All'attacco, Bambini!

di Giorgio Gagliardi

venerdì 20 ottobre 2017

La pulizia etnica esercitata nei confronti dei popoli più emarginati che è sempre più diffusa da molti governi/The Increasingly Widespread Tendency of Governments to Implement Programmes Aimed at Ethnic Cleansing at the Expense of the Most Marginalised Peoples


Compaiono raramente storie di migranti e loro racconti che facciano ancora rabbrividire i lettori, perché si verificano sulla pelle degli altri: questi derelitti, per sopravvivere, si allineano ad altri migranti che tentano di raggiungere nazioni meno crudeli, anche se incontrano altre difficoltà di sopravvivenza dovute alle intolleranze diffuse da parte degli abitanti delle località in cui si inseriscono. Qualche governo non si accorge che i nuovi arrivati devono essere istruiti su cosa incontrano e come deve essere il loro comportamento per non suscitare i soliti vespai che irritano tutti: ormai tutti i governi ricacciano il più possibile chi cerca aiuto e le fosse comuni che man mano vengono alla luce (scoperte sempre per caso) sono un chiaro indizio di intolleranza, di tentativi sempre più aggressivi verso coloro che stanno fuggendo e che cercano un riparo.

La pietà esiste per certi gruppi assistiti da associazioni di volontariato che fanno entrare legalmente alcune decine di fortunati migranti; la gran parte però è sempre in mano a governi il cui cambio/passaggio per il paese di profughi e soldi è sempre in favore dei soldi che incassano: le storie delle vittime e soprattutto dei bambini sembrano inverosimili, ma sono vere e avallate dalle cicatrici sul corpo delle vittime e dai resoconti di alcuni giornalisti che spesso ci rimettono la vita per essersi mischiarsi con queste vittime e aver subito le stesse angherie lungo il tragitto verso la scelta della spiaggia dove si credeva di trovare un’accoglienza degna degli esseri umani.

E la definizioni di “viaggi strazianti” dice molto sul trattamento che questi subiscono. Ma il viaggio dei migranti incontra poi “muri di cemento e filo spinato” costruiti proprio per loro, per fermare, bloccare il loro transito; tutto questo indica le scelte che i vari governi hanno fatto, escluse le scelte che faranno in un futuro prossimo. Ci si ricordi che mentre ci sono popoli che sono schiacciati e diminuiscono, i governi che li schiacciano fanno finta di aiutare questi inermi e sorridono. Ci sono governanti che cambiano atteggiamento e, mentre prima erano o si atteggiavano a vittime, ora sono gli oppressori o i cosiddetti menefreghisti che fingono di non avere né occhi, né orecchie, né di sapere cosa succede.

1) “Ai libici non piacciono i neri, ci hanno massacrato”, i racconti choc degli abusi sui migranti

Secondo il rapporto “Viaggi Strazianti” – diffuso da Unicef e Oim – il 77% dei minori che tentano di raggiungere l’Europa attraverso la rotta del Mediterraneo sono vittime di abusi dei diritti umani spaventosi. Ad essere presi maggiormente di mira sono i bambini e i giovani provenienti dall’Africa sub-sahariana. E la rotta verso l’Italia si conferma come la più mortifera: nel 2017 sono morte 2.563 persone.

ESTERI 12 SETTEMBRE 2017 17:37 di Mirko Bellis (http://www.fanpage.it)

Dentro il centro di detenzione in Libia dove mamme e neonati dormono su materassi per terra “Se cerchi di fuggire, ti sparano. Se smetti di lavorare, ti picchiano. Eravamo come gli schiavi, alla fine della giornata, ci chiudevano a chiave”, con queste parole Aimamo, un rifugiato di 16 anni del Gambia, ha descritto la sua esperienza una volta arrivato in Libia. Il drammatico racconto di questo ragazzo non accompagnato, costretto per mesi ad un estenuante lavoro manuale per mano dei responsabili della tratta di esseri umani, è contenuto nell'ultimo rapporto diffuso da Unicef e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). "Viaggi strazianti”, l’eloquente titolo del lavoro di indagine che raccoglie le testimonianze di 22mila migranti, di cui 11mila tra bambini e ragazzi. In esso emerge che fino a tre quarti (il 77%) dei minori che sono transitati sulla rotta migratoria del Mediterraneo centrale hanno vissuto esperienze dirette di abusi, sfruttamento e sono stati oggetto di traffico. Come Lovette, 16 anni, che ha lasciato la Nigeria per attraversare tutta la Libia. Senza documenti, la ragazza ha affermato di essere stata arrestata insieme agli altri migranti del suo gruppo. Rinchiusa in una cella sovraffollata, alle donne e ragazze veniva dato il cibo sono tre giorni alla settimana: se protestavano, venivano picchiate dalle guardie. Alla prima occasione, Lovette e gli altri hanno sono scappati dal centro e si sono imbarcati per l’Italia.

Minori che viaggiano da soli, senza nessuna protezione, e perciò più vulnerabili di fronte ai trafficanti e le bande criminali. Mentre tutti i migranti e i rifugiati corrono alti rischi – segnala il dossier – i bambini e i giovani sono molto più esposti allo sfruttamento e alla tratta rispetto agli adulti dai 25 anni in su. Un altro migrante della Gambia, Sanna di 17 anni, era disposto a fare qualsiasi lavoro pur di ottenere i soldi per continuare il suo viaggio. “Ma i libici a volte si rifiutavano di pagarci e se ci lamentavamo, venivano con una pistola. Non puoi fare niente, siamo stati trattati come schiavi”, ha ammesso.

Dalle interviste raccolte emerge anche un altro dato: i minori che vengono dall'Africa sub sahariana hanno probabilità molto maggiori di subire abusi rispetto a persone che si spostano da altri Paesi del mondo. La causa di questa disparità di trattamento – continua il rapporto – molto probabilmente risiede nel razzismo degli stessi contrabbandieri di esseri umani e delle milizie libiche. Christelle, una quindicenne della Repubblica Democratica del Congo, ha raccontato che, durante un controllo della polizia, gli agenti le hanno estorto del denaro. "Ai libici non piacciono i neri – ha asserito – al contrario, siamo quelli più maltrattati”. La maggior parte dei migranti e dei rifugiati che hanno attraversato la Libia continuano ad essere fortemente colpiti da illegalità, milizie e criminalità. Alieu ha 17 anni e adesso è in Italia come richiedente asilo. La sua esperienza non è stata molto diversa degli altri. Ricorda ancora il clima di violenza in Libia. "Ognuno ha una pistola – ha riferito agli operatori dell’Oim – anche i bambini, è proprio quello che mi ha impressionato di più". Gli fa eco il suo amico Abdullah, come lui del Gambia: “Sono stato a Tripoli per tre settimane e sparavano dappertutto. E’ questa la vita in Libia”. Circa 2 su 3 degli adolescenti hanno dichiarato di essere stati trattenuti contro la loro volontà nel Paese nordafricano. “Abbiamo rischiato le nostre vite per venire qui”, ha affermato Mohammad, un diciassettenne che ha viaggiato attraverso la Libia per cercare asilo in Italia. "Abbiamo attraversato il mare. Sapevamo che non era sicuro però abbiamo rischiato. O lo facevamo, o morivamo”.

“La dura realtà è che ormai pratica consueta che i bambini migranti lungo il Mediterraneo siano vittime di abusi, traffico, percosse e discriminazioni”, ha dichiarato Afshan Khan, direttore regionale e coordinatore speciale dell'Unicef per la crisi rifugiati e migranti in Europa. Dietro alla fuga dei minori dalla loro terra d’origine ci sono conflitti, guerre o violenze. Meno della metà dei giovani l’ha fatto per motivazioni economiche. Giovanissimi che, pur di accarezzare il sogno di una vita migliore in Europa, sono disposti a pagare tra i mille e i cinquemila euro. Soldi che in molti casi dovranno restituire una volta arrivati a destinazione, con il rischio di ulteriori sfruttamenti. “I fattori che li spingono a migrare sono gravi e queste persone intraprendono viaggi pericolosi pur sapendo che potrebbero costare loro la dignità, il benessere o anche la vita”, ha sottolineato Eugenio Ambrosi, Direttore Regionale dell'Oim per l’Unione Europea, la Norvegia e la Svizzera.

Il rapporto chiede a tutte le parti interessate – Paesi di origine, di transito e destinazione, l’Unione Africana, l’Unione Europea, le organizzazioni internazionali e nazionali con il supporto della comunità dei donatori – di dare priorità ad una serie di azioni. Queste comprendono: stabilire passaggi regolari e sicuri per i bambini migranti; rafforzare i servizi di protezione dei minori trovando alternative alla loro detenzione; lottare contro la tratta e lo sfruttamento ed infine combattere la xenofobia, il razzismo e le discriminazioni contro tutti i migranti e i rifugiati. “I leader dell’Unione Europea dovrebbero attuare delle soluzioni durature che comprendano percorsi migratori sicuri e legali, stabilire corridoi di protezione e trovare alternative alla detenzione di bambini migranti”, ha ribadito Khan. “Dobbiamo ravvivare un approccio alle migrazioni basato sui diritti – ha concluso Ambrosi – migliorare i meccanismi per identificare e proteggere i più vulnerabili nel processo migratorio, a prescindere dal loro status legale".

La rotta centrale del Mediterraneo si conferma la più mortifera. Secondo i dati diffusi dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni, nel 2017 sono affogate lungo questo tratto di mare 2364 persone.


2) “Abbiamo mangiato cortecce di albero per sopravvivere”, la disperazione degli orfani Rohingya

Più di mille bambini Rohingya, nella loro fuga da persecuzioni e violenze, hanno perso i genitori. Stanchi, affamati e traumatizzati trovano rifugio nei campi profughi allestiti nel vicino Bangladesh. Minori non accompagnati – avverte Unicef – particolarmente a rischio di abusi sessuali, traffico di esseri umani e traumi psicologici. Non si ferma l’esodo della popolazione musulmana: dal 25 agosto sono oltre 370mila i Rohingya fuggiti dalla Birmania.

ESTERI ASIA 13 SETTEMBRE 2017 18:19 di Mirko Bellis

Attraverso la giungla o guadando i fiumi, sono sempre di più i bambini di etnia Rohingya che cercano rifugio in Bangladesh. Arrivano da soli perché, nella loro fuga da violenze, incendi e persecuzioni, hanno perso i genitori. Secondo l'Unicef, sono oltre mille i minori che, scappati da Myanmar (l’ex Birmania), sono arrivati nel Paese vicino senza le proprie famiglie. “Bambini che non hanno dormito per giorni e che sono stanchi e affamati. Dopo viaggi lunghi e difficili, molti sono malati e hanno bisogno di cure mediche. Bambini traumatizzati, che hanno bisogno di protezione e supporto psicosociale”, è l’allarme lanciato dall'agenzia umanitaria dell'Onu.

“Sono arrivato fin qui (in Bangladesh, ndr) – ha raccontato un bimbo di 10 anni – dopo un viaggio di tre giorni. Ho attraversato il fiume assieme ad alcuni adulti. Ho mangiato cortecce degli alberi e un po’ d’acqua per sopravvivere”. Minori non accompagnati – avverte Unicef – particolarmente a rischio di abusi sessuali, traffico di esseri umani e traumi psicologici. “I bambini sono quelli colpiti più duramente e hanno bisogno di supporto per sopravvivere e per superare i traumi mentali e fisici provocati dalle inondazioni e dagli spostamenti forzati di popolazione”, ha dichiarato Jean Lieby, responsabile per i programmi di protezione dell'infanzia dell'Unicef in Bangladesh.

Una crisi umanitaria che sta peggiorando giorno dopo giorno. Secondo le Nazioni unite, dal 25 agosto a oggi oltre 370.000 abitanti di etnia Rohingya hanno superato la frontiera del Myanmar, scappando dalle persecuzioni. Un esodo iniziato dopo la dura reazione del governo birmano – presieduto dalla Nobel per la pace Aung San Suu Kyi – in risposta ad un attacco dell’Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army), avvenuto il 24 agosto. Nell'assalto alle postazioni di polizia e guardie di confine, morirono 12 agenti di polizia e guardie di confine e 77 guerriglieri.

“La portata e la velocità di questo flusso è senza precedenti”, ha sottolineato l'Unicef. L’80% di tutti i rifugiati sono bambini, adolescenti e donne, molte di loro in gravidanza. Secondo l’agenzia per i diritti dell’infanzia delle Nazioni Unite, almeno 200.000 bambini Rohingya hanno bisogno di aiuti urgenti, come acqua potabile e servizi igienici di base per prevenire l’insorgere di malattie legate all'acqua. Di fronte all'escalation di violenze nei confronti dei Rohingya, l'Onu ha chiesto al governo di Myanmar di porre fine alle “crudeli operazioni militari”, definendole un “chiaro esempio di pulizia etnica”.

La maggior parte dei profughi ha trovato riparo nel distretto di Cox’s Bazar, nell'estremo sud-est del Paese, a poche decine di chilometri dal confine con il Myanmar. Per arrivarci, però, le decine di migliaia di Rohingya devono attraversare il fiume Naf, che delimita il confine birmano-bengalese. E non tutti ce la fanno. La polizia del Bangladesh – riferisce il portale di notizie BdNews24 – ha recuperato i cadaveri di tre donne e quattro bambini, annegati a seguito del naufragio della loro imbarcazione, portando a oltre 100 i morti affogati nell'attraversare il corso d'acqua che separa i due Paesi. E una volta superate mille difficoltà, nell’area di Cox’s Bazar, migliaia di famiglie con bambini sono costrette a dormire all’aperto in mancanza di riparo. “Tra chi è arrivato negli ultimi giorni, spesso dopo una lunga fuga a piedi e dopo aver abbandonato la propria casa tra violenze e uccisioni, il livello di disperazione è altissimo. Sono già molti i bambini che si sono ammalati per mancanza di cibo o acqua potabile", ha dichiarato George Graham, esperto di emergenze umanitarie di Save the Children.

Intanto, la primo ministro del Bangladesh, Sheikh Hasina, in visita ad un campo profughi a Cox's Bazar, ha rivolto un appello alle Nazioni Unite e alla comunità internazionale affinché facciano pressione sul governo di Myanmar per porre fine alle violenze contro la popolazione Rohingya e perché venga consentito il ritorno dei rifugiati.


Fonti:

- Premier bengalese: “Sì agli aiuti ai rifugiati rohingya” (In Terris) https://www.intopic.it/notizia/12150727/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

- Emergenza Rohingya: un milione di rifugiati in Bangladesh e le colpe dell'Onu (East)https://www.intopic.it/notizia/12162326/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha

Questa seconda relazione riguarda la stessa tematica della prima (i migranti in Birmania) ma potrebbe riguardare parimente altre nazioni del Sud e Nord America, dell’Asia, dell’Africa e dell’Europa, che non navigano certo in acque migliori.

Bambini affamati costretti a dormire all’aperto, bambini che hanno già malattie e ne prendono delle altre, senza poter ricevere cure, bambini che assistono ad una vera e propria strage dei loro famigliari ad opera di soldati o paramilitari che se ne fregano altamente dei risvolti fisico-psichici per queste creature così vulnerabili, che sviluppano paura e/o indifferenza paranoica. Famiglie che tentano di superare fiumi e paludi per raggiungere terre più sicure, mentre i loro tentativi finiscono molto male, come nel caso di annegamenti, dell’attraversamento di lande impervie e del maltempo che falcia bambini ed adulti.

C’è da dire che sono molti i giovani aiutano come meglio possono questi disperati, ma spesso la mancanza di mezzi o altre difficoltà riducono le loro forze ed i loro interventi, senza l’aiuto dello stato da cui provengono e che conosce la sorte che potrebbe toccare ai giovani stessi. Inoltre, come in Birmania, i Rohinga vengono uccisi a bruciapelo senza nessun controllo da parte di chi li comanda o, come accadeva tempo fa, sono riforniti sui loro barconi quando arrivavano ad un sospirato porto che non li accetta veramente e che più o meno garbatamente li respinge molto ambiguamente: non possono attraccare e scendere a terra, quei derelitti, ma vengono respinti di nuovo in mare, via dalla coste. E aumentano le fosse comuni o i cadaveri in mare, che diventano così cibo per pesci.

Per le visite apostoliche di Papa Francesco della chiesa cattolica a dicembre in Birmania e Bangladesh non si può far altro che augurargli ogni bene e lodare l’impegno di colui che cerca di ridurre i muri, gli atteggiamenti odiosi di tutela dei confini e la pulizia etnica che non è altro che un grande eccidio contro i disperati che non possono far altro che tentare di difendersi alla men peggio, tutelando minori destinati a soccombere.

Come esemplificato dal caso di Mohammed, il bimbo che aveva subito la stessa sorte del piccolo  Aylan citato in un articolo di questo blog nel gennaio di quest’anno (fonte http://www.fanpage.it/mohammed-come-aylan-la-foto-che-spezza-il-cuore-e-il-dramma-dei-rohingya-in-birmania/ - http://www.fanpage.it/), in Myanmar (o Birmania che dir si voglia) è in atto una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza Rohingya. Il governo (inclusa l’ex premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi) sono accusati di non agire, e il padre di questo bimbo morto mentre cercava di fuggire dal Paese con la propria famiglia spera che qualcuno si muova a loro favore.

3) Rohingya, lettera all'Onu di Nobel e attivisti per fermare gli orrori

Il documento, indirizzato al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, invita a un intervento decisivo per arginare la crisi e chiede un'azione di convincimento nei confronti del governo birmano di Aung San Suu Kyi, affinché alla minoranza venga riconosciuta la cittadinanza. Oltre 370mila gli sfollati della comunità musulmana in Bangladesh, in fuga dalle violenze in Myanmar

Un appello corale al coraggio, prima che si arrivi a un punto di non ritorno: l’allarme per la sorte dei rohingya mobilita 12 Nobel e altri 15 tra attivisti, filantropi e politici di tutto il mondo, che scrivono al Consiglio di sicurezza dell’Onu chiedendo un’azione tempestiva, in un momento cruciale per fermare la spirale di violenza che colpisce la minoranza musulmana in Myanmar.

