profonda". Nulla di diverso da un muro, solo con un altro nome.

È pazzesco quanto si legge o si ascolta dalla voce dei rifugiati, dopo aver filtrato le notizie. Chi si imbarca per raggiungere l'Italia dalla Libia non sa cosa l'attende anche in Libia:  chiusi in baracche, subiscono ogni angheria che li spoglia di tutto e li ferisce fisicamente e sessualmente, scafisti o meno che siano, c'è il criminale che si accanisce!!! … su questi disperati… per ricavare un guadagno misero o meno, ma sempre un guadagno! Chi soffre, e soffre tanto, al massimo è buttato a mare dai propri stessi compagni che da vittime diventano carnefici! E i minori non accompagnati che fine fanno?

Chi non lo dice è perché questi subiranno più di tutti gli altri in terra,sui barconi e...

14) L’Onu accusa Aung San Suu Kyi: “Ha commesso crimini disumani verso la minoranza Rohingya”

La presidente del Myanmar – premio Nobel per la Pace – è accusata di crimini contro l’umanità per il massacro della minoranza islamica Rohingya.

ASIA 10 MARZO 2017  19:47 di Davide Falcioni

Militari e poliziotti del Myanmar avrebbero commesso "crimini contro l'umanità" nei confronti della minoranza islamica Rohingya. L'ha sostenuto la delegata speciale dell'Onu nell'ex Birmania, Lee Yanghee, a un programma della Bbc. Aung San Suu Kyi, la leader "de facto" del paese, ha rifiutato di rilasciare qualsiasi intervista e di spiegare cosa stia accadendo, tuttavia un portavoce del suo partito ha ribattuto alle accuse sostenendo che sono "esagerate" e che la questione è "interna, non internazionale". Lee Yanghee ha dichiarato che non le è stato permesso il libero accesso nell'area del conflitto, ma che numerosi rifugiati in Bangladesh le hanno testimoniato di "crimini contro l'umanità da parte dei militari birmani di Myanmar, delle guardie di frontiera, della polizia e delle forze di sicurezza".

Onu: "Verso i Rohingya abusi sistematici"
L'alta funzionaria delle Nazioni Unite ha parlato di abusi "sistematici" attribuendo responsabilità importanti al governo di Aung San Suu Kyi che, pur essendo al potere da circa un anno, non ha ancora risposto a questi "massicci casi di orribili torture e crimini estremamente inumani". Negli ultimi mesi più di 70mila Rohingya, minoranza islamica di Myanmar, sono fuggiti in Bangladesh nella speranza di riuscire a salvarsi dalle persecuzioni.
Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha vinto le prime elezioni democratiche del paese in 25 anni a novembre 2015. Il governo di cui è a capo ha sempre negato tutte le più gravi accuse di violazione dei diritti umani nello stato di Rakhine, sostenendo che l'operazione militare in corso in quella zona è in realtà assolutamente legittima.

Chi sono i Rohingya e perché vengono perseguitati
Quella dei Rohingya è una popolazione estremamente povera proveniente dal Bangladesh, che si è però insediata in Myanmar – ex Birmania – da molte generazioni. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, sono di fede musulmana in un paese a maggioranza buddista e rappresentano non più di un cinquantesimo della popolazione del paese. La maggior parte di loro vive nello Stato di Rakhine. Nel 1982, la giunta militare al potere all'epoca li privò della cittadinanza birmana, circostanza che impedisce loro di accedere a numerosi servizi come scuole e ospedali. Non hanno nemmeno il diritto di voto, perciò non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015.

I Rohingya sono perseguitati dal 1982. Ci si accorge solo ora delle loro condizioni di migranti o vittime perenni? Non hanno nessun diritto? Non permettendogli nulla se non di morire? I rappresentanti dell'ONU li hanno intervistati nella speranza che serva a qualcosa, ma le scarne notizie che ci giungono di loro ci dicono che nulla è cambiato: sono schiavi senza alcun diritto e schiavi restano senza nessun diritto. Non stante la presenza di qualche volontario che, a proprio rischio, e pericolo, cerca di portare un aiuto malvisto dalle autorità locali.