Una fiumana di gente, in fuga da maltrattamenti, incendi e brutali uccisioni. In decine di migliaia ammassati al confine con il Bangladesh, già raggiunto da oltre 370mila persone in appena venti giorni di orrori nello Stato di Rakhine, nel nord della Birmania. A rischio, soprattutto i minori non accompagnati esposti al pericolo di abusi e sfruttamento, mentre cresce il numero di famiglie senza un riparo e a corto di cibo e acqua. Dai tempi del dominio coloniale britannico, Rakhine è casa per il gruppo etnico dei rohingya, oggi una minoranza di 800mila persone, che i birmani però non considerano connazionali. 

La lettera arriva a poche ore da una notizia che fa molto discutere la comunità internazionale: la leader birmana e premio Nobel Aung San Suu Kyi non parteciperà all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fissata per la prossima settimana a New York. Appuntamento decisivo, in quanto il segretario generale Onu Antonio Guterres ha inserito in agenda proprio l'emergenza Rohingya, che peggiora significativamente di ora in ora.

“Secondo diverse organizzazioni, la recente offensiva militare dell’esercito di Myanmar nello Stato di Rakhine ha portato all’uccisione di centinaia di Rohingya. Centinaia di migliaia di persone sono sfollate. I villaggi sono stati completamente bruciati, le donne stuprate, molti civili arrestati arbitrariamente, e bambini uccisi” si legge nel documento indirizzato al presidente e ai membri del Consiglio di Sicurezza Onu: “In un momento cruciale, alle organizzazioni è stato quasi completamente negato l’accesso, creando così una crisi umanitaria in un’area già estremamente povera”.

Tra i firmatari, i premi Nobel per la pace Muhammad Yunus, Malala Yousafzai e Shirin Ebadi, prima donna musulmana e cittadina iraniana a ottenere il riconoscimento. Ma anche l'ex ministra degli Esteri italiana Emma Bonino e Kerry Kennedy, figlia di Robert Kennedy e attivista per i diritti umani, Richard Branson, imprenditore e filatropo britannico, fondatore del Virgin Group, e l’ex leader irlandese Mary Robinson. Alla lettera è allegata anche una lista di passi preparatori per fronteggiare l’emergenza.

“Sollecitiamo il convincimento del governo di Myanmar affinché prenda una posizione immediata per implementare le raccomandazioni della Rakhine Advisory Commission istituita nel 2016 su pressione della comunità internazionale. La commissione, in gran parte composta da cittadini birmani e presieduta da Kofi Annan, ha raccomandato di dare la cittadinanza ai rohingya, per permettere loro libertà di movimento, diritti e uguaglianza di fronte alla legge, per assicurare una rappresentanza della comunità (la cui mancanza affligge i musulmani in maniera sproporzionata) e facilitare l’assistenza dell’Onu nel garantire un ritorno in sicurezza delle persone. La paura è diventata realtà attraverso l’attacco alle forze di sicurezza di Myanmar dei militanti. Senza uno sforzo costruttivo per una pace duratura, la situazione è destinata a peggiorare e rischia di porre serie minacce per la sicurezza delle altre nazioni”.

Segue il testo integrale della lettera dei Nobel e delle altre personalità consultabile al link: http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/13/news/rohingya_la_lettera_all_onu_di_nobel_e_attivisti_per_fermare_gli_orrori-175407694/).

4) La Corea del Nord lancia un nuovo missile verso il Giappone

Pubblicato il 15 settembre 2017 alle ore 10:40

Abe: non tollereremo queste provocazioni scandalose
Tokyo (askanews) - Un nuovo missile nordcoreano è stato lanciato verso il Giappone: ha sorvolato il Paese ed è caduto nell'oceano al largo dell'isola di Hokkaido.
Il secondo lancio che minaccia direttamente Tokyo in meno di tre settimane è la risposta di Kim Jon Un all'inasprimento delle sanzioni Onu.

Il missile balistico a lungo raggio, partito dall'aeroporto di Pyongyang, secondo il ministero della Difesa di Seoul, avrebbe volato per 3.700 km a una massima altitudine di 770 km.

"Non tollereremo mai che la Corea del Nord continui con queste provocazioni scandalose" ha detto il premier Shinzo Abe che per la seconda volta ha visto il suo Paese in piena emergenza, con milioni di giapponesi svegliati dalle sirene e costretti a rifugiarsi in scantinati o a mettersi al riparo in un edificio.

Anche questo missile potenzialmente avrebbe potuto raggiungere la base militare americana di Guam.


- Trump, discorso Onu: Se costretti distruggeremo del tutto Corea del Nord
20 set, 08:01 di Laura Naka Antonelli Stampa

"Gli Stati Uniti hanno grande forza e pazienza. Ma se saremo costretti a difendere noi e i nostri alleati, non avremo altra scelta se non quella di distruggere totalmente la Corea del Nord". E' quanto ha detto il presidente americano Donald Trump, in occasione dell'Assemblea Generale dell'Onu.

Trump ha aggiunto che "la Corea del Nord sta minacciando il mondo intero".


- Corea Nord, saremo potenza nucleare

Condanna ulteriori sanzioni Onu, 'accelerano solo nostro passo'

(ANSA) - PECHINO, 18 SET - La Corea del Nord ha criticato la condanna decisa dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu sul missile balistico intermedio lanciato venerdì, chiarendo che la stretta internazionale ulteriore spingerà il Paese verso il "compimento di status di potenza nucleare". I movimenti in aumento "di Usa e forze vassalle nell'imposizione di sanzioni e pressione sulla Dprk - afferma il ministero degli Esteri in una nota rilanciata dall'agenzia Kcna - farà crescere solo il nostro passo verso il completamento verso lo status di potenza nucleare".

(Fonte: https://www.intopic.it/notizia/12056026/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

Oltre alla confusione determinata dagli arrivi, si aggiunge la paura abbastanza documentata di una guerra forse nucleare con le atomiche più avanzate, in mano a paranoici che vogliono sottomettere tutti e questo a suon di proiettili sparati anche in famiglia e sui propri cittadini che sorridono tutti per non essere tacciati di ostruzionismo.

Dobbiamo forse aspettare che qualche drone ci faccia cadere in testa qualche bomba particolare o siamo tutti pronti a difenderci, anche in Italia e con che cosa? Se guardiamo alla vicina Svizzera, osserviamo che i rifugi antiatomici in essere tempo fa sono stati abbandonati e destinati ad altri usi. Se ne deduce che anche in quel Paese non c’è più la sicurezza di sopravvivere a qualche disastro o scontro tra potenze, sebbene queste abbiano in serbo contingenti atomici non indifferenti e il perfezionamento di tali armi non sia certo regredito.

Il silenzio o le parole che si leggono da parte dei vari capi di quelle nazioni che sono abbastanza vicini ad usare tali mezzi che segnale è? Chi ci capisce è bravo! Solo i cosiddetti “capi” sanno cosa potrebbe succedere; il popolo comune potrà solo scegliere rimedi che forse non servono più e che vengono elargiti con molto ritardo ed ad esplosioni ed inquinamento avvenuti. Conteremo allora i morti col pallottoliere e staremo ad aspettare gli effetti di quelle bombe con cui ci minacciano come se fossimo lì ad aspettare solo quelle.

5) Messico, terremoto di magnitudo 7.1: decine di crolli, centinaia le vittime

La violenta scossa ha avuto epicentro nel centrosud del Paese ed è stata avvertita anche nella Capitale. Migliaia di persone in strada: molti crolli, decine di vittime e persone intrappolate.

AMERICHE 19 SETTEMBRE 2017 -  20:37 di Antonio Palma

Un fortissimo terremoto di magnitudo 7.1 della scala Richter è stato registrato in Messico nella serata di martedì ora italiana, il primo pomeriggio ora locale. La fortissima scossa ha avuto epicentro nel centro sud del Paese, nello stato di Puebla, ed è stata distintamente avvertita dalla popolazione locale anche nella capitale del Paese nordamericano, Città del Messico, dove migliaia di persone si sono riversate in strada. LA scossa ha causato decine di crolli e oltre cento vittime. La violenta scossa è stata registrata ad appena una settimana di distanza dal violento terremoto di 8,2 gradi Richter nel quale hanno perso la vita 100 persone.

A differenza del precedente sisma localizzato nelle acque dell'oceano davanti alle coste messicane, l'epicentro questa volta è nell'entroterra, a pochi chilometri dalla città di Chiautla de Tapia, nello stato di Puebla, per questo si temono ancora più vittime e danni. Molti utenti su twitter hanno segnalato crolli di interi edifici e incendi in molte città del Paese dove si è assistito a scene di panico. Da quello che si vede nelle immagini diffuse online, ci sono interi palazzi collassati. L’aeroporto internazionale di Città del Messico, distante 123 chilometri dall’epicentro, intanto è stato bloccato.

Il servizio sismologico messicano ha confermato una magnitudo di 7.1 per il terremoto inizialmente stimato con magnitudo 6.8, spiegando che l'epicentro è stato registrato a 12 km a sud est della città di  Axochiapan. Secondo i dati fornirti dall'istituto italiano di geofisica e vulcanologia, il sisma sarebbe stato registrato dai sismografi alle 13:14 ora locale, le 20:14 ora italiana. L'epicentro dunque è nell'entroterra ed è quindi scongiurato il rischio tsunami che invece era stato lanciato per il precedente sisma. "Non c'eè rischio di tsunami per il forte terremoto che ha colpito il Messico centrale, perché il sisma è avvenuto nell'entroterra lontano dalla costa, almeno a 200 km", ha confermato infatti il sismologo Alessandro Amato dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, aggiungendo: "Si sta valutando la profondità' del sisma, che l'Ingv stima preliminarmente intorno ai 60-70 km".

Messico, oltre cento morti per il terremoto

Il governatore dello Stato di Puebla ha comunicato che il numero di morti accertati nel suo territorio è salito a 26, mentre le autorità della Capitale hanno confermato che sono trenta i morti a Città del Messico. Si conseguenza il numero totale di morti causati dal terremoto in Messico ora supera le cento vittime: 54 nello stato di Morelos, nove nello stato del Messico, trenta a Città del Messico e 26 nello stato di Puebla. Secondo fonti non ufficiali, però, i morti sarebbero già molti di più visto che son molte le persone rimaste intrappolate tra le macerie.

I morti a Morelos sono saliti a 54, oltre 70 le vittime totali

Il numero dei morti accertati nello stato di  Morelos è salito a 54, lo hanno comunicato le autorità locali dopo aver fatto un nuovo bilancio delle vittime. Ora quindi sono oltre settanta le vittime complessive del terremoto in Messico. Un numero purtroppo destinato a salire ancora , come hanno annunciato i responsabili della protezione vivile messicana visto che sono ancora numerose le persone che mancano all'appello e tanti gli edifici crollati per il sisma. I soccorritori sono al lavoro insieme a decine di comuni cittadini pronti a dare una mano per cercare di recuperare quante più persone ancora in vita.

Il sostegno di Trump e Trudeau ai messicani

Tra i primi leader mondiali ad annunciare il proprio sostegno al popolo messicano colpito dalla tragedia del terremoto, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Il leader statunitense, noto per le sue posizioni radicali anti immigrati messicani, attraverso Twitter ha espresso vicinanza proprio ai messicani, dichiarando: "Dio benedica il popolo di Città del Messico. Siamo con voi e saremo sempre con voi". Anche il premier canadese Justin Trudeau ha voluto testimoniare,  attraverso i social, la sua vicinanza alla popolazione colpita. "Arrivano notizie devastanti da Città del Messico. I miei pensieri sono per le persone colpite dal terremoto di oggi. I Canada sarà pronto ad aiutare i nostri amici" ha scritto Trudeau su twitter.

I morti salgono a 60

Sono saliti a oltre 60 le vittime accertate fino a questo momento per il  terremoto in Messico. Le autorità di protezione civile nello Stato di Puebla infatti hanno confermato che nel territorio di loro competenza i morti sono almeno sei tra cui le due donne colpite in strada dai detriti. Al momento dunque la tragica conta dei morti parla di 42 vittime nello stato di Morelos, come confermato dal governatore locale, 9 nello stato del Messico che circonda la Capitale, anche in questo caso su conferma del governatore, mentre 6 morti sono stati recuperati nello stato di Puebla e 4 a Città del Messico, come ha comunicato il sindaco della città.

Crollata un scuola, bimbi intrappolati tra le macerie

Tra gli edifici crollati a causa del terremoto ci sarebbe anche una scuola di Città del Messico con dentro diversi bambini. L'edifico si trova nella zona di Coyoacan, ed è completamente collassato a causa della scossa. Sul posto sono al lavoro decine di soccorritori e gente comune che scavano tra le macerie in cerca dei bimbi bloccati. Almeno uno dei piccoli sarebbe stato tratto in salvo ma non si sa ancora quanti altri siano intrappolati sotto le macerie. Sempre causa della scossa di  terremoto si segnala il crollo anche di una fabbrica dove erano al lavoro diversi operai di cui ora non si hanno più notizie.

L’incubo di un italiano: “Crollano edifici, sembra un film horror”

La testimonianza di un italiano che ha vissuto queste ore terribili in Messico. Nicolas Putzolu è da tre settimane è prigioniero del terremoto in Messico, dopo essere rimasto bloccato dal precedente sisma, non riesce a prenotare un volo per tornare in Europa ed è costretto a vivere a Città del Messico. La scossa èstata "più violenta di quella di dieci giorni fa, ci sono edifici che crollano e serbatoi di gas che esplodono, sembra un film dell'orrore", ha raccontato

Oltre 50 morti in tutto il Paese

Sarebbero oltre 50 le vittime del fortissimo terremoto di magnitudo 7.1  che ha colpito il  Messico nella giornata di martedì. Oltre ai 42 morti segnalati dal governatore dello stato di Morelos, altre 5 vittime accertate  sono state segnalate nello stato di Puebla. Questi due sarebbero gli stati più perché nel loro territorio è stato localizzato l'epicentro del sisma. Secondo il governatore locale altre 8 vittime ci sarebbero state nello stato del Messico che circonda la Capitale, mentre secondo fonti informali altre 4 persone avrebbero perso la vita proprio a Città del Messico.

Milioni di persone senza elettricità - Messico, tremenda esplosione dopo la violenta scossa

Pubblicato da WorldNews

Sarebbero milioni le persone senza elettricità in Messico dopo il violento terremoto che ha colpito il Paese. Lo ha reso noto la stessa società elettrica statale del Messico, spiegando che secondo un primo calcolo almeno 3.8 milioni di utenti sono rimasti senza corrente elettrica a causa dei guasti. Problemi ci sono anche per il gas dopo che diverse condutture sono saltate e hanno dato vita in alcuni casi anche a violente esplosioni e incendi.

Almeno 42 morti nello stato di Morelos - Messico, spaventosa scossa di terremoto sgretola in un secondo una casa

Si aggrava di ora in ora il bilancio del terremoto in Messico. Dopo le vittime accertate a Puebla, il governatore dello stato di Morelos, Graco Ramírez, ha riferito di almeno altri 42 morti causati dal terremoto nel suo stato tra cui diversi nel capoluogo Cuernavaca. In totale al momento sarebbero una cinquantina le vittime del terremoto.  Oltre a quelle dello stato di Morelos, si devono aggiungere i morti segnalati nella zona di città del Messico e gli altri nello stato di Pueblo. Come si temeva dunque potrebbe essere pesantissima la conta dei morti del sisma. Il presidente Enrique Peña Nieto ha confermato che 27 edifici sono crollati a Città del Messico, ma non ha voluto dichiarare numeri sulle vittime nella capitale.


Due donne morte in strada a Puebla

Tra le vittime accertate quasi tutte erano in strada e non in edifici quando è avvenuto il terremoto e sono state colpite da massi e calcinacci caduti dai palazzi colpiti. Tra di queste due donna sui 30 anni che hanno perso la vita nel crollo di una parte della facciata di un edificio nel centro storico della città di Puebla perché colpite mentre stavano camminando in strada vicino alla cattedrale.

Voragine nel suolo, aeroporto chiuso

L’aeroporto internazionale di Città del Messico, distante 123 chilometri dall’epicentro, intanto è stato bloccato così come altri scali minori della zona. Quello della Capitale, che  è il secondo scalo dell'America Latina per volume di passeggeri,  è stato pesantemente danneggiato in alcuni punti, in particolare l'area del l terminal 2 dove  una voragine ha aperto il suolo in più punti.

Il Safety Check di Facebook è attivo

Facebook ha da pochi minuti attivato il Safety Check per consentire agli utenti di informare amici e parenti della propria incolumità in seguito al terremoto di magnitudo 7.1 sulla scala Richter che è stato registrato nella mattinata di oggi in Messico.

Almeno cinque morti, molti intrappolati tra le macerie

Ci sarebbero già le prime vittime accertate nel terribile terremoto in Messico. Un primissimo bilancio parla di almeno 5 persone decedute nei crolli nello stato di Puebla ma i media locali  parlando di molte persone intrappolate tra le macerie degli edifici crollati. Tra questi ultimi ci sarebbe anche una scuola. Tra le vittime due donne sui 30 anni che hanno perso la vita nel crollo di una parte della facciata di un edificio nel centro storico della città di Puebla perché colpite mentre stavano camminando in strada vicino alla cattedrale. Anche un uomo e una donna sono morti per il crollo di parti di edifici.

Scuole chiuse, ospedali evacuati: convocato comitato di emergenza

Le autorità messicane hanno deciso di sospendere le lezioni in tutte le scuole delle città coinvolte dal potente sisma che ha colpito il Paese mentre è stata decisa l'evacuazione di decine di pazienti dagli ospedali. I danni più gravi si registrano negli stati centrali di Puebla e Morelos, quelli a cavallo dell'epicentro del sisma ma danni sono segnalati anche a Città del Messico e in altre grandi città del Paese. Il presidente messicano Enrique Pena ha convocato una seduta immediata del Comitato nazionale di emergenza dopo essere rientrato dallo Stato di Oaxaca dove stava visitando le zone colpite dal precedente sisma.