15) “In Siria si è toccato il fondo”. Intervista a Andrea Iacomini

Articoli, Esteri, Interviste16 marzo 2017di: Gian Mario Gillio

«Almeno 652 bambini sono stati uccisi in Siria nel 2016, con un aumento del 20% rispetto al 2015», lo denuncia l’Unicef nel dossier «Hitting Rock Bottom» laddove, ricorda a Riforma.it il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini «le gravi violazioni contro i più piccoli, in un conflitto ormai giunto al sesto anno, hanno raggiunto il livello più alto mai registrato».
In questa drammatica situazione sono i bambini a pagare il tributo più alto. È così?
«Credo che ciò che sta accadendo in Siria sia il più grande fallimento della comunità internazionale degli ultimi settant’anni. Una guerra iniziata sei anni fa, una guerra che non si può semplicisticamente attribuire a una parte o dell’altra, una guerra dove non ci sono “buoni” e dove le responsabilità devono essere di tutti e, in mezzo a tutto ciò, vi è un popolo che soffre per una guerra che non voleva; una guerra per procura dove alla fine tutti sono scesi “in campo” e dove le più grandi potenze mondiali si sfidano come se giocassero a “Risiko”. Nel frattempo, i numeri del rapporto dicono chiaramente che è stato “toccato il fondo”, come recita il titolo del dossier: con oltre 5 milioni di rifugiati, di cui la metà bambini, per per non contare i morti. L’Unicef solo poco tempo fa decise di ricordare i morti e i bambini uccisi e le sofferenze di un intero popolo con una manifestazione denominata “Aleppo Day” e molto partecipata. In molti, quel giorno – era il 22 dicembre – ritennero che la guerra siriana fosse finita con “la presa” di Aleppo. Purtroppo non è stato così. La guerra non è finita, prosegue imperterrita, e causa la morte di migliaia di bambini, arreca danni fisici e psicologici e tutt’oggi 280 mila bambini sono ancora sotto assedio, tra ostilità e sofferenze che sembrano non cessare mai».
“Abbiamo toccato il fondo” è un titolo scelto solo per destare scalpore?
«Sembrerebbe, ma non è così.  Dice chiaramente che “allarghiamo le braccia e non c’è più nulla da fare”. Oggi è così, perché ci troviamo di fronte a bambini arruolati come piccoli soldati da ben sei anni di questo conflitto; a bambini che soffrono quotidianamente perché mutilati da bombe e violenze; a madri che uccidono i propri figli per alleviare loro altre sofferenze. Eppure, ormai da sei anni, ricordiamo alla comunità internazionale che la situazione è drammatica e che i profughi sarebbero arrivati a numeri impressionanti, oggi milioni, e nessuno ci ha creduti. Poi, è esplosa la situazione sfociata nella “fuga” verso la rotta balcanica. Come possiamo non dire che abbiamo toccato il fondo è che siamo arrivati a un punto di non ritorno. Tutto ciò che potevamo fare l’abbiamo fatto, e ciò che ancora oggi possiamo fare continuiamo a farlo: aiutare dove è possibile con tutte le nostre forze chiedendo anche aiuto a tutti coloro che ci sostengono, sensibilizzando dove è possibile. Una cosa che però stupisce è il silenzio di chi si è sempre speso per la pace e in particolare in questa situazione non lo ha fatto, e con essi la politica che non ha mai invitato nessuno a scendere in piazza per sensibilizzare su una tragedia dei nostri tempi, non l’unica ovviamente che lo avrebbe meritato».
Mentre l’Unicef ricorda i sei anni di conflitto con un dossier dedicato alla sofferenza di tutta la popolazione colpita in Siria, alcuni quotidiani nazionali concedono spazio a Bashar Al Assad, intervistandolo. Cosa ne pensa?
«Questa domanda mi addolora. Oggi il popolo siriano non ha bisogno di riabilitazioni, perché quel che è accaduto al popolo siriano è sotto gli occhi di tutti, per mano di Assad e per “mano” di chi ha voluto contrastare Assad. Per mano dei ribelli o per “mano” dell’Isis. Quel che non si dovrebbe fare però, è tentare di scrivere una storia parziale perché sono troppi i morti, soprattutto i bambini, che devono pesare sulla coscienza di tante persone coinvolte e quelle di tutti noi. Credo che in tutta questa situazione ci siano solo colpevoli, nessuno può essere “riabilitato”».
Quali sono i dati del dossier e che ritiene più significativi?
«652 bambini sono stati uccisi – un aumento del 20 per cento dal 2015; 255 bambini tra essi, proprio nei pressi delle loro scuole o addirittura all’interno degli istituti; più di 850, solo nel 2016, sono stati reclutati per combattere in questo conflitto, più del doppio del numero di reclutati nel 2015. Sono stati compiuti 338 attacchi contro gli ospedali e contro il personale medico. E queste sono solo le cifre accertate, individuate, dunque indicative. 20mila sono i bambini morti dall’inizio del conflitto, accertati, ma potrebbero essere molti di più, anche 50mila».
Come e dove opera l’Unicef?
«Siamo presenti in 189 paesi nel mondo e in prima linea ovunque siano riscontrabili emergenze, Siria, Yemen. In Iraq, ad esempio, dove a Mosul è in corso un assedio di una ferocia inaudita e dove operiamo portando cibo e acqua, assistenza ai profughi con kit igienico sanitari e aiuti di prima assistenza occupandoci in particolare dei bambini. Oggi il nostro impegno è particolarmente indirizzato verso la più grave carestia che ha colpito l’Africa, una carestia che non si vedeva dal 1945 e che sta devastando la Nigeria, il Sud Sudan, la Somalia, lo Yemen. Una situazione gravissima anche per via dell’instabilità politica presente in quelle aree e che sta rischiando di far morire nell’immediato un milione di bambini. Non nascondo che abbiamo bisogno di aiuti. Oggi, 4 miliardi di fondi devono essere sbloccati alle Nazioni Unite e sono ancora fermi; se questi non potranno essere utilizzati sarà difficile poter intervenire in quelle zone come vorremmo. L’aiuto di tutti è più che mai è necessario, direi fondamentale».


(https://www.articolo21.org/2017/03/in-siria-si-e-toccato-il-fondo-intervista-a-andrea-iacomini/)

Anche questo articolo sta diventando troppo denso di morti, torture, schiacciamento dei diritti del singolo individuo e di ogni tentativo di alleviare le sofferenze a qualcuno dei perseguitati, tentativo che non è altro che una goccia di aiuto e sostegno umano in un oceano di odio, egoismo e quant'altro di meno umano possa esistere.
Ci sarebbe anche da fare la lista di padri e madri che uccidono i loro figli piccoli, accanto a qualche atto generoso di bambina/o, come il caso del bimbo di tre anni che salva il padre diabetico facendogli mangiare dello yogurt, esempio più che generoso che non diminuisce quanto fanno gli adulti ai bambini che sono il nostro futuro.


Ringraziamo sempre quei volontari e benefattori, adulti o bambini, che si sacrificano per gli altri: un grazie che vi vuole accompagnare sempre nel vostro impegno a salvare questa umanità così sconvolta e sconvolgente.