Molti edifici crollati, collassata anche una chiesa

Gravissimi i danni provocati dal sisma di 7,1 gradi della scala Richter in Messico.  Oltre a crolli di tetti, muri e calcinacci sono stati segnalati interi edifici collassati anche nella Capitale come  a Condesa, quartiere centrale di Città del Messico, dove si segnalano persone intrappolate tra le macerie. Ho visto cadere l'edificio, è parecchio alto, c'è molta. gente dentro, non capisco perché non arrivino più aiuti", ha detto alla tv messicana una donna che vive davanti all'edificio. Un tratto dell'autostrada è crollato invecetra la capitale e Acapulco, mentre a sud della capitale è crollata una intera chiesa con all'interno alcune persone.



Terremoto scuote il Messico, crolli nella capitale

Video pubblicato il 19 settembre 2017 alle ore 21:17AMERICHE 19 SETTEMBRE 2017 di Antonio Palma

Incendi e crolli registrati nel capitale messicana dopo il sisma di magnitudo 7.1


Come si potrà notare visitando il link di cui sopra, gli articoli citati sono presentati in ordine cronologico dal basso verso l’alto.
L’elenco dei disastri terrestri, quindi, si arricchisce di altre disgrazie come dei terremoti che ormai sono diventati frequenti e alcuni esperti dichiarano che l’uomo li può provocare. Ma intanto la natura va avanti a fare quello che le sue stesse condizioni fanno.
Ma ormai, al giorno d’oggi, gli articoli riguardanti questo tragico evento, per quanto consultabili online, sono stati rimossi dai notiziari e appartengono al passato, all’archivio. Tuttavia, la gente del posto, che ha subito tragiche conseguenze, ora è là ad industriarsi per assicurarsi la sopravvivenza propria e dei propri cari sopravvissuti, aspettando i soliti volontari seri ed efficienti che portano e danno quello che possono, senza aspettare il sostegno dei propri governi che, dopo aver lanciato fervide offerte di aiuto, hanno lasciato che tutto venisse coperto dalla polvere del tempo.

7) Naufragio migranti in Libia, oltre 100 dispersi: soccorsi attesi in mare una settimana

Stando a quanto riferisce l’UNHCR Lybia per una settimana i migranti a bordo di un barcone hanno atteso l’arrivo di una nave di soccorritori. Solo in sette sono stati recuperati ancora vivi.

CRONACA ITALIANA 22 SETTEMBRE 2017  08:09 di Davide Falcioni

Per una settimana è stato immobile nel Mar Mediterraneo, a una distanza di circa 70 chilometri dalla costa di Tripoli, il barcone con a bordo almeno 130 persone recuperato ieri dalla Guardia Costiera libica. Per sette lunghi giorni gli occupanti, dopo aver finito il carburante, hanno atteso l'arrivo di una nave di soccorritori, fin quando il natante non si è capovolto per poi affondare. Solo sette migranti sono stati recuperati – fortunatamente ancora in vita –  ma è assolutamente certo che il bilancio delle vittime è molto pesante: si teme che i morti possano essere almeno 100. A renderlo noto è stato nella tarda serata di ieri un tweet dell'UNHCR Libia.

Quello a largo di Tripoli è stato il primo naufragio reso noto all'opinione pubblica da quando l'Italia ha siglato un accordo con il governo do Tripoli per controllare le partenze dei migranti. Stando alle poche informazioni fornite dai superstiti – tra i quali ci sono due donne e una bambina – e a quelle raccolte dalla Guardia Costiera libica il barcone era salpato venerdì scorso da Sabrata con a bordo non meno di 130 persone: la traversata verso le coste italiane si sarebbe interrotta dopo circa 70 miglia, quando è finito il carburante dell'imbarcazione. Per quai una settimana i pochi superstiti sono riusciti a resistere in mezzo al Mar Mediterraneo, mentre a decine sono morti.

La Guardia costiera di Tripoli ha dichiarato di aver ricevuto la richiesta di soccorso solo ieri. "Nella zona di Sidi Saied, venti chilometri a ovest di Zuara, è stata trovata un’imbarcazione distrutta con accanto sette migranti illegali in vita, uno dei quali è deceduto più tardi in ospedale" ha spiegato l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, portavoce della Marina libica. L'ufficiale ha confermato che il naufragio sarebbe avvenuto dopo che l’imbarcazione era rimasta senza carburante.


Sono incomprensibili i discorsi che fanno i politici per meglio inquadrare il fenomeno migranti. Da anni a questa parte si riuniscono in alberghi a cinque stelle per fare discorsi a non finire; poi se ne vanno e i migranti vanno avanti come prima nel tentativo di trovare qualcosa di stabile, anche se cominciano a incontrare resistenza non indifferente all’interno dei locali. Testardamente continuano ad imbarcarsi su gommoni inefficienti e pericolosi, che spesso e volentieri si capovolgono facendo annegare chi non sa nuotare o anche chi sa nuotare, ma resta per troppo tempo in balia di acque non certo confortevoli. L’ennesimo e non ultimo naufragio non sembra spingere a soluzioni immediate. Purtroppo dietro il sacrificio di chi li recupera e li assiste c’è la solita filiera del guadagno di chi in qualche modo si è intrufolato nell’assistenza a questi profughi:  anche se emerge solo qualche caso, in realtà c’è molto di più e non così allo scoperto. È  triste dirlo, ma si è trovato un nuovo modo di guadagnare e chi guadagna si nasconde dietro qualche caso eclatante che emerge dalla cronaca ormai quotidiana.

8) Rohingya: l'Onu chiede un intervento immediato per fermare la pulizia etnica

BANGLADESH – Articolo di Salvatore Falco - Euronews (ultimo aggiornamento: 24/09/2017)

Occorrono 200 milioni di dollari per affrontare la crisi dei profughi, esercito del Myanmar accusato di violenze sulle donne.

Fuggono dai villaggi in fiamme e le donne arrivano in Bangladesh con i traumi e i segni di ripetute violenze sessuali. Secondo l’Onu occorrono 200 milioni di dollari per affrontare la crisi dei profughi Rohingya.

Sono oltre 429.000 le persone fuggite dal Myanmar a fronte della repressione dell’esercito birmano, denunciata dall’Onu come pulizia etnica.

L’alto commissario Onu per i rifugiati descrive una situazione catastrofica.

“Mi ha colpito l’incredibile grandezza dei loro bisogni – dice Filippo Grandi – Hanno bisogno di tutto: hanno bisogno di cibo, hanno bisogno di acqua potabile, hanno bisogno di un riparo, hanno bisogno di un’assistenza sanitaria adeguata. Forse la necessità più urgente è quella di trovare loro una sistemazione adeguata”.

Sono oltre 7 mila le donne che denunciano violenze sessuali e la leader birmana, Aung San Suu Kyi, non va al di là di condanne verbali.

“Le storie che sentiamo dai sopravvissuti sono orribili: abbiamo situazioni in cui le persone sono state violentate da più aggressori”, dice Kate White di Medici senza Frontiere.

A questo si aggiunge che i pescatori Bengalesi si offrono di salvare i profughi solo dietro compenso, mentre l’esercito indiano utilizza granate assordanti e spray al peperoncino per respingerli in Myanmar.

(Continua su: https://www.intopic.it/notizia/12085681/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha ).

- Bangladesh, si rovescia una barca di migranti rohingya: si temono oltre 80 morti

Erano in fuga dalla Birmania, recuperati 14 cadaveri

Una tragedia insopportabile. Potrebbero essere oltre 80 i profughi Rohingya in fuga dalla Birmania morti annegati in mare davanti alla costa del Bangladesh quando il barcone su cui viaggiavano si è rovesciato a pochi metri dalla spiaggia, al largo di Cox's Bazar. Finora sono stati recuperati 14 cadaveri, tutti di donne e bambini, mentre altre persone sono riuscite a mettersi in salvo. Ma secondo dei sopravissuti, citati da Al Jazeera e da altri media, la barca trasportava "oltre 100 persone".

In un tweet l'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) di Dacca ha segnalato che una unità che aveva a bordo 130 rifugiati Rohingya è affondata mentre cercava di raggiungere il Bangladesh, Il sovrintendente aggiunto di polizia, Afruzul Haque Tutul, ha indicato che i corpi senza vita, per la maggior parte di bambini, sono stati localizzati nel pomeriggio a Paqthuartek, sulla spiaggia di Inani.  La polizia, ha precisato il portale, ha detto che i soccorritori sono comunque riusciti a salvare quattro Rohingya, due donne e due bambini.

Globalist – 29.09. 2017

(Fonte: http://www.globalist.it/world/articolo/2012259/bangladesh-si-rovescia-una-barca-di-migranti-rohingya-si-temono-oltre-80-morti.html).

- Myanmar, 40 mila rohingya in fuga. L'Onu: "Rischio catastrofe umanitaria"

Esodo disperato verso il Bangladesh, dopo una settimana di scontri nello stato di Rakhine. Il governo respinge le accuse: "Solo azioni contro i ribelli armati"

Sono ormai 60 mila le persone che hanno abbandonato le proprie case per cercare riparo in Bangladesh, dopo una settimana di scontri nello stato di Rakhine, nel nord-ovest del Myanmar. Gli attacchi dei ribelli, condotti dall’Esercito di salvezza dei Rohingya, hanno provocato la violenta risposta dell’esercito birmano, che ha causato la morte di almeno 400 persone, in maggioranza civili musulmani della comunità Rohingya. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha lanciato un appello alla moderazione, temendo una catastrofe umanitaria.

La settimana scorsa un gruppo di ribelli ha attaccato numerose postazioni della polizia e dell’esercito, provocando diverse vittime, anche tra i civili. La rappresaglia delle forze di sicurezza birmane è stata dura e immediata. Secondo Chris Lewa, direttore dell’’Arakan Project’ per il supporto alle popolazioni locali, l’esercito birmano avrebbe circondato il villaggio di Chut Pyin mentre la popolazione stava evacuando, uccidendo almeno 130 Rohingya. In questo momento tutta l’area è interdetta ai giornalisti, e le organizzazioni umanitarie hanno sospeso le proprie attività dopo esser state accusate di supportare i ribelli: nello stato di Rakhine circa 120mila esuli, in maggioranza Rohingya, sono rimasti senza cibo né acqua nei campi di accoglienza.

Il Bangladesh, che ospita oltre 400mila rifugiati Rohingya arrivati in questi anni di persecuzioni, ha chiuso le frontiere e circa 20mila persone sono ora bloccate al confine con il Paese. Il governo del Myanmar, di cui fa parte il premio nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, rifiuta le accuse della
comunità internazionale: l’esercito sta combattendo contro i ribelli armati e non sta commettendo rappresaglie contro i civili. Ma il segretario dell’Onu Guterres ha esortato le autorità del Myanmar “a garantire assistenza a tutti coloro che ne hanno bisogno”

01.09.2017


9) L’Onu accusa Aung San Suu Kyi: “Ha commesso crimini disumani verso la minoranza Rohingya”

La presidente del Myanmar – premio Nobel per la Pace – è accusata di crimini contro l’umanità per il massacro della minoranza islamica Rohingya.

ASIA 10 MARZO 2017  19:47 di Davide Falcioni

Militari e poliziotti del Myanmar avrebbero commesso "crimini contro l'umanità" nei confronti della minoranza islamica Rohingya. L'ha sostenuto la delegata speciale dell'Onu nell'ex Birmania, Lee Yanghee, a un programma della Bbc. Aung San Suu Kyi, la leader "de facto" del paese, ha rifiutato di rilasciare qualsiasi intervista e di spiegare cosa stia accadendo, tuttavia un portavoce del suo partito ha ribattuto alle accuse sostenendo che sono "esagerate" e che la questione è "interna, non internazionale". Lee Yanghee ha dichiarato che non le è stato permesso il libero accesso nell'area del conflitto, ma che numerosi rifugiati in Bangladesh le hanno testimoniato di "crimini contro l'umanità da parte dei militari birmani di Myanmar, delle guardie di frontiera, della polizia e delle forze di sicurezza".

Onu: "Verso i Rohingya abusi sistematici"

L'alta funzionaria delle Nazioni Unite ha parlato di abusi "sistematici" attribuendo responsabilità importanti al governo di Aung San Suu Kyi che, pur essendo al potere da circa un anno, non ha ancora risposto a questi "massicci casi di orribili torture e crimini estremamente inumani". Negli ultimi mesi più di 70mila Rohingya, minoranza islamica di Myanmar, sono fuggiti in Bangladesh nella speranza di riuscire a salvarsi dalle persecuzioni.

Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha vinto le prime elezioni democratiche del paese in 25 anni a novembre 2015. Il governo di cui è a capo ha sempre negato tutte le più gravi accuse di violazione dei diritti umani nello stato di Rakhine, sostenendo che l'operazione militare in corso in quella zona è in realtà assolutamente legittima.

Chi sono i Rohingya e perché vengono perseguitati

Quella dei Rohingya è una popolazione estremamente povera proveniente dal Bangladesh, che si è però insediata in Myanmar – ex Birmania – da molte generazioni. Considerati una delle minoranze più perseguitate al mondo, sono di fede musulmana in un paese a maggioranza buddista e rappresentano non più di un cinquantesimo della popolazione del paese. La maggior parte di loro vive nello Stato di Rakhine. Nel 1982, la giunta militare al potere all'epoca li privò della cittadinanza birmana, circostanza che impedisce loro di accedere a numerosi servizi come scuole e ospedali. Non hanno nemmeno il diritto di voto, perciò non hanno potuto partecipare alle elezioni del 2015.


10) Bimbo di 10 anni picchiato da baby gang: mal di testa e vomito dopo scuola. Ora è in ospedale

I fatti sono avvenuti in un istituto in provincia di Venezia che ha già avviato un’indagine interna. Il protagonista è un bimbo straniero di 10 anni è finito all’ospedale per delle presunte botte, alla testa, che gli sarebbero state inferte da un gruppo di bulli italiani nella pausa di ricreazione a scuola.

ITALIA VIOLENTA 3 OTTOBRE 2017  12:13 di Biagio Chiariello

Un bimbo di dieci anni è stato picchiato a scuola da una baby gang, composta da compagni del suo stesso istituto più grandi di lui. La vittima è un bimbo asiatico che frequenta la prima media in un istituto di Santa Maria di Sala (Venezia) e non ha ancora compiuto gli 11 anni. Secondo le ricostruzioni de Il Gazzettino, giovedì scorso il bimbo avrebbe subito quello che può essere considerato un vero e proprio agguato. I bulli, tutti italiani e tutti più grandi di lui in quanto frequentano la terza media, lo avrebbero prima seguito fino al bagno della scuola, per poi sferrargli un pugno in volto durante una pausa dalle lezioni. Terminata la ricreazione e dopo essere rientrato in aula, il giovane alunno, in evidente stato di choc con tanto di occhio gonfio, si è sentito male, accusando un forte mal di testa poi accompagnato da conati di vomito.

Ad accorgersi di quanto era successo è stato il padre, che lo stava riportando a casa prima della fine delle lezioni, ma poi ha deciso di deviare d’urgenza in ospedale, esattamente al pronto soccorso di Mirano, in quanto il bimbo continuava a stare male. Il Gazzettino riporta le dichiarazioni di una professoressa che ha parlato di “atti di prevaricazione da parte di una specie di baby gang, volti noti dentro come fuori la scuola e già protagonisti anche di alcuni episodi vandalici nell’hinterland comunale”. Il bimbo nel frattempo è stato trasferito, per maggiori controlli, in ambulanza al nosocomio di Dolo dove è stato trattenuto, dopo gli accertamenti medici del caso, per una notte in osservazione. L'istituto avrebbe avviato un'indagine interna mentre l'ufficio scolastico regionale non ha ricevuto al momento alcuna segnalazione.

"Ci stiamo dando da fare per capire se ci sono situazioni di bullismo all'interno della scuola, se questo non c'è ben venga, se c'è sarebbe giusto come educatori denunciarlo". Lo ha detto il sindaco di Santa Maria di Sala, Nicola Fragomeni, sul presunto episodio di bullismo avvenuto nella scuola media cittadina "Non bisogna avere l'omertà- ha aggiunto Fragomeni -, bisogna denunciare perché le violenze devono essere fermate". "Abbiamo un piano formativo da 17mila euro – ha aggiunto – e in questo programma c'è un progetto precisi sul bullismo e sul cyber bullismo e cerchiamo di tenere alta la guardia sui ragazzi che approfittano di quelli più deboli: noi siamo qui per difendere chi ha bisogno".


Come dimostra questo ennesimo caso, il bullismo non si ferma, e sono i casi che emergono e riescono a fare notizia a farsi notare, mentre tutti gli altri restano nell’ombra della vergogna familiare o del singolo che soffre e tace per non peggiorare le realtà dei bulli sadici, perversi e sempre sostenuti da un consenso abbastanza elevato. Quale la responsabilità degli adulti in tutto questo?

Stessa situazione riguarda le giovani stuprate: “Se lo sono voluto”… “Hanno atteggiamenti scomposti, gonne corte, vestiti che richiamano… ed allora è successo perché lo volevano”.

E così tutte le femmine o amici maschi di ogni età sono alla mercé di chi è stimolato dalla propria incontinenza e da letture ben poco edificanti. Poi chi è oggetto di stupro o bullismo sarà segnato a dito per sempre anche se, ora come ora, si dà meno importanza a quello che succede agli altri.

11) Somalia, strage di Mogadiscio: oltre 200 morti e più di 300 feriti nell’attentato

Sale a oltre 200 morti e 300 feriti il bilancio della strage di ieri a Mogadiscio, provocata da due camion-bomba esplosi davanti al Safari Hotel. Ma potrebbero esserci altre vittime: molte persone potrebbero essere ancora intrappolate sotto le macerie.

AFRICA 15 OTTOBRE 2017 -  16:52 di Annalisa Cangemi

Due camion bomba sono stati fatti esplodere davanti a un hotel a Mogadiscio, nei pressi del ministero degli Esteri. Il bilancio dell'attentato di ieri è di oltre 200 morti e almeno 300 feriti."Le vittime confermate sono 237, ci sono altre persone decedute in altri ospedali in seguito alle gravissime ferite riportate", ha detto Abdirizak Omar Mohamed, ex ministro della Sicurezza interna. Ma si teme che il bilancio possa ancora salire, perché molti sono rimasti intrappolati tra le macerie.

L'attentato è avvenuto intorno alle 14.40 di ieri: Il Safari Hotel è andato quasi completamente distrutto. La strada in quel momento era molto affollata e l'esplosione ha anche danneggiato diversi edifici vicino tra cui l'ambasciata del Qatar. L'attacco non è stato ancora rivendicato, ma la polizia segue la pista dei terroristi islamisti di al Shebaab, legati ad al Qaeda dal 2012, che in passato hanno già compiuti attentati come questo.

Tra le vittime ci sarebbero anche quattro volontari della Mezzaluna Rossa somala mentre altri di loro sono dispersi. Le autorità hanno lanciato un appello per invitare i cittadini a donare il sangue. Sono migliaia i somali, incluso il presidente Mohamed Abdullahi Mohamed, che si sono già attivati per donare il sangue necessario a curare i feriti ricoverati negli ospedali.

Alfano si è detto "Scioccato dal terribile attacco contro persone innocenti" e ha espresso "Vicinanza e condoglianze al popolo e al governo della Somalia".


Dunque, come vediamo, il massacro o la corsa al massacro non si ferma: tutto è come prima, anche se vengono spostati eserciti da una parte o dall’altra, questi non fanno che accrescere non la sicurezza, ma altre forme di violenza, di cui emerge solo parte dei particolari rispetto a quanto realmente succede.

In tutte le guerre, gli stupri delle vittime perdenti erano all’ordine del giorno come pure le razzie dei beni dei civili, ma in questo caso non siamo in guerra. Quei soldati non sono mercenari d’assalto: dovrebbero difendere i civili dove arrivano; ma succede che non si istruiscono abbastanza quei cosiddetti difensori che invece approfittano delle loro condizioni di superiorità strumentali per fare i loro comodi.

Forse sarebbe il caso, come del resto è stato sempre fatto, di fornire a questi soldati delle femmine che si prestino a soddisfarne le necessità fisiche e così fermare gli stupri, come si è sempre fatto in passato presso tutte le nazioni in guerra. Ciò che si dice succede da secoli, ma l’uomo non ha imparato nulla dalle esperienze precedenti. Gli articoli citati di seguito sottolineano questo fatto diffuso dappertutto, non solo fra i soldati della CEE, ma per ogni combattente che arriva in un posto dove ha operato: e allora sono dolori per chi c’è ancora e subisce, quando non erano gli stessi comandanti ad incitare al saccheggio ed allo stupro.

Per chi non lo sapesse c’è un treno pieno d’oro sotterrato dai tedeschi ai tempi della Seconda Guerra Mondiale che è stato individuato e probabilmente già svuotato del suo contenuto, contenuto che era il frutto di rapine perpetrate dai nazisti nei luoghi dove arrivavano. Si ricordi il tesoro di Rommel, partito per la Germania ed arrivato chissà dove, che è transitato nelle acque italiane e che fece ai suoi tempi anche diversi morti fra chi lo cercava.

Per chi vuole approfondire:

- L'Onu fatica a punire i suoi dipendenti colpevoli di abusi sessuali (https://www.internazionale.it/reportage/delphine-bauer/2017/02/22/onu-abusi-sessuali)
- Onu - Lo stupro è arma di guerra (http://www.informa-azione.info/onu_lo_sturpo_e_arma_di_guerra)
- L'oro perduto del Terzo Reich - Zeppelin (http://www.thezeppelin.org/loro-perduto-del-terzo-reich/).

sabato 30 settembre 2017

Le pulizie etniche gratuite e non tanto nascoste/Uncalled-For and Thinly Veiled Ethnic Cleansing

Anticipazioni audio




Il problema del salvataggio dei migranti è sempre in alto mare, proprio come loro. Tutti ne parlano alla loro maniera, si fanno convegni nazionali e internazionali, e tutto viaggia quasi come prima, anche se le soluzioni non sembrerebbero le più appropriate. In parte ricalcano quello che si diceva più di un decennio fa: esclusa la guerra, aiutare la gente nei propri territori e lì farli crescere.

Adesso poi la legge ha ampliato il significato del termine ONG (Organizzazioni Non Governative) e questo sarebbe il meno: fatto sta che non si conoscono bene i maneggi di alcune di queste sedicenti organizzazioni, che sembrerebbero essere d'accordo con gli scafisti per accogliere sulle loro imbarcazioni molti migranti inconsapevoli di essere trattati come pacchi da caricare o scaricare, e chi ci va di mezzo sono proprio loro. Forse è il nuovo governo mondiale che se ne frega dei baciapiedi e li usa per i suoi scopi, e poi quei politici non sanno che magari tra qualche mese sono a casa, e via discorrendo.

Tornando ai migranti si fanno più evidenti i disagi (provocati) tra loro e i residenti con accentuazioni da prima pagina se si ubriacano o tolgono il coltello da tasca, non certo per pulirsi le unghie.

La verità è che c'è sempre qualcuno che ci guadagna a fare il “volontario”, e parecchio, anche se la chiamano mela marcia, e di queste ce ne sono sempre e in abbondanza, in tutti i campi ed in tutte le scale sociali. C'è chi invece si sacrifica veramente e può beccarsi qualche denuncia o anche lasciarci le penne se va contro gli affaristi.

1) Siria, il dramma delle spose bambine: sole e abbandonate preferiscono il suicidio.

Aumentano i casi di suicidio tra le giovani siriane costrette a sposarsi giovanissime. Un fenomeno quello delle nozze con ragazzine minorenni cresciuto negli ultimi anni: secondo l’Unicef, oggi in Siria le spose bambine sono il 35%.

IN SIRIA 7 AGOSTO 2017 19:09 di Mirko Bellis

Raw'a, era una ragazza gentile, carina e un po’ timida. Aveva solo 16 anni quando i suoi genitori la costrinsero a sposarsi. Il marito, poco dopo il matrimonio, entrò a far parte del sedicente Stato islamico. Otto mesi dopo le nozze, questa sposa bambina, in preda alla disperazione, decise di togliersi la vita impiccandosi nel bagno della sua casa ad Haas, un paesino nella zona rurale di Idlib, nel nord ovest della Siria. Secondo quanto ha dichiarato la zia, Raw’a era infelice e triste. In più di un’occasione le avrebbe confidato che il marito, un islamista radicale, l’ha picchiava e le proibiva di uscire di casa. Un giorno, la ragazza decise di scappare e di far ritorno dai genitori. Ma la delusione fu terribile. La sua decisione di divorziare fu vista dalla famiglia come un grave disonore e, dopo averla incolpata dalla situazione, la riportarono dal marito. “Si sentiva sola e abbandonata, sentiva che nessuno si preoccupava di lei o della sua sofferenza e così ha deciso di togliersi la vita”, ha affermato la zia.

Il dramma vissuto da Raw’a è comune a tante altre giovani siriane, date in spose dai genitori quando sono ancora bambine. I matrimoni precoci sono diffusi non solo ad Idlib, ma anche in altre zone rurali del Paese. La legislazione siriana stabilisce che l’età minima per contrarre matrimonio è di 18 anni per gli uomini e 17 per le donne. In determinati casi, tuttavia, un giudice può autorizzare le nozze anche con ragazze di 13 anni. Questo avveniva prima dello scoppio della guerra civile. Adesso, nelle zone controllate dalle forze ribelli, specialmente quelle dove il potere delle fazioni islamiste è totale, la legge siriana non viene rispettata. Non è richiesta nessuna autorizzazione giudiziaria e i comitati della Sharia – la legge islamica – sono gli incaricati di celebrare le nozze. E la sposa, spesso, è solo una bambina. La guerra che insanguina il Paese medio-orientale da più di sei anni ha cambiato anche le abitudini sociali. Secondo un rapporto dell’organizzazione umanitaria Save the Children, i genitori vedono le nozze precoci come un modo per proteggere le loro figlie da possibili aggressioni sessuali e un mezzo per superare le avversità della guerra. L'aumento del numero di spose bambine, inoltre, sarebbe legato al'arrivo dei giovani combattenti accorsi in Siria per unirsi alle numerose sigle ribelli.

È la storia di Marwa, di soli 13 anni. Nata in un piccolo paese rurale della provincia di Idlib, alla sua età dovrebbe andare a scuola, invece vive assieme al marito di dieci anni più grande. L’incubo per Marwa è iniziato quando un miliziano di Jaish al-Fatah, una fazione islamista siriana, ha chiesto la sua mano e il padre, costretto dalla povertà e temendo per la sua sicurezza, ha accettato. Il suo matrimonio è stato celebrato secondo la Sharia e non risulta in nessun registro ufficiale. Sabah è stata un'altra giovane vittima dei matrimoni precoci: costretta a sopportare un marito che non le permetteva di uscire di casa né di avere nessun rapporto con la famiglia, “Era giovane e bella. Amava la scuola, ma l'abbiamo costretta a smettere”, ha raccontato la madre. “Avevamo paura perché dove viviamo non c’era nessuna sicurezza e così l’abbiamo convinta a sposare un uomo ricco”, ha proseguito la donna. Sabah si è tolta la vita a sedici anni con un overdose di antidolorifici.

“Il matrimonio infantile era presente in Siria anche prima della guerra, ma è notevolmente aumentato negli ultimi anni. La povertà, la disoccupazione, la mancanza d’istruzione, le difficili condizioni di vita, oltre alla paura delle famiglie per la sicurezza delle loro ragazze, hanno reso il matrimonio l'opzione più semplice”, ha dichiarato lo psicologico Faten Sweid. Parole confermate anche dall'Unicef. Oggi in Siria le spose bambine sono il 35%, un fenomeno definito del Fondo della Nazioni Unite per l’infanzia “una tendenza preoccupante”. “Per quanto riguarda i matrimoni con minori – ha dichiarato Robert Jenkins, rappresentante dell'Unicef per la Giordania – sono coinvolte quasi esclusivamente bambine. Abbiamo visto un raddoppio nelle percentuali dei matrimoni siriani. Siamo passati dal 16% dei matrimoni di due anni fa al 35% di oggi”. Secondo l'Unicef, i "matrimoni precoci" sono le unioni (formalizzate o meno) tra minori di 18 anni, una realtà che tocca milioni di giovanissimi nel mondo. Sposarsi in età precoce – denuncia il Fondo Onu per l’infanzia – comporta una serie di conseguenze negative per la salute e lo sviluppo. Al matrimonio precoce segue quasi inevitabilmente l'abbandono scolastico e una gravidanza altrettanto precoce. Le spose bambine, inoltre, soffrono di depressione e, come nel caso di Ra’wa e Sabah, ricorrono al suicidio come unica via di fuga.
Mirko Bellis


Purtroppo questa segnalazione è davvero preoccupante, per non dire terrificante. Dove è possibile farla franca senza scrupoli, le conseguenze segneranno a vita le ragazze che vi cascano, vuoi per colpa dei genitori vuoi per colpa di chiunque altro abbia potere su di loro. Ma queste ragazzine oggi sono più consapevoli di un tempo e tentano di sfuggire, spesso senza riuscirci e con conseguenze fisiche e psicologiche che non si immaginano. I governi locali hanno emanato leggi che vietano questi matrimoni e sono sorte associazioni in difesa delle ragazze: nonostante ciò, la situazione continua indisturbata, anzi se ne registra un incremento a causa delle condizioni sociali da cui provengono queste ragazze, che molte volte mettono in atto suicidi o tentativi maldestri di suicidio che ricadono poi sulla loro vita sociale. Qualcosa si muove anche in quei paesi, ma molto lentamente (è già qualcosa): speriamo che continui il lavorio sotterraneo delle nuove generazioni aperte alla libertà e all'onore della vita.

Certo che fare accettare un nuovo modo di vivere e relazionare in paesi sconosciuti è importantissimo e, sebbene ci siano associazioni volontarie e mediatori linguistici che si danno da fare anche gratuitamente, deve essere lo stato che si impegna, non con le chiacchiere dei politici, ma seriamente, istituendo una modalità di accoglienza programmata per il bene di tutti e non lasciando in strada a bighellonare la gente arrivata come se non ci fosse nulla da fare.

2) Un ricordo di Sushmita Banerjee, scrittrice indiana uccisa dai Talebani nel 2013

Afghanistan la scrittrice indiana Sushmita Banerjee uccisa dai Talebani

Sushmita Banerjee è stata giustiziata dopo essere stata prelevata dalla sua abitazione. In un libro aveva raccontato come era sfuggita al regime dei talebani.

ASIA 5 SETTEMBRE 2013  20:16 di Susanna Picone

Una scrittrice indiana è stata uccisa in Afghanistan. Si tratta della 49enne Sushmita Banerjee, nota per un libro che parla della sua fuga dai talebani. La scrittrice è stata giustiziata dopo essere stata prelevata dalla sua abitazione. Ad ucciderla sarebbero stati appunto alcuni talebani che, stando alla prima ricostruzione della polizia, sono entrati nella sua casa a Kharana, nella provincia occidentale di Paktika, e l’hanno portava fuori dove le hanno sparato. I talebani avrebbero anche legato il marito della scrittrice, un uomo d’affari afghano, e altri membri della sua famiglia in casa. Il cadavere è stato gettato vicino a una scuola religiosa.

Nel libro raccontava la sua fuga dai talebani – La notizia dell’uccisione della scrittrice è stata diffusa oggi dal capo della polizia locale: “Abbiamo ritrovato stamani il corpo crivellato di colpi vicino a una scuola nella città di Sharan, capoluogo della provincia di Paktika”, ha detto Dawlat Khan Zadran. Sushmita Banerjee, nota anche come Sayed Kamala, era tornata di recente a vivere in Afghanistan per stare con suo marito. Nel 1995 la scrittrice indiana aveva pubblicato il suo libro “Kunuliwala’s bengali wife” da cui era stato tratto anche un film di Bollywood nel 2003 dal titolo “Escape from taleban”. Nel libro narrava appunto della sua rocambolesca fuga dall’Afghanistan durante il regime talebano.

3) Nigeria, adolescenti “regalate” dai genitori per diventare kamikaze

Alcune ragazze nigeriane sono state offerte dai loro stessi genitori ai terroristi di Boko Haram per compiere attacchi kamikaze. Secondo la denuncia del portavoce dell’esercito, la “donazione” sarebbe stato il contributo delle famiglie per consentire all’organizzazione terroristica di continuare a realizzare attentati.


8 AGOSTO 2017 15:53 di Mirko Bellis

“Donate” per diventare terroriste suicide. E’ questo il crudele destino riservato alle giovani nigeriane dai loro stessi genitori. A denunciarlo è il portavoce dell’esercito, Sani Usaman. In un comunicato, il generale nigeriano ha affermato di avere le prove che alcuni genitori hanno concesso le loro figlie ai terroristi di Boko Haram (letteralmente “l'istruzione occidentale è proibita”) per essere indottrinate e convertirsi in kamikaze. “È stato scoperto che la maggior parte di queste sfortunate minori sono state “donate” alla setta terroristica dai loro genitori e tutori, come parte del loro contributo alla realizzazione delle codardi azioni di Boko Haram contro la società nigeriana e contro l'umanità”. Il portavoce dell’esercito nigeriano ha fatto anche un appello ai leader religiosi e delle comunità locali, soprattutto nel nord est del Paese, affinché dissuadano i genitori a consegnare le loro figlie ai terroristi di Boko Haram. “I nigeriani hanno la responsabilità e l'obbligo di formare i loro figli, proteggerli perché abbiano un futuro migliore, invece di condannarli a morte negli attentati suicidi”, ha detto Usman.

Le recenti rivelazioni di alcune ragazze, arrestate prima di compiere le missioni kamikaze, hanno fornito all'esercito nigeriano le prove dell’orribile gesto dei genitori. Gli attentati suicidi compiuti da adolescenti e poi rivendicati da Boko Haram sono in aumento, soprattutto nel Borno, uno dei 36 stati della Nigeria, situato nel nord-est del Paese africano. L’ultimo attacco sventato nella capitale del Borno, Maiduguri, risale a venerdì scorso, quando le forze di sicurezza sono riuscite a neutralizzare tre attentatori suicidi, di cui due ragazze, prima che si facessero esplodere. Nella sua dichiarazione, Usman ha esortato i nigeriani a segnalare qualsiasi persona sospetta e i casi di sparizione di adolescenti. Come incentivo, il governo ha ricordato la ricompensa di 500.000 Naira (poco più di mille euro) a chiunque fornisca informazioni utili a prevenire gli attentati suicidi.

Boko Haram ha giurato fedeltà al sedicente Califfato islamico nel 2015 e nelle mani del gruppo terroristico nigeriano ci sarebbero centinaia di adolescenti costretti ad uccidere in nome della jihad. Nei primi sette mesi del 2017, sono state più di 145 le ragazze utilizzate dal gruppo estremista per realizzare attentati kamikaze. Caserme, mercati e moschee affollati, stazioni degli autobus e persino i campi degli sfollati sono stati gli obiettivi della missioni suicide degli adolescenti convertiti in bombe umane dagli spietati terroristi.

Sono moltissimi i bambini e i giovani rapiti negli ultimi anni nei villaggi del Borno, come le 276 studentesse sequestrate nell'aprile di tre anni fa dal dormitorio della loro scuola di Chibok. Lo scorso maggio, grazie alla mediazione della Croce rossa internazionale, 82 di loro sono state liberate. Ma a sorprendere fu il fatto che alcune delle ragazze rapite avessero preferito rimanere con i loro carcerieri piuttosto che ritornare dai genitori. Una delle ipotesi per spiegare il gesto apparentemente folle di rimanere con i jihadisti, divenuti nel frattempo i loro mariti, è stata quella di una possibile radicalizzazione delle ragazze durante il sequestro. Secondo l’ultimo rapporto dell'Unicef, solo nel 2016, circa duemila minori sono stati reclutati con la forza in Nigeria e nei Paesi limitrofi. L’indottrinamento al quale vengono sottoposti gli adolescenti all'interno del gruppo terroristico è totale. E i ragazzi finiscono per diventare dei feroci assassini, utilizzati per le missione suicide o per uccidere senza pietà. Dal 2009 sono morte ventimila persone per mano di questa organizzazione terroristica; oltre due milioni invece i profughi costretti a fuggire di fronte alla violenza jihadista e del loro folle progetto di creare uno Stato islamico nel nord-est della nazione più popolosa dell'Africa.


Questo commento fa seguito a quello precedente, purtroppo la miseria fa brutti scherzi e se si è mal indottrinati no si sa dove si finisce.Se c'è un lento miglioramento tra le nuove generazioni, però riamgono le teste sbagliate di molti adulti specie se indottrinati in modo violento e con un poco di soldi e di un futuro da disastro specie spirituale. Oggi molti pensano di diventare martiri perchè muoiono per un fine fisico e l'idea è rafforzata da soggetti che devono propagandare l'odio e non la civiltà di pace e vita sociale dignitosa per tutti. Forse c'è anche, oltre a vecchie superstizioni, il nuovo ordine mondiale che continua a diffondere il suo programma di appiattimento delle coscienze con l'aiuto anche di società pubbliche, ma tarlate e asservite non alla propria nazione, ma al governo mondiale.Speriamo in una torre di babele attuale e che distruggere l'opera del maligno che sempre si nasconde sotto falso nome e che ha già perso in partenza, anche se vince ancora qualche battaglia anche feroce. Aiutiamo chi possiamo ed in ogni modo, l'uomo così sarà degno di essere chiamato tale, gli altri sono destinati ad un destino degno delle loro malizie.

4) Yemen, trafficante costringe 50 migranti adolescenti a tuffarsi in mare. È strage.

Secondo il racconto dei testimoni il trafficante avrebbe imposto ai migranti di tuffarsi in mare alla vista di una barca delle autorità che si avvicinava.

AFRICA 9 AGOSTO 2017  22:19 di Davide Falcioni

Circa cinquanta migranti di nazionalità etiope e somala – tutti adolescenti – sono stati deliberatamente annegati questa mattina da uno scafista al largo della costa dello Yemen. A renderlo noto è l'Oim, l'Organizzazione internazionale per la migrazione. Il trafficante avrebbe costretto 120 giovani e giovanissimi a gettarsi in mare vedendo, vicino alla costa, qualcuno che temeva fossero le autorità. A seguito di un normale giro di perlustrazione, lo staff dell'Oim ha trovato i resti di 29 migranti africani sepolti dai sopravvissuti sulla spiaggia, nella provincia yemenita di Shabwa lungo il golfo di Aden. Gli operatori delle Nazioni Unite hanno anche prestato soccorso a 27 ragazzi scampati alla strage che erano rimasti sulla spiaggia, mentre altri superstiti erano fuggiti. I dispersi sarebbero 22. "Erano tutti piuttosto giovani, l'età media era di circa 16 anni", ha dichiarato la portavoce dell'Oim Olivia Headon che ha definito l'accaduto "scioccante e disumano".

Laurent de Boeck, il capo della missione Oim nello Yemen, ha affermato: "I sopravvissuti ci hanno detto che il contrabbandiere è già tornato in Somalia per continuare la sua attività e raccogliere altri migranti da portare nello Yemen seguendo la stessa strada. La sofferenza dei migranti su questa rotta è enorme. Troppi i giovani pagano i trafficanti con la falsa speranza di un futuro migliore ", ha concluso de Boeck.

Le acque tra il Corno d'Africa e lo Yemen sono una delle rotte più frequentate dai trafficanti di esseri umani nel tentativo di entrare nei paesi del Golfo.

Da oltre due anni è in corso in Yemen un conflitto che ha causato almeno 10mila vittime e 40mila feriti. Il paese è bombardato dall'Arabia Saudita, nazione che in questi anni si è avvalsa delle forniture militari occidentali. L'Italia, in tal senso, ha inviato decine di carichi di bombe prodotte in Sardegna.

(Continua su: https://www.fanpage.it/yemen-trafficante-costringe-50-migranti-adolescenti-a-tuffarsi-in-mare-e-strage/ - http://www.fanpage.it/).


5) Migranti, Msf, Save the Children e Sea Eye sospendono i soccorsi nel Mediterraneo: troppi rischi

Medici senza frontiere, Save The Children e Sea Eye sospendono temporaneamente le attività di ricerca e soccorso dei migranti davanti alla Libia.


13 AGOSTO 2017 11:21 di Susanna Picone

Salvare i migranti nelle condizioni attuali è troppo pericoloso e per questo, almeno per il momento, Medici senza frontiere ci rinuncia e sospende le attività di ricerca e soccorso davanti alla Libia della propria nave, la Prudence. Lo ha comunicato la stessa ONG parlando di “rischio sicurezza legato alle minacce pronunciate pubblicamente dalla Guardia Costiera Libica contro le navi di ricerca e soccorso umanitarie impegnate in acque internazionali”. “Oggi abbiamo deciso a malincuore di sospendere temporaneamente le nostre missioni di salvataggio”, così anche l'ong Sea Eye. Il motivo, si spiega, è la mutata situazione di sicurezza nel Mediterraneo occidentale. “Proseguire il nostro lavoro di salvataggio – spiega l'ong tedesca – sarebbe irresponsabile nei confronti dei nostri equipaggi”. Dopo le prime due rinunce, anche Save the Children ha ufficializzato il ritiro dalle missioni nel Mediterraneo, annunciando di aver fermato "temporaneamente" la nave Vos Hestia, che ora si trova a Malta "in attesa di capire se ci sono le condizioni di sicurezza per riprendere le operazioni".

Sos Mediterrenee definisce “pericolose” le uscite sui media delle autorità libiche. L'equipe medica di Msf continuerà a fornire supporto a bordo dell'Aquarius, la nave di Sos Mediterranee che attualmente naviga in acque internazionali davanti a Tripoli.

La decisione di Msf arriva dopo settimane di polemiche sulla mancata firma del codice di condotta per le ONG stilato dal Viminale ma adesso a mettere in crisi il lavoro delle ONG nel Mediterraneo sarebbe appunto l'atteggiamento sempre più ostruzionistico nei loro confronti da parte della Marina e della Guardia costiera libica. “Subito dopo l'annuncio della Marina Libica di istituire una zona Sar – ha spiegato Msf – il Centro di coordinamento del soccorso marittimo (Mrcc) di Roma, ci ha allertato di un rischio sicurezza legato alle minacce pubbliche dalla Guardia Costiera libica”. Inoltre, per Msf gli “ostacoli” che le autorità di Tripoli stanno ponendo con la decisione di istituire una zona Sar che va ben oltre le acque territoriali (97 miglia), interdetta a tutte le navi delle organizzazioni non governative, crea un ulteriore problema all'attività di soccorso. Per Msf si tratta di una serie di “restrizioni all'assistenza umanitaria” che, inevitabilmente, “creeranno un gap legale nel Mediterraneo”. “L'anno scorso la guardia costiera libica ha sparato 13 colpi contro di noi in una situazione molto più tranquilla di quella attuale”, ha spiegato il presidente di Medici senza Frontiere, Loris De Filippi. La ONG ha avvertito che “se queste dichiarazioni verranno confermate e gli ordini attuati, vediamo due gravi conseguenze: ci saranno più morti in mare e più persone intrappolate in Libia”.

(Continua su: https://www.fanpage.it/migranti-msf-sospende-le-attivita-di-soccorso-nel-mediterraneo-troppi-rischi/ - http://www.fanpage.it/).

6) Esperta Onu contro il codice per le ONG: "Ci saranno più morti"

La denuncia di Agnes Callamard, relatrice speciale dell'Onu

15/08/2017 17:38 CEST - Stefano Rellandini / Reuters

Il codice di condotta delle ONG "potrebbe limitare il loro lavoro di salvataggio" provocando "più' decessi". La "conseguente perdita di vite umane, essendo prevedibile e prevenibile, costituirebbe una violazione degli obblighi dei diritti umani in Italia". Così Agnes Callamard, relatrice speciale dell'Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie. "Codice e piano d'azione globale - aggiunge - suggeriscono che Italia, Commissione europea e Stati membri Ue ritengono i rischi e le realtà di morti in mare il prezzo da pagare per scoraggiare migranti e rifugiati".

Callamard sottolinea inoltre il rischio di gravissimi abusi e violenze per i rifugiati e i migranti in Libia. "Fino a quando i migranti e i rifugiati che transitano attraverso la Libia o vengono ricondotti in Libia sono a rischio di violazioni dei diritti umani, tra cui uccisioni arbitrarie, l'Italia deve fornire ricerca e soccorso nel Mediterraneo, rispettare il divieto di respingimento e garantire che le ONG possano contribuirvi pienamente", afferma. Inoltre, "la commissione europea deve sostenere l'Italia, e gli Stati membri dell'Ue devono assumere le loro responsabilità, incluse la ricezione e la ricollocazione dei rifugiati e dei migranti", conclude la relatrice che ha chiesto chiarimenti da parte dell'Ue, delle autorità italiane e delle autorità libiche.


Che ci fossero dei problemi nelle navi che soccorrevano i profughi era una verità che è emersa a cura di un procuratore di cui si è detto peste e corna, ma che poi si è dovuta  accettare, perché quello che ipotizzava non era una barzelletta, ma una realtà che subito molte ONG hanno cercato di respingere a torto o a ragione. Insomma il profugo è diventato una fonte di guadagno per molta gente prima, durante e dopo il traghettamento.

Poi finalmente lo stato ha aperto gli occhi quasi sempre abbastanza chiusi e ha emanato una legge per cui anche le ONG dovevano sottostare a modalità particolari ed ognuno aveva la sua da dire pro e contro, come sempre. Fatto sta che sembrerebbero diminuiti gli arrivi, la Libia ha ridimensionato il suo interessamento al problema, anche per le incentivazioni che arrivano, e allora ci sono state altre riunioni di capi di governo che approvano, disapprovano, nella speranza da parte dei cittadini che si arrivi a una soluzione che salvi capra e cavoli, come si suol dire.

Intanto in quei paesi di origine del Centro Africa, Siria, ecc. le donne continuano a farsi esplodere e i morti sono molto più numerosi di quelli di Barcellona di qualche tempo fa (sedici per l'esattezza, perché non si era contato il conducente legittimo della macchina bianca ucciso per rubare la medesima macchina con cui uccidere i civili poi sulla Rambla).

Come se non bastasse anche la natura fa i suoi danni: in Sierra Leone crolla la parete di una montagna e il fango fa i suoi morti: circa 1000 (500 volte i morti di Barcellona), ma su di loro da parte dei governi non ho visto, né sentito discorsi ufficiali o invii di aiuti se non da parte delle solite associazioni come Medecins Sans Frontieres ed altri che accorrono dove c'è bisogno senza trombe o altri strumenti mediatici che mettano in risalto l'aiuto che si fornirà.

Grazie ai volontari che senza pubblicità sono accorsi e si danno da fare a loro rischio e pericolo: aiutiamoli perché meritano la nostra attenzione.

7) Yemen, rapporto Onu: più della metà dei bambini morti, uccisi da bombe saudite

È quanto ha affermato il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres
di Milena Castigli -  www. Interris.it ) Ago 18, 2017

La coalizione araba a guida saudita è responsabile di oltre la metà dei bambini uccisi o feriti lo scorso anno, nel contesto del conflitto in Yemen. È quanto ha affermato il segretario generale Onu Antonio Guterres, illustrando la bozza di un rapporto elaborato di recente da un gruppo di esperi delle Nazioni Unite.

Il documento Onu Il documento, diffuso ieri mercoledì 17 agosto dalla Associated Press (AP), sottolinea che per un totale di 1340 vittime minori di età registrate nel 2016 in Yemen, almeno 683 (pari al 51%) sono il risultato di raid aerei sferrati dai caccia di Riyadh. Inoltre, almeno tre quarti degli attacchi a scuole e ospedali – 38 su 52 – sono opera della coalizione araba. Secondo quanto riferisce il magazine Foreign Policy la nuova rappresentante speciale Onu per i bambini e i conflitti armati Virgina Gamba intende inserire la coalizione araba a guida saudita attiva in Yemen nella lista di Paesi che uccidono o feriscono bambini. Oggi Gutierres dovrebbe incontrare la Gamba e discutere il rapporto che accusa i sauditi. Tuttavia, la versione finale (e ufficiale) è ancora oggetto di studio e non verrà pubblicata prima di un mese.

La replica Immediata la replica della missione saudita all’Onu, che respinge le accuse e ricorda “lo scambio positivo di informazioni” con le Nazioni Unite in merito alle attività della coalizione in Yemen. Dal gennaio 2015 la nazione del Golfo è teatro di un sanguinoso conflitto interno che vede opposte la leadership sunnita dell’ex presidente Abedrabbo Mansour Hadi, sostenuta da Riyadh, e i ribelli sciiti Houthi, vicini all’Iran e agli Hezbollah libanesi. Inoltre, nel Paese arabo è oggi in atto anche la peggiore epidemia di colera al mondo, con un numero complessivo di casi che secondo fonti dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha raggiunto il mezzo milione.


Anche in questa relazione ci sono accuse pesanti e difese ad oltranza, ma la realtà non si può inventare per produrre notizie fake o hoak ad oltranza se 1300 bambini sono stati uccisi dai bombardamenti di aerei particolari e di una nazione. Se poi la coalizione araba ha attaccato scuole e ospedali al punto da far fuggire medici, infermieri e i pazienti stessi, non si possono cancellare accuse contro l'umanità come queste: i bambini non si sono uccisi da soli, ma sono stati assassinati con raid aerei ben precisi e mirati su quelle unità di soccorso. Poi le scuse si trovano, il numero di morti potrà oscillare, ma anche un solo bambino è una vigliaccata che tutti insieme pagheremo.

8) Migranti, “barconi fermati in Libia da un gruppo armato capeggiato da un ex boss”

La rivelazione di alcuni testimoni locali raccolta dall’agenzia di stampa Reuters. Il gruppo avrebbe preso anche il controllo di un centro di detenzione per migranti con l’assenso del governo di Tripoli.

CRONACA ITALIANA 22 AGOSTO 2017 19:24 di Antonio Palma

Da alcune settimane in Libia sarebbe all'opera un nuovo gruppo armato e composto da centina di uomini che si starebbe impegnando con tutti i mezzi a bloccare i barconi dei migranti in partenza verso le coste italiane. A rivelarlo sono alcuni testimoni locali ascoltati dall'agenzia di stampa Reuters. Secondo il loro racconto, ci sarebbe proprio questo gruppo paramilitare, appoggiato dal Governo di Tripoli e denominato Brigata 48, dietro al netto calo di arrivi di migranti registrato in Italia nei mesi di luglio e agosto, oltre all’intensificarsi dell’attività da parte della Guardia Costiera libico dopo l'accordo con l'Italia.

Sempre secondo le stesse testimonianze, il gruppo sarebbe formato sia da civili, sia da poliziotti e membri dell’esercito, probabilmente assoldati come contractor, e sarebbe guidato da un non meglio precisato ex boss di una organizzazione criminale locale. Il gruppo opererebbe sul territorio con il benestare delle autorità di polizia libiche controllando le spiagge per impedire le partenze delle imbarcazioni verso le coste italiane ma avrebbe preso anche il controllo di un centro di detenzione precedentemente in mano ai trafficanti nella città di Sabratha, a ovest di Tripoli. Secondo le rivelazioni, la struttura sarebbe usata per rinchiudere i migranti bloccati che dunque sarebbero detenuti senza alcuna ufficialità.

La notizia del blocco delle partenze dalla città, precedentemente ritenuta uno dei punti principali delle partenze dei barconi carichi di migranti verso la Penisola, viene confermata anche da Flavio di Giacomo, portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le migrazioni. "I migranti arrivati in Sicilia in questi giorni hanno spiegato che è molto difficile partire da Sabratha. Ci sono persone che fermano le barche prima che prendano il largo", ha spiegato il rappresentante dell'Oim. Secondo le fonti locali, vista l'intesa attività potrebbe essere proprio il governo di Tripoli a finanziare e supportare il gruppo armato per rispettare il patto con l'Italia per il contrasto all’immigrazione.

(Continua su: http://www.fanpage.it/migranti-barconi-fermati-in-libia-da-un-gruppo-armato-capeggiato-da-un-ex-boss/ - http://www.fanpage.it/).

9a) Secondo l'UNICEF in Nigeria 83 bambini sono stati usati come bombe umane

“L’Unicef è estremamente preoccupato dall’agghiacciante aumento del crudele e calcolato utilizzo di bambini, soprattutto di ragazze, come ‘bombe umane’ nel nordest della Nigeria”. E’ quanto afferma in una nota dell’organizzazione. “Negli ultimi anni, i bambini sono stati ripetutamente usati in questo modo e – spiegano – fino ad ora quest’anno il loro numero è già quattro volte maggiore rispetto al totale dell’ultimo anno. Dal 1 gennaio 2017, sono stati usati 83 bambini come “bombe umane”: 55 ragazze, il più delle volte sotto i 15 anni, e 27 ragazzi, fra cui un bambino che è stato legato a una ragazza. Questo utilizzo di bambini è un’atrocità. I bambini usati come “bombe umane” sono, prima di tutto, vittime, non colpevoli. Il gruppo armato comunemente noto come Boko Haram ha talvolta, ma non sempre, rivendicato la responsabilità di questi attacchi, che colpiscono la popolazione civile”.

Ci sono 450mila minori a rischio malnutrizione

L’utilizzo di bambini – spiega l’Unicef – in questi attacchi ha un ulteriore impatto: crea sospetti e paure nei confronti di quelli che sono stati rilasciati, salvati o fuggiti da Boko Haram. Come risultato, molti bambini che sono riusciti a scappare dalla prigionia devono affrontare un rifiuto nel momento in cui cercano di reintegrarsi nelle loro comunità, aggravando le loro sofferenze. Tutto ciò sta avvenendo in un contesto di sfollamenti di massa e di una crisi di malnutrizione – una combinazione che è anche letale per i bambini. Ci sono 1,7 milioni di sfollati a causa dell’insurrezione nel nord-est del paese, l’85% dei quali nello Stato del Borno, dove è avvenuta la maggior parte di questi attacchi. Il nord-est della Nigeria è uno fra i quattro paesi e regioni su cui grava la minaccia della carestia: quest’anno raggiungono i 450.000 i bambini a rischio di malnutrizione acuta grave. L’Unicef sta offrendo supporto psicosociale per i bambini che sono stati prigionieri di Boko Haram e sta inoltre lavorando con le famiglie e le comunità per favorire che i bambini vengano accettati al loro ritorno. Questo lavoro include un supporto per il reinserimento sociale ed economico ai bambini e alle loro famiglie. L’Unicef supporta inoltre delle attività di riconciliazione nel nord-est della Nigeria, portate avanti da rispettati leader delle comunità e religiosi, fra cui donne influenti, per aiutare a promuovere la tolleranza, l’accettazione e il reinserimento.

(Continua su: http://apocalisselaica.net/secondo-lunicef-in-nigeria-83-bambini-sono-stati-usati-come-bombe-umane/ - Articolo originale Agi Agenzia Italia)

9b) Nigeria, aumentano i bambini usati come bombe umane: la denuncia dell’Unicef

L’Unicef ha pubblicato un resoconto della situazione dei minori in Nigeria: tra rischio malnutrizione e sfollati il problema più grave è rappresentato dai minori utilizzati come bombe umane: molti di questi attentati sono rivendicati da Boko Haram.

ESTERI 23 AGOSTO 2017  15:08 di Annalisa Cangemi

Bimbi utilizzati come bombe umane. È la denuncia dell'Unicef, che ha raccontato come siano aumentati esponenzialmente i piccoli vittime di questa barbarie in Nigeria: "L'Unicef è estremamente preoccupato dall'agghiacciante aumento del crudele e calcolato utilizzo di bambini, soprattutto di ragazze, come bombe umane nel nordest della Nigeria". Il numero è cresciuto di 4 volte rispetto all'anno scorso. Nella nota dell'organizzazione si legge che dal 1 gennaio 2017 sono stati usati ben 83 bambini come bombe umane: 55 ragazze, il più delle volte sotto i 15 anni, e 27 ragazzi, fra cui un bambino che è stato legato a una ragazza. A volte gli attentati ai danni dei civili sono stati rivendicati dal gruppo di Boko Haram.

Un bollettino terrificante, che ha conseguenze catastrofiche anche per quei bambini che riescono a evitare questa fine. Molti di coloro che riescono a fuggire dalla prigionia di Boko Haram, perché magari scappano o vengono rilasciati, vengono poi tenuti alla larga dal resto della popolazione, e visti con sospetto. Su questo sta cercando di intervenire l'Unicef, offrendo supporto sociale ed economico alle famiglie colpite, cercando di lavorare attivamente per accompagnare il ritorno di questi minori nelle comunità. Non ottengono le cure di cui necessitano perché fanno paura, e rimangono così marchiati a vita. E ciò avviene in un momento in cui il Paese sta attraversando una spaventosa crisi di malnutrizione: sarebbero 450.000 i bambini a rischio di malnutrizione acuta grave. A questo si aggiungono gli sfollati, dopo l'insurrezione del nord-est del Paese, 1, 7 milioni, di cui l'85% è dello Stato del Borno, dove avvengono la maggior parte di questi attacchi in cui vengono sacrificati i piccoli.


Chi paga sono sempre i bambini, i più piccoli, i più indifesi: coloro che si aspettano che gli adulti li aiutino, essendo più grandi e più forti di loro. Malauguratamente imparano poi a proprie spese che gli adulti, purtroppo anche i loro genitori, possono essere i loro carnefici per il proprio interesse ad avere persone che siano al loro servizio, molto più inconsciamente che consciamente; questi ultimi possono essere anche drogati per credere alle loro panzane mortali. Prevale anche qua la superstizione che marchia chi ritorna da esperienze di asservimento a Boko Haram e allora, sempre i bambini, non sono più accettati in famiglia e devono sopravvivere nella strada come possono, anche per la fame che primeggia e le malattie come il colera, che sta mietendo la sua parte di vittime.

10) Migranti, i quattro leader Ue a Parigi: “Sfida che riguarda tutti”

di Edith Driscoll -  Ago 28, 2017

Una sfida che riguarda tutti e che nessuno può risolvere da solo. Tutti d’accordo, i leader presenti al vertice di Parigi voluto da Macron sul tema dell’immigrazione: quella delle traversate dei barconi di migranti sulla rotta del Mediterraneo centrale è una problematica globale, che richiede uno sforzo coeso e comune, una linea d’azione da intraprendere insieme e in direzione univoca. A lodare l’applicazione italiana in merito alla questione, è stato per primo lo stesso presidente francese che, parlando in conferenza, ha spiegato che “dobbiamo agire tutti insieme, dai Paesi d’origine fino all’Europa, passando per i Paesi di transito per condurre un’azione efficace” e che “oggi nasce una squadra per tradurre in atti le parole”.

Migranti, Gentiloni e Merkel: “Necessari passi avanti”

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il premier italiano, Paolo Gentiloni: “Credo che il messaggio che viene dall’incontro di oggi è che mettendo insieme le forze e dandoci una strategia si possono ottenere dei risultati: rendere più governabile il flusso delle grandi migrazioni e lavorare allo sviluppo dell’Africa. Oggi abbiamo fatto un passo avanti in questa direzione”. Secondo il presidente del Consiglio, l’accordo sulla linea d’azione comune raggiunto oggi, “è importante per l’Italia”, così come è fondamentale “per le azioni di collaborazione con le autorità libiche, di cui ringrazio Sarraj”. Italia e Libia che, secondo la cancelliera tedesca Angela Merkel, “sono elemento fondamentale come interfaccia”, specificando che, nel Paese africano, “la situazione deve migliorare… Daremo sostegno concreto in modo tale che chi vive in situazioni inaccettabili possano avere un futuro accettabile”. Anche la cancelliera tedesca, ha ribadito come ci sia “la necessità di trovare un giusto approccio nella gestione dei flussi, dobbiamo fare dei passi avanti”.

Rajoy: “Presto nuovo vertice”

Sullo stesso tasto toccato da Macron, ha insistito anche il presidente del Governo spagnolo, Mariano Rajoy: “La questione migratoria “non si risolve da un giorno all’altro, ma bisogna cominciare a fare passi nella direzione giusta, generando sviluppo” nei Paesi di origine, “eliminando le mafie” dei trafficanti, e controllare le “nostre frontiere e le nostre coste”. Anche Rajoy non ha mancato di porgere il proprio ringraziamento all’Italia per la sua politica di salvataggio e accoglienza nel Mediterraneo, annunciando a breve un nuovo vertice “come quello odierno” il quale, secondo il presidente, si terrà in autunno per “verificare l’attuazione delle decisioni assunte oggi”.

(Continua su: http://www.interris.it/2017/08/28/126601/cronache/mondo/migranti-i-quattro-leader-ue-a-parigi-sfida-che-riguarda-tutti.html fonti).

11) Mille morti onda fango Sierra Leone 14/8 - Centinaia i bambini morti a Freetown

FREETOWN, 27 AGO - Ha superato il numero di mille morti, fra cui centinaia di bambini, il bilancio dei morti accertati dell'ondata di fango e le alluvioni che hanno travolto interi quartieri della capitale della Sierra leone il 14 agosto. Lo fa sapere il ministero per le emergenze del Paese africano. Sotto l'azione di una pioggia intensa e incessante, la notte fra il 13 e 14 agosto, quando la gente dormiva, un intero fianco della collina Sugar Loaf (in italiano “pan di zucchero”) è smottato in una valanga di fango, travolgendo centinaia di abitazioni e baracche che si trovavano sulla sua strada e riversandosi sul sottostante quartiere di Regent, trasformandosi, insieme all'acqua piovana, in impetuosi torrenti di acqua fangosa di diversi metri di profondità. Dal giorno del disastro, team dell'Unicef hanno risposto alle esigenze del grande numero di bambini e famiglie colpite, in particolare fornendo acqua potabile e igiene e distribuendo aiuti, tra cui medicinali, tende e guanti.


A questa notizia, comparsa a disturbare le ferie di molti, si è data relativa importanza, non come evento più o meno prevedibile sul piano meteorologico, ma parchè ha fatto sparire un migliaio di persone come noi, tra cui i soliti e ormai scontati bambini che non hanno avuto l'aiuto necessario per mettersi in salvo: sono esseri umani sottratti al futuro dell'umanità e alla cultura futura, che diventa una statistica negativa per il mondo; non per i VIP che sono al sicuro, ma per la gente comune e che non vive certo bene.

Ricordiamoci di loro e non dimentichiamoli come fanno i media, che in breve tempo hanno considerato la notizia non più attuale e quindi meritevole di finire nel dimenticatoio, salvo che per le associazioni che sono arrivate sul luogo e che fanno quello che possono.

Aiutiamoli! Sono nostri fratelli: anche se sono vissuti lontano da noi, non per questo non erano esseri umani, proprio come noi e i nostri figli e nipoti.

12) Oltre 180 milioni di persone vivono senza acqua potabile nei paesi colpiti da conflitti.

Oltre 180 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile nei paesi colpiti da conflitti, violenze e instabilità, secondo l’allarme lanciato dall’Unicef. Particolarmente complicate le situazioni in Siria, Yemen, Sud Sudan e Nigeria.

ESTERI 29 AGOSTO 2017 10:07 di Stefano Rizzuti


Oltre 180 milioni di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile nei paesi colpiti da conflitti, violenze e instabilità. I dati pubblicati dall’Unicef forniscono un quadro critico: su 484 milioni di persone che, secondo le stime, vivevano in condizioni di fragilità nel 2015, 183 milioni non avevano servizi per l’acqua potabile. Più di una persona su tre. L’allarme arriva dall’Unicef in occasione della settimana mondiale dell’acqua (27 agosto-1 settembre), fornendo un’analisi elaborata insieme all’Oms.

Nello specifico, il rapporto dell’Unicef è focalizzato su alcuni paesi come la Siria, la Nigeria e lo Yemen, dove la situazione di fragilità è particolarmente elevata. In Siria, dove è in corso un conflitto che va avanti ormai da sette anni, circa 15 milioni di persone hanno bisogno di acqua sicura. Tra queste, si stimano ci siano anche 6, 4 milioni di bambini. Nel paese martoriato dalla guerra, inoltre, l’acqua è spesso stata utilizzata come una vera e propria arma: solo nel 2016, ci sono stati almeno 30 tagli intenzionali alle forniture idriche in città come Aleppo, Damasco, Hama, Raqqa e Dara.

Nel nord-est della Nigeria il 75% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie è stato danneggiato o distrutto, lasciando così 3, 6 milioni di persone senza i servizi idrici di base. Nel Sud Sudan circa la metà dei punti d’acqua del paese è stata danneggiata o completamente distrutta. Nei paesi maggiormente minacciati dalla carestia, come Nigeria, Somalia, Sud Sudan e Yemen, si stima che circa 30 milioni di persone, tra cui quasi 15 milioni di bambini, hanno urgente bisogno di acqua sicura.

In Yemen le reti per il rifornimento idrico che servono le maggiori città sono a rischio imminente di collasso a causa dei danni e del degrado causati dalla guerra. Nel paese circa 15 milioni di persone sono state isolate dall’accesso regolare ai servizi idrici e igienico-sanitari.

“L’accesso dei bambini ad acqua e servizi igienico-sanitari sicuri, soprattutto in contesti di conflitto ed emergenza, è un diritto, non un privilegio”, ha dichiarato Sanjay Wijesekera, responsabile dell’Unicef per l’acqua e i servizi igienico-sanitari. “In paesi colpiti da violenza, sfollamento, conflitti e instabilità, il mezzo di sopravvivenza più basilare per i bambini – l’acqua – deve essere una priorità. In fin troppe occasioni i sistemi idrici e igienico-sanitari sono stati attaccati, danneggiati o lasciati andare in rovina fino al punto di collasso. Quando i bambini non hanno acqua sicura da bere, e quando i sistemi sanitari sono lasciati in rovina, la malnutrizione e malattie potenzialmente letali come il colera seguono irrimediabilmente”, ha continuato Wijesekera.

Il riferimento è per esempio allo Yemen, dove i bambini rappresentano il 53% dell’oltre mezzo milione di casi sospetti di colera e di diarrea acquosa acuta registrati finora. In Somalia è in corsa la più grande epidemia di colera degli ultimi cinque anni, con circa 77mila casi sospetti. In Sud Sudan, l’epidemia di colera è la più grave mai vissuta dal paese, con oltre 19mila casi da giugno del 2016.

(Continua su: http://www.fanpage.it/oltre-180-milioni-di-persone-vivono-senza-acqua-potabile-nei-paesi-colpiti-da-conflitti/ - http://www.fanpage.it/).

13a) Corea del Nord, dall'Onu dura condanna per il lancio del missile (Tgcom)

Tgcom24  Mondo - 30 AGOSTO 201707:44

Il Consiglio di Sicurezza, convocato dʼurgenza nella notte, ha chiesto a tutti gli Stati membri di attuare "pienamente, in modo rigoroso e veloce" le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu "condanna fortemente" il nuovo lancio di un missile da parte della Corea del Nord e chiede che tutti gli Stati membri "attuino pienamente, in modo rigoroso e veloce" le sanzioni imposte dalle Nazioni Unite. L'assemblea non ha tuttavia minacciato nuove sanzioni al Paese asiatico. Nella dichiarazione del Consiglio si chiede al regime di Kim Jong-un di abbandonare i programmi nucleari e di non effettuare altri test.
Già prima della riunione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, si erano moltiplicate le condanne internazionali (tra cui quelle del segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres e del ministro degli Esteri Angelino Alfano) e gli "inviti alla moderazione" lanciati da Russia e Cina.

"E' chiaro a tutti che l'opzione delle sanzioni alla Corea del Nord si è ormai esaurita", ha detto il vice ministro degli Esteri russo Serghei Ryabkov, aggiungendo: "Maggiori sanzioni non risolveranno il problema, l'Onu deve passare una risoluzione che dica chiaramente no ad una soluzione militare e a sanzioni unilaterali fuori da quelle approvate dal Consiglio di Sicurezza".

La Cina, alleato storico di Pyongyang, ha criticato il Nord e ha annunciato che sosterrà "completamente e per intero" le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. "Le sanzioni uniaterali o quelle adottate seguendo le leggi nazionali non sono in linea con il diritto internazionale", ha affermato il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

Pechino "si oppone" alle mosse del Nord contro le risoluzioni dell'Onu, ha inoltre affermato Hua Chunying, portavoce del ministero degli Esteri, rilevando il "momento critico" della situazione "altamente sensibile" per la quale tutti dovrebbero creare le condizioni per la ripresa del dialogo e i negoziati".

Quel missile è "una seria minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale", ha affermato dal canto suo l'Alto rappresentante Ue Federica Mogherini. "L'unità della comunità internazionale in questa sfida è essenziale. L'Ue valuterà ulteriori risposte adeguate, in stretta consultazione con i partner chiave, ed in linea con le decisioni del Consiglio di Sicurezza", ha proseguito.

La Corea del Sud risponde con le bombe - La risposta della Corea del Sud al "primo missile per testata atomica" di Pyongyang, che sorvolando il Giappone è finito nel Pacifico settentrionale, non si è fatta in effetti attendere: quattro caccia F-15 hanno sganciato otto bombe MK-84 usate per demolire i bunker sotterranei e del peso di una tonnellata ciascuna al Pilseung Range, campo militare dall'emblematico nome "vittoria sicura" nella provincia di Gangwon, vicino al confine con il Nord.

La prova di forza indirizzata oltre il 38esimo parallelo è stata tenuta allo scopo di affinare le capacità d'annientamento totale della "leadership nemica". "Le nostre forze aeree spazzeranno via la leadership del regime nordcoreano con la forte capacità di attacco in caso sia a rischio con armi nucleari e missili la sicurezza del nostro popolo e dell'alleanza Usa-Corea del Sud", ha assicurato il maggiore Lee Kuk-no, a capo delle manovre sudcoreane.

Ambasciatrice Usa: "Regime capisca il rischio che corre" - "Ancora una volta i membri del Consiglio di Sicurezza hanno parlato all'unisono nel condannare la Corea del Nord", ha affermato l'ambasciatrice americana al Palazzo di Vetro, Nikki Haley, dopo la denuncia del lancio del missile da parte delle Nazioni Unite. "E' il momento che il regime di Pyongyang capisca il rischio che sta correndo con le sue azioni", ha dichiarato Haley.

Da parte sua il presidente americano Donald Trump ha più volte ribadito che "tutte le opzioni sono sul tavolo" per rispondere alle continue provocazioni di Kim Jing-un, incluse quelle militari. In un colloquio telefonico con il premier nipponico Shinzo Abe, il tycoon ha convenuto sulla necessità di mantenere forte il pressing su Pyongyang in assenza dei requisiti per l'avvio di un dialogo, dell'ennesima violazione delle risoluzioni dell'Onu e della presenza di una minaccia "grave e crescente". "Il mondo ha ricevuto l'ennesimo messaggio della Corea del Nord forte e chiaro: questo regime ha segnalato il disprezzo per i paesi vicini, per tutti i membri dell'Onu e per gli standard minimi di comportamento accettabile a livello internazionale", afferma una nota della Casa Bianca.


13b) Sud Corea simula attacco contro le basi di Kim. Seul: “Stanno per lanciare nuovo missile”

Seul ha effettuato una esercitazione con missili balistici in risposta al test atomico effettuato da Pyongyang. Oggi pomeriggio riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Trump: “Stop agli affari con chi aiuta la Corea del Nord”.

ASIA 4 SETTEMBRE 2017  07:23 di Biagio Chiariello

Hanno reagito tutti con fermezza e serietà all’ennesimo test atomico della Corea del Nord, un lancio che ha provocato un terremoto di magnitudo 6.3 nel nordest del Paese e successivamente un'altra scossa di magnitudo 4.6: il sisma artificiale più potente di sempre. "Vedremo", è stata la risposta del presidente Donald Trump a chi gli chiedeva le possibilità di un attacco. "Gli Usa stanno considerano anche la possibilità di mettere fine ai rapporti commerciali con qualsiasi Paese che fa affari con la Corea del Nord", ha quindi twittato. Ma la reazione più veemente è stata però quella dei ‘cugini’ del Sud.  Le forze armate di Seul hanno infatti condotto un'esercitazione simulando un lancio missilistico contro un sito nucleare nordcoreano, con l'utilizzo di caccia F15 e di un missile balistico.

Lo riferisce l'agenzia Yonhap online. Nell'esercitazione è stato utilizzato il missile Hyunmoo-2A e missili a lungo raggio aria-terra, che secondo il comunicato dello stato maggiore "hanno tutti accuratamente raggiunto i loro obiettivi" Avvertimento che segue le parole del segretario alla Difesa americano James Mattis: qualsiasi minaccia agli Stati Uniti o ai suoi alleati incontrerà una "massiccia risposta militare. Una risposta efficace e travolgente". "Kim ascolti il Consiglio di Sicurezza, non siamo alla ricerca del totale annientamento" del paese ma gli Stati Uniti "hanno molte opzioni per farlo".

Peraltro la Corea del Sud afferma di aver evidenziato "segnali" relativi alla preparazione di un lancio di un altro missile balistico da parte della Corea del Nord. Lo riporta l'agenzia Yonhap. Seul evidenzia che potrebbe trattarsi di un razzo ICBM, cioè un vettore intercontinentale. "Abbiamo continuato a vedere segnali di possibili lanci di missili balistici. Prevediamo anche che la Corea de Nord possa lanciare un missile balistico intercontinentale", ha dichiarato un funzionario del Ministero sud-coreano, Chang Kyung-soo. Sarebbe il terzo Icbm a essere lanciato da Pyongyang dopo i due test missilistici del 4 e del 29 luglio scorsi.
Consiglio di Sicurezza dell’Onu che si riunisce oggi (alle 16 italiane): Stati Uniti, Giappone, Francia, Regno Unito e la stessa Corea del Sud discuteranno delle contromisure alla bomba H, 5 volte più potente della bomba di Nagasaki che il 9 agosto 1945, mise in ginocchio il Giappone sancendo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Da parte sua l’Italia ha fatto sapere di “condividere, insieme alla Germania, la posizione della Francia sulla necessità di una reazione internazionale forte di fronte al potenziale ulteriore sviluppo del programma nucleare nordcoreano". E' quanto emerso dai colloqui telefonici di Emmanuel Macron con Paolo Gentiloni e Angela Merkel.

Gli Stati Uniti sono pronti ad utilizzare il loro dispositivo nucleare nel caso in cui Kim continui a minacciarli o a minacciare i loro alleati, ha dichiarato la Casa Bianca. Dopo il test nucleare di ieri, Trump ha parlato al telefono con il premier giapponese Shinzo Abe: "I due leader – si legge in un comunicato – hanno confermato l'indissolubile legame reciproco in materia di difesa"


14) Istruzione, Unicef: nel mondo in 10 anni quasi nessun progresso (Greenreport)

135 milioni di bambini e ragazzi poveri continuano a non andare scuola – 07/09/2017
Secondo l’Unicef, «Negli ultimi 10 anni la percentuale di bambini e giovani tra i 6 e i 15 anni che non vanno a scuola è diminuita: oggi l’11,5 % dei bambini in età scolare – pari a 123 milioni – non frequenta la scuola, nel 2007 erano il 12,8% – ovvero 135 milioni. I bambini che vivono nei paesi più poveri del mondo e nelle zone di conflitto sono colpiti in maniera sproporzionata».

Dei 123 milioni di bambini che non frequentano le scuole, ben il 40% vive nei Paesi meno sviluppati e il 20% in zone dove ci sono guerre e conflitti. «Le guerre continuano a minacciare – e a invertire – i progressi fatti nel settore dell’istruzione – dice l’Unicef – I conflitti in Iraq e Siria si sono tradotti in altri 3,4 milioni di bambini che non seguono percorsi scolastici, portando il numero dei bambini fuori dalle scuole in Medio Oriente e in Nord Africa ai livelli del 2007 con circa 16 milioni di bambini».

Ma il record dei bambini destinati a restare analfabeti (e quindi candidati alla povertà) è nell’Africa subsahariana e nell’Asia del sud, dove vive il 75% dei bambini in età da scuola primaria e secondaria inferiore che non frequentano la scuola, in aree dove ci sono alti livelli di povertà, rapido aumento della popolazione e continue emergenze ambientali, sociali e politiche.

Ma le cose non vanno male dappertutto; l’Unicef sottolinea che «Alcuni progressi però sono stati fatti. L’Etiopia e la Nigeria, che sono tra i Paesi più poveri del mondo, negli ultimi 10 anni hanno fatto i più grandi progressi nel tasso di iscrizione a scuola dei bambini in età da scuola primaria con un aumento, rispettivamente, di oltre il 15% e di circa il 19%». L’agenzia dell’Onu che si occupa di proteggere l’infanzia evidenzia però che «I diffusi livelli di povertà, i conflitti protratti nel tempo e le emergenze umanitarie complesse hanno causato l’arresto di questo tasso, che necessita di maggiori investimenti per rispondere alle cause che tengono i bambini vulnerabili fuori dalle scuole».

Jo Bourne, Responsabile Unicef per l’Istruzione, aggiunge: «Gli investimenti mirati a far crescere il numero di scuole e insegnanti per far fronte alla crescita della popolazione non sono sufficienti. Questo approccio tradizionale non riporterà i bambini più vulnerabili a scuola – e non li aiuterà a sviluppare il proprio pieno potenziale – se continueranno ad essere intrappolati in povertà, deprivazione e insicurezza, I governi e la comunità globale devono focalizzare i loro investimenti sull’eliminazione di fattori che in primo luogo non consentono ai bambini di andare a scuola, dovrebbero inoltre rendere le scuole sicure e migliorare insegnamento e apprendimento».

Invece, nonostante il mantra “aiutiamoli  casa loro”, nei Pesi poveri e/o in guerra arrivano abbondanti armi pesanti e leggere occidentali, russe e cinesi  ma  non i fondi per l’istruzione  e le scuole vengono bombardate – come in Siria, nello Yemen o in Sud Sudan –  non costruite.  La mancanza di finanziamenti per ricostruire ed affrontare emergenze sta impedendo ai bambini che vivono in situazioni di conflitto di andare  scuola.

L’Unicef ricorda che «In media, meno del 2,7% degli appelli umanitari a livello globale sono dedicati all’istruzione. Nei primi 6 mesi del 2017, l’Unicef ha ricevuto soltanto il 12% dei fondi richiesti per garantire istruzione ai bambini che vivono in situazioni di crisi. Sono necessari più fondi per rispondere al numero crescente e alla complessità delle crisi e per dare ai bambini la stabilità e le opportunità di cui hanno bisogno».

Bourne conclude: «Imparare garantisce ai bambini colpiti dalle emergenze un aiuto nel breve periodo, e nel lungo periodo rappresenta un investimento cruciale per lo sviluppo delle loro società. Ma gli investimenti nell’istruzione non rispondono alla realtà di un mondo instabile. Per affrontare questo problema, dobbiamo assicurare finanziamenti maggiori e prevedibili per l’istruzione nelle emergenze imprevedibili Per riuscirci, è necessario che ci siano maggiori fondi per l’istruzione e meglio pianificati durante le emergenze».


15) Nigeria: rapito e ucciso un sacerdote

5 settembre 2017 - Redazione

Un sacerdote nigeriano, p. Cyriacus Onunkwo, è stato rapito e ucciso nello Stato di Imo, nel sud della Nigeria. Ne dà notizia l’agenzia Fides. Secondo la polizia, nel tardo pomeriggio del 1° settembre l’auto di p. Onunkwo era stata bloccata nei pressi del Banana Junction, ad Amaifeke, da alcuni uomini armati che lo hanno rapito. Il sacerdote, che svolgeva il suo servizio a Orlu, si stava recando nel suo villaggio natale, Osina, per partecipare al funerale del padre, morto il 28 agosto. Il corpo del sacerdote è stato rinvenuto il 2 settembre nei pressi del villaggio di Omuma. La polizia afferma che non presenta ferite di armi da fuoco o da taglio e si presume che p. Onunkwo sia stato strangolato. “Stiamo lavorando su tutti gli indizi raccolti. Per ora, è un chiaro caso di rapimento e omicidio. Se fosse stato un semplice rapimento, i sequestratori avrebbero chiamato i familiari della vittima e avrebbero chiesto un riscatto” afferma la polizia.


Per meglio illustrare lo squallore che caratterizza le storie delle popolazioni in fuga dalla guerra, riporto una notizia di aprile di quest’anno:

16) Abu, parla il trafficante di organi umani: “Ho venduto occhi e reni di 30 rifugiati siriani”

Abu Jaafar è un nome di fantasia però il suo business è reale, e orribile: è un broker di organi umani. L’ha incontrato un giornalista della Bbc a Beirut, dove ha svelato i retroscena del mercato illegale di reni, occhi e altre parti del corpo venduti per fame dai profughi siriani e palestinesi in Libano.


GUERRA IN SIRIA - 26 APRILE 2017 13:44 di Mirko Bellis


Abu lavorava come buttafuori in una discoteca a Beirut quando incontrò un’organizzazione dedita al contrabbando di organi umani. “So che faccio qualcosa di illegale, ma sto aiutando le persone, è così che lo vedo", ha confessato ad un giornalista della Bbc che l’ha incontrato nella capitale libanese. Abu è un broker, un intermediario tra i contrabbandieri di organi umani e i tantissimi disperati scappati dalla guerra in Siria. Da quando è iniziata la guerra civile sono migliaia i profughi siriani e palestinesi che hanno trovato riparo in Libano. E con il loro arrivo, per Abu, sono cresciute anche le possibilità di guadagno. Con una grande dosi di cinismo sottolinea che molte di queste persone sarebbe morte se fossero rimaste in Siria; vendere un organo – continua – non è nulla rispetto agli orrori che hanno già vissuto nel loro Paese. “Sfrutto le persone – ammette – però anche loro ci guadagnano”

Sul retro di una piccola caffetteria alla periferia sud di Beirut, dietro una porta arrugginita, c’è il suo “ufficio”. Da qui, Abu, ha organizzato negli ultimi tre anni la vendita degli organi di circa trenta rifugiati. L’intervista che ha concesso alla Bbc è un concentrato di orrore e spregiudicatezza. "Di solito l’organizzazione chiede reni, ma posso ancora trovare altri organi”, dice. “Una volta mi hanno chiesto un occhio e sono riuscito a trovare un cliente disposto a venderlo”. "Ho fatto una foto dell'occhio – racconta descrivendo crudelmente la sua attività – l’ho inviata con Whatsapp per avere conferma, poi ho consegnato il cliente".

I “clienti”, come li chiama Abu, non mancano. In Libano da quando è iniziata la guerra nel Paese vicino, sono oltre un milione i profughi siriani registrati dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Alla cifra ufficiale vanno aggiunti anche i migliaia di palestinesi arrivati dalla Siria dopo il 2015 Per loro non esiste nemmeno la possibilità di essere registrati come rifugiati. Il governo libanese, infatti, ha chiesto all'Onu di smettere di registrare nuovi arrivi e così i palestinesi sono diventati “invisibili” anche per le agenzie umanitarie. La maggior parte vive nella completa povertà. Le autorità libanesi infatti non concedono loro la residenza e nemmeno un permesso di lavoro. Costretti a vivere in campi sovraffollati, con pochi aiuti, diventano preda facile degli appetiti criminali di persone come Abu Jaafar. Il trafficante ammette che proprio la comunità palestinese è quella più vulnerabile: “Che altro possono fare, sono disperati e l’unico mezzo che hanno per sopravvivere è vendere i loro organi”. Una vita fatta di lavori occasionali e degradanti: lustrascarpe, venditori ambulanti agli angoli delle strade o agli incroci e, in alcuni casi, anche la prostituzione. La vendita di un organo appare quindi come un facile mezzo per guadagnare un po’ di soldi in fretta.

Il disperato, una volta selezionato da Abu, viene bendato e condotto nel giorno prefissato dall'organizzazione per l’espianto in un luogo segreto. A volte i medici operano in case affittate, trasformate per l’occasione in improvvisate cliniche, dove i donatori subiscono un esame del sangue prima dell'intervento. “Una volta che l'operazione è stata fatta li riporto dove li ho presi", racconta il trafficante. "Mi prendo cura di loro per quasi una settimana fino a quando non rimuovono i punti. Da quel momento – continua spietato – non mi importa più niente di cosa gli succede”.

Uno dei suoi ultimi clienti è un ragazzo di 17 anni, costretto ad abbandonare la Siria dopo che suo padre e i suoi fratelli sono stati uccisi. Vive in Libano, da più di tre anni assieme alla madre e cinque sorelle. Senza lavoro e oppresso dai debiti, questo giovane profugo ha deciso di vendere il suo rene per 8000 dollari (7.340 €) alla rete di Abu Jaafar. Due giorni dopo l’operazione – scrive il giornalista della Bbc che l’ha incontrato – giace dolorante sopra un vecchio divano. Il suo volto è sudato e il sangue ancora visibile sulle bende che coprono l’espianto dell’organo.

Abu, nonostante sia consapevole che la sua attività sia illegale, si considera quasi un benefattore per quei poveri costretti a vendersi un organo per sopravvivere. “E’ così che la vedo, il cliente userà i soldi per una vita migliore, per sé stesso e per la sua famiglia. Potrà comprarsi un’auto e lavorare come tassista o addirittura viaggiare in un altro Paese”. Il mercato illegale degli organi è molto florido in tutto il Medio Oriente. La mancanza di donatori dovuta a resistenze religiose e culturali ha provocato un autentico boom degli espianti clandestini. Abu Jaafar sostiene che ci siano almeno altri sette intermediari come lui in tutto il Libano. "Il business sta crescendo – ammette – soprattutto con l’arrivo dei rifugiati”. Il contrabbando di organi umani, un altro degli effetti perversi della guerra civile in Siria.

(Continua su: http://www.fanpage.it/abu-parla-il-trafficante-di-organi-umani-ho-venduto-occhi-e-reni-di-30-rifugiati-siriani/ - http://www.fanpage.it/)


 17a) Myanmar, colpi di mortaio contro il gruppo musulmano dei Rohingya.

Giovedì l’Arsa, un gruppo paramilitare che si propone di fare gli interessi dei Rohingya, ha attaccato le guardie di confine e la polizia. La reazione del governo presieduto dal Nobel per la pace Aung San Suu Kyi ha travolto anche i civili.

26 AGOSTO 2017 19:13 di Redazione  http://www.fanpage.it/

Civili del gruppo Rohingya in fuga sulla frontiera del Myanmar, il paese indocinese che giovedì ha visto un'escalation degli scontri dopo le azioni di guerriglia rivendicate dall'Arsa (Arakan Rohingya Salvation Army). Colpi di mortaio e di mitragliatrici contro civili che da venerdì sono bloccati sulla frontiera di Ghunhum, fermi su quel valico per i combattimenti scatenatisi nello stato di Rakhine. I Rohingya rappresentano una minoranza musulmana che conta circa un milione di persone su una popolazione complessiva che supera i 50 milioni a maggioranza buddista.

Rappresentanti dei Rohingya riportano notizie di case bruciate e uccisioni da parte dei militari del Myanmar, paese guidato dalla Nobel per la pace Aung San Sun Kyi, ma determinato ad una rappresaglia durissima contro chi ha mosso battaglia giovedì scorso. In queste ore migliaia di Rohinga stanno attraversando il confine verso il Bangladesh, paese a maggioranza islamica che per ora ne ha accettati circa 100.000.
L'Arsa ha attaccato il 24 agosto postazioni di polizia e guardie di confine, motivando la guerriglia come atto di difesa dei Rohingya in un conflitto che da ottobre dell'anno scorso si è fatto sempre più cruento. La battaglia ha lasciato sul suolo 12 agenti e 77 guerriglieri e dato il via a una reazione che il Dipartimento di stato americano aveva temuto e provato a scongiurare. La portavoce Heather Nauert da Washington aveva chiesto alle forze governative del paese indocinese di individuare gli autori dell'attacco e procedere nel rispetto della legge. Aung San Suu Kyi, il presidente del Myanmar, aveva commentato l'attacco dell'Arsa come "un calcolato tentativo di vanificare gli sforzi di quanti lavorano alla costruzione della pace e dell'armonia nello stato di Rakhine" tra la comunità musulmana e quella buddista. Un tentativo che, data la reazione governativa, può dirsi probabilmente raggiunto.


17b) Il Myanmar e la fuga dei Rohingya. Aung San Suu Kyi a sorpresa diserta l'Assemblea generale ONU

Mercoledì, 13 Settembre 2017 RaiNews24

L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva aspramente criticato la 'collega' Nobel, la birmana Aung San Suu Kyi, che di fatto guida il Paese, per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya, che ha costretto decine di migliaia di persone a fuggire in Bangladesh nelle ultime settimane.

Il leader de facto del Myanmar Aung San Suu Kyi non sarà presente all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite in programma la prossima settimana. Lo ha annunciato il portavoce del governo Zaw Htay, senza fornire ulteriori dettagli. Il premio Nobel per la Pace, che lo scorso nel corso del suo primo discorso ufficiale alla tribuna dell'Onu aveva affrontato la delicata questione legata alla condizione della minoranza musulmana dei Rohingya, nell'ultimo mese è stata aspramente criticata dalla comunità internazionale per la gestione della crisi nello stato di Rakhine.  Secondo stime delle Nazioni Unite, circa 370.000 musulmani Rohingya hanno dovuto lasciare i propri villaggi e tornare in Bangladesh per la violenta repressione dei militari birmani, iniziata a fine agosto e vivono in grande precarietà. Una situazione che l'Alto commissariato dell'Onu per i diritti umani Zeid Raad al-Hussein, ha denunciato come "pulizia etnica da manuale".

Aung San Suu kyi: "E' solo disinformazione"

Aung San Suu Kyi, in una telefonata con il Presidente turco Erdogan nei giorni scorsi aveva denunciato la "disinformazione" sulla crisi dei Rohingya. La 'Lady', come e' conosciuta dai birmani, aveva parlato di "pesante iceberg di disinformazione", che deforma il racconto di quel che sta accadendo. "Questo tipo di false informazioni e' solo la parte piu' visibile di un enorme iceberg di disinformazione", ha detto la San Suu Kyi.

La minoranza perseguitata

I Rohingya sono una minoranza di religione musulmana che vive nello Stato di Rakhine la cui repressione sta sollevando le critiche internazionali e gli appelli dei premi Nobel, 'colleghi' di Aung San Suu Kyi, il cui silenzio ha attirato molte perplessita'. Alcuni attivisti per i diritti umani indonesiani, il piu' popoloso Paese musulmano al mondo, hanno addirittura invitato il comitato per i Nobel a ritirare il premio alla leader birmana.  Parlando per la prima volta della crisi con un comunicato diffuso dal suo ufficio, lo scorso 25 agosto, Aung San Suu Kyi aveva detto che le 'fake news' erano messe in giro ad arte per "creare moltissimi problemi tra le diverse comunita'" e per promuovere "l'interesse dei terroristi".

L'atto di accusa di Malala

La voce più alta che si è levata contro la leader birmana è quella di un altro Nobel per la Pace. L'attivista pakistana e musulmana, Malala Yousafzai aveva infatti  aspramente criticato la 'collega' per ignorare la 'pulizia etnica' in atto contro la minoranza musulmana nei Rohingya, che ha costretto 125.000 persone a fuggire in Bangladesh negli ultimi 10 giorni.

"Ogni volta che leggo le notizie il mio cuore si spezza per le sofferenze del musulmani Rohingya in Myanmar", ha denunciato Malala, sopravvissuta miracolosamente ad un tentativo di assassinio da parte dei talebani locali in Pakistan quando a soli 15 anni nel 2012 lottava per dell'educazione femminile. "Nel corso degli ultimi anni ho ripetutamente condannato questa trattamento tragico e vergognoso. Sto ancora aspettando che la mia collega premio Nobel Aung San Suu Kyi faccia lo stesso", ha denunciato Malala, che conquisto' il Nobel per la pace nel 2014. Suu Kyi, Nobel per la Pace nel 1991, che ha passato oltre 20 anni isolata nella sua casa dalla giunta militare, e' ormai dal 2016 ministro degli Esteri e Consigliere di Stato (carica creata apposta per lei) che la pone di fatto, sempre con il placet dei generali, alla guida dello Stato. Ma Suu Kyi, buddista, non vuole inimicarsi il sostegno della maggioranza della popolazione birmana che odia i musulmani.

(Continua su: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Il-Myanmar-e-la-fuga-dei-Rohingya-la-leader-birmana-Aung-San-Suu-Kyi-a-sorpresa-diserta-lssemblea-generale-ONU-99fc35e4-a9dd-4b47-a967-804a4461dc91.html  riportato da https://www.intopic.it/notizia/12032606/?r=WAGJBxroaZBEQ&utm_source=alert&utm_medium=email&utm_campaign=alpha).

17c) Già nel febbraio 2017: Il papa: “Pregare per i Rohingya, fratelli musulmani perseguitati”

ROMA – Papa Francesco ha invitato oggi a pregare per i Rohingya, “cacciati via dal Myanmar, che vanno da una parte all’altra perché nessuno li vuole. È gente buona, pacifica: sono buoni, sono fratelli e sorelle! È da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi, semplicemente per portare avanti la loro tradizione, la loro fede musulmana”. I Rohingya sono una minoranza musulmana, circa un milione 100 mila persone che vivono nello Stato Rakhine nel nord del Myanmar (Birmania), Paese a maggioranza buddista. Nonostante dallo scorso anno il Paese sia governato dal partito della leader birmana e Premio Nobel della Pace Aung San Suu Kyi, queste popolazioni subiscono da anni la repressione delle forze di sicurezza, con gravi violazioni dei diritti umani che li costringono alla fuga.

Negli ultimi mesi almeno 65 mila persone sono fuggite verso il Bangladesh, ma nessuno vuole accogliere queste imbarcazioni piene di disperati. Si parla anche di un’isola dove confinarli. Da un report pubblicato di recente dall’ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite circa 220 testimoni hanno raccontato di “uccisioni di bambini, donne e anziani, stupri e violenze sessuali sistematiche e su larga scala, distruzione intenzionale di cibo e fonti di sostentamento”, tanto da far temere una sorta di pulizia etnica. Gli abusi nei confronti dei Rohingya hanno origine da 50 anni di dura dittatura militare (l’esercito controlla ancora il 25% del parlamento, i tre ministeri della Difesa, Interni, Affari di Confine e il Consiglio per la Difesa e la Sicurezza nazionale) che ha sempre represso le minoranze etniche buddiste e musulmane per raggiungere i suoi scopi, tra cui lo sfruttamento delle ricchezze naturali.
Dopo un picco di violenze nel 2012 circa 100 mila Rohingya già vivevano abbandonati nei campi profughi, senza alcun diritto all’istruzione, alla salute, alla cittadinanza. L’ulteriore escalation di repressione nei loro confronti è dovuta all’intensificarsi delle azioni militari del gruppo armato musulmano Harakah al-Yaqin Hay, che ha rafforzato la sua presenza nei villaggi Rohingya, facendo proselitismo e azioni di guerriglia. Il conflitto con l’esercito si è quindi inasprito dal 9 ottobre 2016, con scontri che hanno coinvolto miliziani Rohingya, tra cui alcuni provenienti dall’Arabia Saudita. Ma la rabbia nasce dalle disumane condizioni di vita in cui sono costrette queste popolazioni: nello Stato Rakhine, dove vivono 3 milioni di persone, il tasso di povertà tocca il 78%. Non c’è elettricità, pochissime le infrastrutture e le scuole, non c’è lavoro. (www.agensir.it)


17d) Sempre del febbraio 2017 è la notizia: “Pulizia etnica contro minoranza Rohingya in Birmania, Onu: “Oltre mille morti”

Nuova pesante accusa contro la Birmania dopo le operazioni dell’esercito contro la minoranza Rohingya. Per l’Onu sarebbe in atto una vera e propria “pulizia etnica” con oltre mille morti, villaggi distrutti, stupri e violenze.

ASIA 9 FEBBRAIO 2017  10:32 di Antonio Palma

Nuovo pesante atto di accusa contro la Birmania per il caso del popolo dei Rohingya, la minoranza etnica e religiosa da tempo nel mirino delle autorità locali che l'accusano di terrorismo. Secondo due alti funzionari delle Nazioni unite che si occupano della minoranza in fuga dalle violenze, infatti, l'esercito birmano sarebbe responsabile della morte di oltre mille persone di etnia Rohingya, tutte uccise durante l'offensiva dei militari lungo il confine , partita nell'autunno scorso con la giustificazione di voler porre fine alle azioni di guerriglia dei gruppi locali.

I due funzionari delle Nazioni Unite, citati da Reuters ma sotto anonimato, ribadiscano quanto già sostenuto da molti nella comunità internazionale e da diverse ONG additando come "pulizia etnica" quello che sta avvenendo in Birmania sulla base di denunce di cittadini del posto. Secondo le stesse fonti, infatti, dall'inizio delle operazioni militari contro i Rohingya, oltre 70mila persone sarebbero state costrette a fuggire dai loro villaggi, nel nord dello stato occidentale di Rakhine, in quella che sembra un vera e propria deportazione a scopo di segregazione.

Secondo i funzionari Onu citati dall'agenzia di stampa, le cifre ufficiali delle vittime dell'operazione militare fatte dal governo sono nettamente sottostimate. Il portavoce presidenziale birmano Zaw Htay, interpellato dalla Reuters, ha confermato però che sulla base dei rapporti dei comandanti militari che operano nella zona, le vittime sarebbero non più di 100, uccise in un'operazione di contrasto alla guerriglia che attaccava posti di polizia sul confine.

Come mostrano diversi video diffusi online, le violenze contro il popolo Rohingya, già definito dall'Onu tra le popolazioni più perseguitate al mondo, ormai nell'area sono all'ordine del giorno.  Le Nazioni Unite hanno identificato le operazioni militari come una "repressione generalizzata e sistematica" che si è trasformata in una "pulizia etnica" e "molto probabilmente" in crimini contro l'umanità. In un rapporto dell’Alto Commissariato Onu per i Diritti umani si racconta di distruzione di villaggi con il fuoco, spostamento coatto della popolazione, uccisioni di civili compresi bambini, sparizioni e stupri da parte dell'esercito nell'impotenza  del debole governo birmano.


17e) Ancora nel febbraio 2017: “Accusa a Birmania, 'mille Rohingya uccisi'”

8 febbraio 2017 -fonte ANSA.it

Fonti Onu, 'vittime offensiva militare'. 'Fuggiti in 70.000'

Redazione ANSA – ROMA - 09 febbraio 2017 17:37 NEWS

Nuovo atto d'accusa alla Birmania 'democratica': oltre 1.000 persone dell'etnia musulmana dei Rohingya sono stati uccisi da quando, nell'autunno scorso, è iniziata l'offensiva dei militari contro di loro, che la comunità internazionale addita come 'pulizia etnica' sulla base di denunce di ONG e dell'Onu. E proprio di due funzionari dell' Onu di alto livello - fonti che hanno chiesto l'anonimato - viene l'accusa odierna, riportata dal sito dell'agenzia Reuters.
Secondo le fonti, dall'inizio delle operazioni militari contro i Rohingya, oltre 70.000 persone sono state costrette a fuggire dai loro villaggi, nel nord dello stato occidentale di Rakhine.
Le due fonti diverse dicono anche che le cifre ufficiali fatte dal governo sono nettamente 'sottostimate'. Il portavoce presidenziale birmano Zaw Htay, interpellato dalla Reuters, ha dichiarato che sulla base dei rapporti dei comandanti militari che opera nella zona, le vittime sarebbero non più di 100, uccise in un'operazione di contrasto alla guerriglia.


Purtroppo un altro genocidio più o meno nascosto si sta consumando in Birmania contro il popolo già stremato dei Rohingya: fosse comuni di tempo fa, morti sparati e villaggi distrutti, e questo dura già da un pezzo. Tempo fa i Rohingya che arrivavano con barconi presso le coste della Birmania erano rifocillati e poi rispediti in mare incontro alla loro sventura. Quello che più rattrista ora è che Aung San ha disertato l'Assemblea dell'Onu in cui si discuteva dei Rohingya. Chissà perché questo abbandono di un popolo che è sistematicamente distrutto da chi ha subito angherie per la libertà? Sembra che per i Rohingya l'unica possibilità sia sparire, non si sa dove, per evitare un’altra shoah. Aiutiamo anche questa ennesima popolazione di disperati, morti, uccisi, fatti morire di fame e di sete.

18) Scozia, scoperta fosse comune in orfanotrofio gestito da suore: ci sono resti di 400 bambini

È quanto emerge da una indagine choc del programma “File on Four” di Bbc Radio 4 e del Sunday Post. L’ex primo ministro Jack McConnell: “Dopo anni di silenzio, finalmente sapremo la verità su cosa è successo in questo luogo”.

EUROPA 10 SETTEMBRE 2017  13:59 di Redazione Locale (Ida Artiaco)

Almeno quattrocento corpi di bambini e neonati sono stati scoperti in una fossa comune anonima nei pressi dell'ex orfanotrofio Smyllum Park, in Scozia, gestito da suore cattoliche. È quanto emerge da una indagine choc del programma "File on Four" di Bbc Radio 4 e del Sunday Post. I piccoli dovrebbero essere morti tutti tra il 1864 e 1981, anno della sua chiusura definitiva. Le sorelle della carità di Vincent de Paul, che gestivano la struttura che ha accolto nel periodo considerato oltre diecimila persone, avevano già confessato che circa 158 minori erano stati seppelliti in una parte del vicino cimitero, ma da tempo l'opinione pubblica avanzava dubbi sul fatto che questa cifra potesse essere molto più grande.

Le tombe delle suore e degli altri membri del personale che ha lavorato nell'orfanotrofio sono contrassegnate da lapidi ben visibili, ma nulla indicava la sepoltura dei piccoli ospiti, dei quali per altro non esisteva neppure alcuna registrazione. Inoltre, alcuni residenti avevano più volte accusato le sorelle di maltrattare i bambini che avevano in cura. Accuse, però, che sono sempre state respinte dall'ordine religioso per "mancanza di prove" a sostegno di questa tesi. L'ex primo ministro, Jack McConnell, che si era molto battuto durante il suo mandato a favore delle vittime dei maltrattamenti domestici, a nome del governo scozzese, ha assicurato che verrà fatto il possibile per conoscere la verità: "È straziante scoprire che molti bambini sono stati sepolti in queste tombe anonime. Dopo tanti anni di silenzio, ora dobbiamo conoscere la verità di quanto è successo qui".

La vicenda ricorda molto da vicino quella emersa nel marzo scorso in Irlanda, dove in un ex orfanotrofio cattolico a Tuam è stata confermata l'esistenza di una fossa comune con i resti di circa 800 bambini. La prima persona a denunciare la vicenda era stata, negli anni scorsi, uno storico locale, Catherine Corless, e poi con il “mea culpa” della chiesa cattolica irlandese si è andati avanti con le indagini. Dal lavoro svolto negli ultimi anni dalla commissione di inchiesta è emerso che chi viveva in queste "case", che accoglievano ragazze madri e i loro figli, ha sofferto malnutrizione, malattie e miseria, con altissimi livelli di mortalità.

È tristissimo scoprire la verità su generazioni di bambini morti in un collegio diretto da suore. Perché nascondere in fosse comuni morti per malattia o infanticidi? Tanto il Padreterno sa distinguere molto bene e castigare chi di dovere. Speriamo che ora si provveda a una dignitoso sepoltura, richiesta cui mi associo con tutto il cuore. Onore e dignità a quei morti così nascosti dall'infamia.

È terribile quanto si sta commentando. Peggio dei nazisti. Si parla di fosse comuni, tra cui una di bambini in Scozia, scoperta proprio all'interno di una comunità di suore preposte alla cura di piccoli orfani!

I fatti riportati in questa rassegna stampa sono tremendi e indegni di esseri umani.

Per quanto riguarda gli orfanotrofi, retti da istituzioni che si professano cattoliche, assistiamo sgomenti alle circostanze riportate, denotanti scetticismo e vera e propria criminalità, stando anche alla testimonianza dei vicini che hanno fatto invano segnalazioni in merito.

E i superiori di queste istituzioni che ruolo hanno giocato? Perché tanta segretezza nel seppellire bimbi anche morti per malattia, fame e maltrattamenti se poi non erano tali? Perché tanto mistero su fatti che dopo tanti secoli irrompono con una crudeltà umana da far paura?

Non si possono lasciare correre eventuali delitti di questa natura e, se il numero delle piccole vittime venisse confermato, la circostanza si proverebbe senza dubbio criminosa. Che almeno adesso si provveda a dare una degna sepoltura a quelle vittime innocenti.

Terminiamo questa rassegna costituita da una lunga lista di fatti di terrore, disastri naturali e popolazioni in fuga da ogni dove con una nota positiva, un articolo del 30 maggio 2017 di Manuela Paiuzzi, che ci fa ben sperare.

19) La Madre degli Orfani: donna indiana cresce quasi 1500 bambini

Sindhutai Sapkal ha dedicato l'intera esistenza ad aiutare bambini in difficoltà: oggi a sessantotto anni vanta il record di aver cresciuto quasi 1500 giovani vite

Manuela Paiuzzi - 30/05/2017

È indiana, ha 68 anni ed è conosciuta come la Madre degli Orfani. Chi potrebbe mai donare l’intera propria esistenza per salvare giovani in difficoltà? Sindhutai Sapkal, questo è il suo nome. Ha cresciuto nel corso della propria vita quasi 1500 bambini senza guida, il cui destino non sembrava essere dei migliori. Sindhutai gestisce ben 4 orfanotrofi e per il suo impegno è stata premiata circa 750 volte. Ha un profilo Facebook (https://www.facebook.com/Sindhutai-Sapkal-202282803131794/) ed in rete circolano molte notizie su di lei. Tutto ciò per cui vive è il suo impegno importante che richiede amore verso il prossimo e grande costanza, tuttavia non è sola in questo: ad aiutarla la figlia biologica Mamta e i tre figli adottivi più grandi.

Gli orfanotrofi di Sindhutai

Come si sa, purtroppo per molti bambini e ragazzi indiani la vita non è stata dolce e gentile, anzi: ritrovarsi da soli, in tenera età, non è per niente facile. Va detto, però, che se qualcuno in India è disposto a prendersi cura di loro, compie un gesto nobile ma si scontra con quello che purtroppo è la realtà statale. Ad una certa età, negli orfanotrofi gestiti dallo stato, i ragazzi devono obbligatoriamente abbandonare le strutture o seguire le volontà di famiglieconsiderate idonee all’adozione. Gli orfanotrofi di Sindhutai, invece, funzionano diversamente: la donna si occupa dei ragazzi finché ne hanno bisogno, donandogli tutto l’amore necessario.

(Continua su: http://www.thesocialpost.it/2017/05/30/madre-orfani-cresce-1500-bambini/)

Un raggio di luce, dunque, fra le tante notizie presentate per sensibilizzare l’opinione pubblica circa la difficile vita dei più vulnerabili.

Non ci resta che aspettare che Qualcuno di Superiore abbia compassione di noi, sebbene in tanti non Lo vogliano, Lo disprezzino e Lo odino. Lui però aspetta e non ci tradisce, anche se eventi lontani da Lui ci colpiscono, distruggendo quel pianeta che Lui non aveva avviato per questo scopo.

Atti di coraggio individuali e spassionati ci sono in tutti il mondo. Immagino la gioia di coloro che estraggono vivo un bimbo dalle macerie o il visetto di quel bambino statunitense di tre anni che trascina il papà diabetico fuori dalla casa in fiamme.

Ci sono dei segni di risveglio non indifferenti della coscienza, atti di bontà gratuita che lasciano ben sperare a dispetto del quadro generale qui presentato  e delle  disgrazie che si abbattono quotidianamente su di noi assieme ai giochi a quiz e ai soldi virtuali e non che si lasciano intravvedere ai telespettatori.